Nussbaum: importanza morale della nazione, aiuti all’esterno, asilo e migrazioni

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26 Settembre 2020

Qual è l’importanza morale della nazione? Ce lo spiega MARTHA NUSSBAUM nel suo ultimo saggio La tradizione cosmopolita. Un ideale nobile ma imperfetto, Edizioni Bocconi, Milano 2019. Un libro che parte da lontano, addirittura dal 2000, anno in cui la filosofa teneva delle letture presso l’Università di Yale. All’opera completa ella ha poi aggiunto negli anni dei capitoli su Grozio e su Smith.

Fonte fotografia: www.semcoop.com

 

Studiosa di caratura mondiale, al di sopra di ogni sospetto, la Nussbaum offre una lettura interessante sulla tematica in oggetto e, nella parte finale del libro, chiarisce il triplice modo in cui si presenta la superiorità morale delle nazioni. In primo luogo, esse sono veicoli dell’autonomia umana, secondariamente, esse sono i soggetti responsabili della legge verso la gente; infine, rappresentano le sedi in cui incanalare aiuti e risorse. Proprio in quest’ultima parte, la filosofa effettua una disamina dei problemi più vicini a noi in questa fase della storia.

La Nussbaum segue il ragionamento del giurista olandese Ugo Grozio (1583-1645) circa l’importanza della sovranità nazionale, in quanto, come lei argomenta, a fronte di una sfera internazionale che è sempre morale, ma non giuridica, occorre guardare con sospetto ad una cessione di sovranità nazionale.

