Oltre il ponte dell’abbandono

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27 giugno 2019

«Nicca è volata via ieri. Pensavo di essere preparata psicologicamente, invece eccomi qui in una condizione pietosa. Eppure ieri non ho pianto. Il dolore è esploso tutto insieme, all’improvviso, e non riesco a fermarlo. È riuscita a sciogliere il nodo del sacco lacrimale in cui mi ero nascosta per sopravvivere».

Telefona presto stamattina Veronica per raccontarmi che il veterinario, con una delicatezza e un’empatia sempre più rare di questi tempi, ha accompagnato la sua cagnolina nell’attraversamento del ponte dell’arcobaleno.

Nicca è il nomignolo con cui il signor Guglielmo chiamava la figlia. E quando ha perso il padre, non ha esitato a replicare quel suono familiare sulla piccola compagna pelosa trovata a pochi chilometri da casa tre mesi dopo.

Rimasi un po’ stupita quando appresi la scelta del nome, perché il rapporto fra i due non era dei migliori. Veronica ha compiuto scelte ben definite che mai hanno ottenuto l’approvazione paterna e certi rimproveri la rendevano frequentemente nervosa, intollerante, vicina al limite della sopportazione. Ma della natura profonda di tale legame, delle increspature, come delle distensioni, non ho una conoscenza completa.

«Papà non avrebbe mai accettato un cane in casa. Riteneva una schiavitù le passeggiate obbligatorie, faticoso tenere pulito tutto. Uno che lascia le scarpe vicino la porta per indossare le pattine appena varcata la soglia, non puoi costringerlo ad accoglienze così… trasgressive. Era la sua personalità. Molto esigente, perfezionista, maniaco dell’ordine e dell’igiene, ma certi spigoli vengono esasperati anche dalle prove a cui la vita ti sottopone.»

Il Maggiore Accardi era spigoloso, sì. Molto rigido, introverso. L’unico del vicinato, però, pronto ad aiutare una donna in difficoltà con le buste della spesa persino quando l’età non gli consentiva più di affrontare lo sforzo con disinvoltura.
Nicca invece disinvolta lo era eccome, amica di tutti, costantemente alla ricerca di coccole senza discriminazione alcuna. Rumorosa. Felicemente rumorosa.

«Mi mancano i suoi versi. Lei non abbaiava, improvvisava canzoni. Su base hard rock ma pur sempre canzoni. Distruggeva interi rotoli di carta assorbente per poi guardarti con quegli occhioni mortificati, che spegnevano sul nascere qualunque incazzatura. Prima di ricominciare a esprimersi ne ha impiegato di tempo. Così smarrita, sola, priva del minimo punto di riferimento. Poi pian piano è riemersa quell’indole per la quale probabilmente è stata punita e abbandonata. Un’indole vivace e incontenibile che era la porzione complementare al versante più silenzioso e contemplativo del suo animo. Emergeva a sprazzi, quando mi percepiva triste e allora si accucciava vicino e mi leccava tutta la faccia.»

Veronica piange senza freni inibitori, quasi a recuperare anche il dolore inespresso in passato durante il funerale. Mi rivela che Nicca vagava nelle vicinanze di Ponte Umberto quando l’ha trovata nel buio, illuminata solo dalle luci del traffico indifferente e frenetico.

«Una notte scappai di casa dopo aver sentito un’ accesa discussione telefonica tra i miei nata per garantire la presenza di mia madre in una fase molto problematica della mia adolescenza. Presenza che lei non aveva alcuna intenzione di garantire. Corsi via disperata e raggiunsi la strada deserta in bicicletta. Quasi sicuramente non avrei fatto nulla ma, tremante di rabbia, mi misi cavalcioni sul ponte a guardare fisso l’aquila di marmo con le ali spiegate, beata lei; perché io invece non riuscivo a spiegarmi i motivi di quel rifiuto. E mentre tentavo invano di darmi una risposta definitiva, sentendomi la peggiore delle creature viventi, papà mi sollevò prendendomi alla spalle, mi mollò uno schiaffo e stringendomi mi implorò: “Non abbandonarmi anche tu, Nicca!”.
Non l’ho abbandonato mai e non avrei mai abbandonato nemmeno lei. Io mi sento abbandonata ora. Ma so che in fondo non è così: un cane non ti abbandona mai. Regala la sua anima, purifica la tua. L’immagine che abbiamo della loro morte è pari alla leggiadria dei migliori momenti in vita: un fascio di luce policromatico, prati sconfinati e quelle folli corse a perdifiato. Chi abbandona la sua anima può definirsi solamente egoista o senza cuore? Io penso invece sia profondamente limitato. Rifiuta l’idea che si possa essere felici rincorrendo una foglia caduta, addentando un ramo lanciato, trovando il ponte giusto di connessione col proprio umano».

 

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale
TAG: abbandono, cane, Cuore, Famiglia, lacrime, rapporti
CAT: Famiglia

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