Lo Sradicamento di Lev Šestov

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15 maggio 2020

Lev Šestov, Sradicamento, a cura di Dario Borso e Valentina Parisi, Morcelliana, Brescia 2020.

È stata pubblicata in piena crisi da  coronavirus (marzo 2020) la seconda traduzione italiana (dopo quella di  Raffaella Faggionato per Trauben, del 2005) di Apoteosi dello sradicamento, tentativo di pensiero adogmatico (Apoféoz bespočvennosti Opyt adogmatičeskogo myšleniâ) di Lev Šestov, libro apparso per la prima volta a San Pietroburgo nel 1905. Il volume, che gode di una eccellente traduzione e di introduzione e postfazione dei curatori, contiene in appendice tre raccolte di aforismi: Le penultime parole (1907), Filosofia e teoria della conoscenza (1909), Dieci aforismi (1910).

Si tratta di un’opera molto importante del filosofo russo, appartenente al periodo anteriore all’emigrazione (dovuta alla Rivoluzione d’Ottobre), la prima nella quale egli utilizza quello stile aforistico, improntato a Nietzsche, che da allora in poi caratterizzerà con poche variazioni la sua produzione ulteriore.

Qui Šestov scrive da filosofo scettico, dubitante, negatore dei principi e dei fondamenti del sapere razionale, ricercatore incessante di una pravda soggettiva e vissuta che vada oltre la istina oggettiva e astratta. L’esperienza del male è l’inizio di ogni ricerca filosofica della verità-giustizia esistenziale, una verità lontana tanto dal sapere onirico della ragione quanto dal dogmatismo politico rivoluzionario (populista e poi bolscevico), entrambe risoluzioni nell’universale delle pretese egoiche dell’individuo. Pervade infatti il libro un soggettivismo desiderante animato dal pathos della antinomia, della frattura, dell’asistematica irriducibile del frammento, di quello che in breve Philonenko chiamò “antispinozismo metodico”. Se la verità esistenziale deve e può cercarsi, essa dovrà essere congruente con la vita zampillante, pluralistica, indomata, aperta, intessuta di incoerenze e lacerazioni che destano bruscamente dal sonno della ragione (genitivo equivoco). Probabilmente in questo testo c’è già molto dell’essenza del suo pensiero (che non è filosofia d’accademia né una mistica, e nemmeno l’antifilosofia che va di moda oggi, ma appunto un pensiero, percorso da un suo deleuziano piano d’immanenza) anche se non vi appare ancora centrale l’ossessione per il tema che lo caratterizzerà, per lo meno dal 1911, il peccato originale. Ma quest’ultima interpretazione dipende da Benjamin Fondane, che appunto divideva il percorso filosofico del suo maestro in tre fasi: idealistica, scettico-nietzschiana, post-emigrazione, maturata quest’ultima a  partire dalla meditazione del tema del peccato originale, come dono postlapsario della ragione-serpente. E se in quelle opere dell’emigrazione ci sarà ancora Nietzsche, non sarà certo quello dell’eterno ritorno, ma un cristiano antiidolatrico anarchico, connubio di Tertulliano, Dostoevskij, Pascal & Rousseau, giovane Lutero, Paolo….

Geneviève Piron qualche anno fa (2010) ricostruì in tappe più articolate (e a mio avviso un po’ eccessive) l’itinerario sestoviano, dando giustamente rilievo alla circostanza del manoscritto perduto, o meglio sequestrato in dogana– che a proposito uscì due anni fa per i tipi di Mimesis con il titolo di Sola fide, a cura di Enrico Macchetti e di Valentina Parisi – rimasto indisponibile all’autore fino alla fine della prima guerra mondiale, e ricostruito a memoria (ricorda in parte un altro grande russo bianco per il manoscritto del suo capolavoro, Il Maestro e Margherita –  Michail Bulgakov). Poi apparso in parti separate in libri come Potestas Clavium e Sulla bilancia di Giobbe, il manoscritto conteneva la scoperta della nuova chiave interpretativa: il peccato d’origine. Solo tardi, dopo aver scoperto la Francia, Šestov su suggerimento di Husserl studierà Kierkegaard, ri-trovandovi, come sempre faceva, sé stesso. E su questo Berdjaev avrà sempre avuto ragione.

Se è vero che leggendo qualunque suo testo successivo tornano sempre gli stessi temi, con Sradicamento non è proprio così. Innanzitutto, è zeppo di allusioni alla letteratura russa e non solo ai soliti quattro autori. Ma poi vi è un turbine aforistico-esistenziale che potrebbe condurre non necessariamente alla fede.

Basti qui solo una citazione: «Che gli uomini, quasi tutti, cambino avviso dieci volte al giorno è evidente a qualunque osservatore imparziale. Se n’è parlato spesso, è divenuto oggetto di molti scritti satirici e umoristici. Ma nessuno pensa mai che questa instabilità sia un vizio. La nostra educazione per tre quarti consiste nell’abituarci a dissimulare quanto più accuratamente possibile i nostri cambiamenti di umore e di giudizio (…) E quando uomini franchi come Montaigne parlano apertamente dell’incostanza delle loro vedute e dei loro umori, molti credono che stiano mentendo, calunniandosi» (§100, p. 86).

