Il futuro dell’editoria nelle parole di Jonathan Galassi

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3 Febbraio 2015

Al 32esimo seminario della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, tenutosi a Venezia dal 27 al 30 Gennaio, uno degli interventi più attesi e dibattuti è stato quello sugli Editori di ieri e gli editori di domani di Jonathan Galassi.
Il presidente della prestigiosa casa editrice Farrar, Straus and Giroux, dopo aver elogiato la città di Venezia, definendola «la casa dell’arte e della bellezza, dove i valori culturali che ci stanno a cuore regnano sereni e incontrastati», sottolineando come quella che è una tra le più belle città al mondo stia, purtroppo, scomparendo, si è tuffato a capofitto nel tema dell’incontro, facendo un ritratto della situazione in cui versa l’editoria mondiale, accennando al commercio online e all’importanza della letteratura, restituendoci un vero e proprio “credo dell’editore”. Qui una parte dell’intervento.

“Perché le librerie online insistono sulla vendita di versioni elettroniche di libri a prezzi sempre più bassi? Perché sono intenti a svalutare la proprietà intellettuale? Forse perché, come dicono, vogliono ampliare la comunità di lettori e vendere più libri ad un pubblico più vasto? Oppure perché vogliono controllare i processi di vendita di libri e la propria produzione? Pensano di essere degli editori adesso? Sono diventati nostri collaboratori rough-and-ready, trascinandoci, volenti o nolenti, nel futuro? Sono, come dicevamo in maniera un po’ malinconica, i nostri frenemies, cioè in parte partner e in parte rivali ? O sono, semplicemente, i nostri nemici, intenti a “disintermediarci”, sviscerando il nostro business alla pari di molti altri? Noi editori siamo rimasti dormienti mentre la rivoluzione digitale ci ha superato?

L’approccio disgregatore ultimamente applicato alla vendita di libri ha lo scopo di  succhiare quello che viene considerano il “grasso” fuoriuscito dal sistema di pubblicazione – come accade, nel settore alberghiero, per mano di aziende come la Airbnb – tagliando fuori i cosiddetti “intermediari” (ossia gli editori), impedendogli di offrire servizi a prezzi bassi ad un determinato gruppo di consumatori. Quelli che potremmo definire come “price cutters” – il cui obiettivo è quello di puntellare il valore della proprietà intellettuale – sono intenti a riporre la loro stima in un più prudente, per non dire pessimista, potenziale universo di lettori. Io stesso trovo difficile immaginare che vi sia un numero sufficiente di clienti, là fuori, che è disposto a pagare 3$ per scaricare un nuovo grande romanzo, mentre diverse decine di migliaia di persone, storicamente, sono state disposte a pagare 20$ o più per una copia fisica. Ma nonostante questo, non credo che un nuovo libro dovrebbe costare 3$ in qualsiasi caso. Ma è facile capire come questo atteggiamento egoistico possa suonare (alle orecchio di questi booksellers).
Naturalmente gli editori vogliono mantenere i prezzi, per essere cinici. Stanno cercando di preservare i vecchi modi di fare business, al fine di salvare il proprio mestiere dalla piega di irrilevanza che sta prendendo. Vengono definiti (dai booksellers) come egoisti, struzzi fuori dal mondo che mettono la testa nella sabbia, mentre l’acqua alta del cambiamento aumenta inesorabilmente. Stanno per essere sommersi.

Quello che comporta una drastica diminuzione dei prezzi – e che molti non capiscono – è la diminuzione del valore del lavoro di un autore. Un nuovo romanzo viene ridotto ad un semplice componente (widget), ad una SKU (Stock keeping unit), un affare fungibile.
Piuttosto, esso è una nuova e unica creazione, capace di suscitare ammirazione, desiderio. E nel processo (economico), esso è il possessore del sistema stesso che gestisce la transazione, che permette di stabilire le condizioni dello scambio tra scrittore e lettore, per determinare il valore del libro, identificando potere a valore del creatore e del produttore.