Eric A. Posner, docente di diritto presso la University of Chicago Law School, ha tracciato un bilancio negativo degli accordi internazionali, che hanno avuto pochi risultati, smentendo, così, la visione ingenua dei primi internazionalisti che argomentavano a favore del diritto internazionale. La conclusione è che non è mai opportuno intervenire negli affari di una nazione sovrana. I documenti internazionali devono essere fonte di raccomandazioni da tradurre in politiche nazionali. La ratifica dei documenti internazionali serve, allora, a creare un forte senso di comunità. È interessante notare che a questo punto del suo ragionamento, Martha Nussbaum parli di come la rivoluzione femminista portò alla creazione della Cedaw (l’atto di nascita è nel 1979), cioè la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il grave difetto di questo convenzione è sempre stato il punto di vista spiccatamente maschilista, tant’è vero che anche ELEANOR ROOSEVELT aveva avvertito fin dagli inizi che dare alle donne una lobby separata e un documento separato erano un’arma a doppio taglio che rischiava di vanificare energie femminili altrimenti utilizzabili in altre sedi più inclusive. Ma d’altra parte, argomenta la filosofa americana, non c’è dubbio che anche le Nazioni Unite siano sempre state e siano ancora oggi un’istituzione profondamente patriarcale e ostile alla parità femminile.
Per quanto riguarda il discorso relativo agli aiuti ai Paesi dall’esterno, Nussbaum individua due modalità di intervento: o essi sono erogati da un paese sul proprio bilancio, oppure da individui ed in questo caso distribuiti tramite Ong. Quest’ultima modalità pone dei problemi di democrazia, perché se una Ong diventa troppo potente intacca la sovranità delle nazioni come accade per le aziende multinazionali. Senza contare il fatto che le Ong hanno spesso priorità settarie, perché esplicitamente legate a chiese o atte a finanziare atti di violenza contro altre fedi o altri gruppi, con una estrema difficoltà a tracciare il percorso del denaro e a dimostrare le finalità illecite che esse perseguono (come accade in India dove alcune fondazioni fanno affari con la destra Indù, la RSS).
Oggi, ribadisce la studiosa, ci sono prove evidenti che gli aiuti internazionali servono a poco o sono addirittura dannosi. ANGUS DEATON, premio Nobel per l’economia, dice che gli aiuti che partono da un Paese, autocratico o democratico che sia, vengono impiegati come il paese erogatore vuole. Inoltre, nel paese di arrivo, tale elargizione indebolisce la volontà politica di impegnarsi in prima persona per creare servizi utili alla collettività (Deaton può affermare questo sulla base di una ricerca empirica basata su una mole enorme di dati). In effetti, per Deaton gli aiuti funzionano davvero se mirati su di una specifica malattia. Insomma, se gli aiuti ricevuti non sono accompagnati da cambiamenti strutturali e istituzionali, la situazione non migliora realmente.
Nella società complessa nella quale oggi viviamo, la mente non può funzionare come nel passato, quando alcuni modi di ragionare erano sicuramente utili, ma oggi condurrebbero a dei clamorosi errori, cosa per altro bene evidenziata dallo psicologo DIETER DÖRNER nel suo libro The logic of Failure, dove lo studioso, dopo avere svolto simulazioni computerizzate sul processo decisionale dei soggetti coinvolti nei suoi esperimenti, afferma che individuare un solo problema alla volta non serve, occorre invece guardare all’insieme, alla complessità delle cose, proprio per evitare di concentrarsi su singoli aspetti delle questioni ed avere invece un approccio sistemico e coordinato. Ma per contribuire alla giustizia globale, dice Martha Nussbaum, ognuno di noi può metter in atto delle “best practice”, che vanno dalla redazione di studi e articoli alla partecipazione a movimenti intellettuali o politici.  Tra le azioni che possono promuovere la giustizia globale, la studiosa ricorda la Human Development and Capability Association, i cui membri provengono da ottanta paesi diversi e nel sostenere l’approccio alle capacità umane si fanno promotori dello sviluppo della persona, della sua felicità e quindi di un maggiore sviluppo della democrazia. O anche il movimento femminista internazionale, che ha ottenuto dei risultati attraverso i canali nazionali, ma sulla base di un metodo che, a livello centrale, implica il lavoro e la consultazione di migliaia di donne, mettendo i risultati ottenuti a disposizione di chiunque voglia utilizzarli.
Un altro problema riguarda l’asilo e le migrazioni. L’asilo, spiega la filosofa, implica una minaccia all’incolumità delle persone, legata a persecuzioni politiche, religiose, etniche o di genere. Le migrazioni richiamano scene di guerra, crimini e devastazioni da cui i migranti fuggono. Entrambi i fenomeni chiamano urgentemente in causa la dignità umana. Ora, Grozio affermava che il mondo è una casa comune e che l’idea di rispetto dell’umanità ci chiede di dedicare la massima attenzione a tali questioni. Le sue indicazioni, così preziose per l’epoca in cui furono elaborate, secondo la Nussbaum restano importanti ancora oggi. È utile, quindi, a suo avviso, basarci su elementi della tradizione, ma al contempo occorre accennare a ciò che resta da fare. Anche perché all’epoca di Grozio non esistevano delle distinzioni cruciali, come quelle tra migranti politici e migranti economici, tra migranti legali e migranti senza permesso, tra residenza permanente e cittadinanza. Tutte distinzioni sulle quali oggi esiste una vasta letteratura. Ora, dal momento che la tradizione difende con forza la nazione come sede dell’autonomia personale, va detto che le nazioni hanno il diritto di proteggere la propria sicurezza e la propria politica nazionale, senza per questo adottare politiche fobiche di esclusione. Ciò significa che: a) è ragionevole limitare il numero dei migranti accolti; b) chiunque chiede ospitalità deve rispettare le leggi di quella nazione; c) è altresì necessario limitare il numero degli immigrati in base alle possibilità di lavoro.
Tuttavia: a) il numero non va tenuto artificiosamente basso per due motivi: il primo è che i nuovi arrivati integrano il calo demografico; il secondo che danno un contributo alla cultura e alla stabilità del Paese ospitante; b) come sottolinea lo stesso Grozio, non vanno esclusi gruppi su base religiosa. Inoltre Grozio contempla il matrimonio come modalità di immigrazione legittima.
Per la Nussbaum non si possono far entrare immigrati per svolgere lavori che gli americani non vogliono più fare.
Nel complesso, la tradizione regge piuttosto bene alle sfide del mondo attuale, anche se presenta alcune lacune, senz’altro corregibili, sul versante della psicologia morale.
Per quanto riguarda il diritto internazionale, essa chiede:
–        di costituire un sistema di stati-nazione tenuto insieme da una morale internazionale e da leggi internazionali sancite all’interno di ogni nazione;
–        sull’aiuto materiale, la tradizione invita a non adottare atteggiamenti paternalistici e capire quanto possano effettivamente aiutare gli aiuti;
–        infine essa si rivela valida anche sul fronte dello spinoso e cruciale problema delle migrazioni, in particolare Grozio, la cui rilettura porta beneficio sulla tematica più controversa del nostro tempo.

TAG:
CAT: Filosofia, Geopolitica

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