Anche questa instabilità nel giudizio, questo mutamento di opinione, fa parte dello sradicamento di cui Šestov parla. Si tratta appunto di un tentativo (saggio, esperimento) di pensiero adogmatico, scettico nella vera accezione delle Ipotiposi pirroniane di Sesto Empirico. (Certamente lo pseudonimo Šestov ha una sua precisa matrice autobiografica (ed edipica), come segnala Dario Borso nell’Introduzione a Che cos’è il bolscevismo [La scuola, Brescia, 2017, p. 19], significa «colui che incede»: ma come non supporre – proprio nello spirito del Nostro – un’eco dell’antico ricapitolatore dello Scetticismo greco?)

Come ricorda Dario Borso nell’Introduzione, il pensatore si presenta come una specie di Nietzsche che scrive russo (non sarà né il primo né l’ultimo), anzi che scrive e scriverà sempre in russo nonostante leggesse in cinque o sei lingue, ma si volge già verso Occidente, con una posa ironica e anti-auratica tipica dei suoi coetanei simbolisti russi praticanti dello jiznetvorchestvo («vita come creazione e creazione come vita»). Pochissimo tempo prima aveva letto Nietzsche, adesso ne prende lo stile. Non ha le conoscenze specialistiche del filosofo accademico, resta sempre un autodidatta in questo dominio. Di formazione giurista, di famiglia imprenditore, s’era sognato scrittore. S’impancherà  a filosofo perché non ha il genio di Dostoevskij, ma anche perché il suo vero referente amato e odiato è il “Conte Tolstoj” teologo e moralista, che i russi considerano tout court filosofo.

Apoteosi”, divinizzazione, assunzione al divino. “Sradicamento”, Bespočvennost : assenza di suolo,  terra,  radice, fondamento. Assenza in senso statico e dinamico. Volendo parlare come i filosofi torinesi anni-ottanta, potremmo azzardare una traduzione heideggeriana del titolo: Divinizzazione dell’erranza. Ma sarebbe un gioco, anche se a lui non dispiacerebbe.

Šestov ha di mira tanto gli slavofili quanto gli occidentalisti (i russo-hegeliani, quelli del progresso della ragione): gli uni esaltavano le radici della madre Russia, gli altri le sorti magnifiche e progressive dello spirito oggettivo. Sradicamento dalla ragione, dalla terra, dal suolo, dal fondamento, dalla stessa struttura logico-sintattica del pensiero: questo significava insomma  il sostantivo. Benché le metafore ignee siano anche presenti nei suoi testi, quelle aeree prevalgono in questo libro: spiccare il volo, staccarsi da terra, levitare, elevarsi a quella che poi chiamerà seconda dimensione del pensiero. Lo spazio euclideo non basta più  (aveva studiato anche matematica), occorre un ulteriore moltiplicarsi di piani, di line di fuga, di percorsi dell’affettività. Sradicamento significa anche negazione dell’idea (ateniese e soprattutto russa), traumatismo genetico, chiaroveggenza del mistero, perdita delle certezze, anamorfismo prospettico.

In Sradicamento c’è tutto lo Šestov russo, uscito dal Secolo d’Argento, lettore dei suoi autori, sognante d’essere letterato e approdato a Nietzsche anche nello stile, ma che  ancora non si è tuffato nella «Bibbia». Al contrario di Tolstoj, lui è un cittadino ebreo russo emancipato  che non ama la campagna, anche se ha ascoltato i racconti e i proverbi del popolo russo. La lettura della Bibbia, che avrebbe aggiunto un senso nomadico ed esilico al termine sradicamento, avverrà dopo il 1910. Deluso dalla fredda accoglienza di questo libro (forse perché aforistico, come suggerisce Valentina Parisi nella Postfazione, forse perché poco religioso?), si ritirerà dal 1911 al 1914 sul lago Lemano, a Coppet, dalla sorella e il cognato, a leggere forsennatamente i filosofi classici e medievali, il giovane Lutero, Tertulliano e sa Dio quali altre opere di teologia e mistica. Basta con gli scrittori e i poeti! Da allora si considera pienamente filosofo, inizia a parlare della sua personale «lotta grande e ultima che attende le anime», anime entro le quali peregrina con empatia, tagliando i ponti con certi amici religioso-filosofici pietroburghesi, e con la professione d’azienda che il padre voleva per lui. Peccato non abbia scoperto Kafka, ma se avesse letto Lettera al padre indubbiamente avrebbe inserito il praghese tra i suoi doppi spirituali, che d’improvviso scoprono, nella rivelazione della tragedia quotidiana, l’intuizione di una nuova verità, quella antionirica del risveglio.

L’omino nero (Swarzman) aveva da recuperare Gerusalemme e il padre, prima di lasciarsi dietro Atene. Dopo questo libro anche Mosca si sarebbe lasciato dietro, per abitare “l’entre-deux comme territoire”.

TAG: filosofi russi, Filosofia, male, Sestov
CAT: Filosofia

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