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Jaron Lanier nel suo recente libro “Chi possiede il futuro”, fornisce una descrizione agghiacciante di ciò che egli chiama “il libro come la Silicon Valley lo vorrebbe“. Nello scenario apocalittico di Lanier, gli scrittori saranno «fondamentalmente come esecutori, […] ci saranno molte più informazioni disponibili in una parvenza di forma di libro […] ma, nel complesso, avranno un livello di qualità inferiore. […] Scrivere un libro non avrà più lo stesso significato; […] in generale, la gente pagherà di meno per leggere, pratica che sarà però lodata come un bene per i consumatori, mentre le persone che scriveranno guadagneranno ancora meno. Tutto ciò in un mondo sempre più digitale, in cui il software inghiottisce tutto». «Col tempo i libri saranno sempre più in formato digitale» conclude Jaron «e i proprietari dei migliori server in Internet – probabilmente gestiti da aziende della Silicon Valley – veicoleranno i lettori, divenendo più potenti e ricchi che mai».

La visione da incubo di Lanier elimina sostanzialmente lo scrittore come “creatore del suo lavoro” e lo trasforma in un “lavoratore a noleggio”, un ingranaggio all’interno di una catena di montaggio digitale. Al suo interno, lo scrittore cede la proprietà e l’autorità sul suo lavoro in favore dei controllers of the software (ovvero i possessori di server sopracitati), coloro che “inghiottono tutto”. In questa versione del nostro futuro dell’editoria, «i libri saranno fusi con qualsiasi altro formato digitale diventerà prominente». I libri, in altre parole, perderanno la loro integrità una volta uniti a quel flusso indifferenziato di degrado informativo.

Ciò che colpisce di questo quadro è quanto poco abbia a che fare con ciò che sono davvero i libri, e con la ricchezza e la vitalità propria della scrittura che viene prodotta in tutto il mondo odierno. Il problema si trova sul lato consumistico della questione, nel diminuente margine di lettura come “esperienza culturale”, e dell’immagine dello scrittore come “figura culturale”.
In un mondo dove tutti si auto-pubblicano, tutti e nessuno sono scrittori – me, voi, anche il nostro vicino di casa – e così il lavoro prodotto genera una perdita di interesse. E i sistemi software che hanno sconvolto i modi tradizionali di pubblicazione e vendita di libri non hanno fatto altro che intensificare questo margine. L’equazione che accomuna la scrittura con altre forme più passive di intrattenimento è parte del processo di svalutazione che sta minacciando l’integrità del vero lavoro creativo – entusiasmante e distinto – che viene fatto oggi.

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Siamo stati troppo lenti, come comunità, a riconoscere questi processi, e troppo passivi nel rispondergli. Abbiamo ceduto troppo potere agli “oligarchi dei software”, lasciando che ci spingessero da parte, posizionandosi tra gli scrittori e il loro pubblico, anche se la vera natura del libro – ciò che essi contengono, cosa vogliono dire, ciò che suggeriscono – sono elementi totalmente irrilevanti per loro. L’unico interesse che coltivano è quello del controllo, della tassazione, di come si muovono nello stream del commercio. Lo Chef di Amazon, Jeffrey Bezos, ha ragione quando dice che Internet sta distruggendo ogni settore dei media. Egli afferma che «lamentarsi non è una strategia» e che «non è Amazon che sta entrando nel mercato dei libri, è il futuro». Una guerra contro gli intermediari quindi, con una segmentazione dei prezzi basata su algoritmi.

Il nostro lavoro di editori e librai è sempre stato quello di riconoscere e coltivare il talento, e di portarlo al lettore con la stessa cura con cui gli scrittori devoti hanno avuto a che fare con l’arte di scrivere. Da Manuzio a Stella, dai fratelli Treves ad Einaudi, Garzanti, Bompiani arrivando a Feltrinelli, per citare solo alcune delle grandi figure dell’editoria italiana del XX secolo, in molti hanno supportato la storia delle letteratura italiana con forte sensibilità ed intelletto, identificando e promuovendo gli scrittori nel cui lavoro hanno riconosciuto l’agitazione di ciò che Ezra Pound, riferendosi alla letteratura, chiamava la “news that stays news“. I vostri grandi antenati editori – insieme con i loro colleghi all’estero come il Gallimard e Knopfs nonché Samuel Fischer – erano personaggi forti dotati di perspicacia, energia, e, sì, alle volte, di vanità personale, che gli ha permesso di riconoscere il loro lavoro, servire i talenti dei loro autori. Come Roberto Calasso, uno degli eredi più astuti e articolati di questa grande tradizione, ha osservato, la pubblicazione è di per sé una forma d’arte. È l’arte della selezione e della discriminazione che propone una visione culturale.

I libri non sono calzini o pannolini. Il futuro della nostra “industria” – che forse dovremmo tornare a chiamare, più modestamente, il nostro mestiere – non appartiene a coloro che vogliono trattare il lavoro dello scrittore come una merce svalutata, ma a coloro i quali sono in grado di sentire in essa le vibrazioni di sensibilità, una visione del mondo, che offre resistenza al seccante, tedioso mercantilismo totalitario che minaccia di soffocare il nostro futuro. Quello che dobbiamo fare, come editori, è di fare causa comune con gli scrittori, per proteggere e promuovere il loro talento e sfruttarlo per loro conto.
Gli scrittori vogliono e hanno bisogno di questo. Ciò non lo otterranno di certo dai software owners – che non hanno alcuna utilità per quanto riguarda l’originalità, la stranezza, le real news poundiane. Tutto ciò che vogliono è di muovere più prodotti possibili attraverso il loro sistema di scrematura. Ma loro posso trattare solo ciò che noi, accordandoci, gli vogliamo lasciare. Abbiamo bisogno di stabilire termini rigorosi nelle nostro trattative con loro. Sì, gli E-Book hanno fatto eccitare quello che era un mercato statico per i libri. E sì, i lettori si aspettano di pagare meno per ciò che leggono. Ma i lettori, vecchi e giovani, hanno bisogno di libri veri. Se vogliamo scrittori che scrivano, loro dovranno essere pagati per quello che fanno, come fanno coloro che si prendono cura e promuovono il loro lavoro. Un buon pasto costa più di un Big Mac data la differenza degli ingredienti che lo compongono. Ed è molto più nutriente. Si ha ciò per cui si paga. Le persone, questo, lo sanno.

Il Publishing è un’arte. È anche un gioco – di occasioni prese al volo, di fede, di sfida. È il gioco della scoperta, il gioco delle idee. Non so voi, ma io più invecchio e meno sono soddisfatto delle convenzioni, della sicurezza, meno preoccupato del consenso e più interessato alla sperimentazione, al rischio, alla libertà. Abbiamo solo qualche anno per fare tutto il possibile, quello che vogliamo, fare la differenza. Vogliamo un mondo in cui il potere è concentrato nelle mani di sistemi oligarchici, dove il software inghiotte tutto? Può un software ingoiare la creatività, ucciderla? No. La creatività non morirà. Lei si sposterà altrove, e lascerà il sistema ad auto-consumarsi. Ed eccola che apparirà di nuovo, quella vecchia canaglia, sotto forma di vendita al dettaglio di vecchie panacee, cantando la stessa vecchia canzone sui valori umani. Beh, sì, abbiamo bisogno di continuare a cantare questa canzone, insistendo sulla preziosa necessità dell’arte. È un luogo comune, un cliché, ma è vero. Chi possiede il futuro? La risposta dovrà essere ciò che noi faremo – “noi” che stiamo dalla parte dei creatori, al loro servizio. La letteratura è come Venezia, vale la pena di salvarla. E, in un modo o nell’altro, Venezia verrà salvata. Non voglio ritrovarmi a vivere in un mondo senza Venezia. E non credo che dovrò farlo.”

 

Jonathan Galassi

TAG: amazon, Cultura, e-book, editoria, Jaron Lanier, Jeffrey Bezos, Jonathan Galassi, letteratura, Lettura
CAT: Editoria, Letteratura

Un commento

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  1. gioia.guerzoni 5 anni fa

    Grazie, però era uscito sulla stampa due giorni prima. http://www.lastampa.it/2015/01/30/cultura/il-software-non-pu-ingoiare-la-creativit-pJ0w4687KYOXEF5g2imaaL/pagina.html

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