1961-2021. Cosa rimane della banalità del male?

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11 Aprile 2021

L’11 aprile 1961 a Gerusalemme si svolgeva il processo ad Adolf Eichmann, il tecnocrate della Shoah. Colui che era incaricato di progettare nei dettagli e di realizzare con altrettanta precisione lo sterminio sistematico di milioni di Ebrei. Colui che prima di morire diceva che la sua soddisfazione più grande era stata proprio quella di compiere fino in fondo la strage che gli era stata ordinata. Invocando la morale kantiana, durante il processo che forse ebbe una copertura mediatica superiore a quello di Norimberga, l’accusato si disse semplice esecutore degli ordini di Hitler. La filosofa ebrea Hannah Arendt (sulla quale ho scritto a più riprese, ci sono i miei articoli reperibili in rete), inviata speciale al processo, com’è noto coniò la storica espressione sulla “banalità del male”.

C’era, cioè, una evidente sproporzione tra l’insignificanza del personaggio, un burocrate anonimo privo di pensiero critico, e l’atrocità dei crimini commessi. Eichmann non era né uno sciocco, né un mostro, né un esaltato. Ma una persona che aveva rinunciato a pensare.

Oggi si direbbe: “Le persone normali: le peggiori”.

A distanza di sessant’anni esatti da quella triste pagina della storia possiamo dire che la banalità del male sia stata estirpata dalla storia dell’uomo?

La risposta è tanto dolorosa quanto scontata: no.

Essa si aggira nelle menti e nel portamento di datori di lavoro arroganti e prevaricatori, di aspiranti statisti che non hanno la stoffa per essere tali, dei negazionisti del Covid, nell’immagine di una sedia negata alla Von Der Leyden durante un incontro tra capi di Stato.

Come scrive il giornalista Francesco Raparelli sul Manifesto:

Non è la nostra l’epoca dell’autoritarismo neoliberale, di Trump e di Bolsonaro, di Modi e di Orbán? Risentimento, rancore, egoismo e guerra tra poveri, razzismo: il catalogo è servito. 

Anche la filosofia e la sociologia fanno fatica a interrogarsi sul perché la mala pianta dell’uomo debba sempre prosperare nella sporcizia.

Raparelli ci offre un ritratto di Elena Pulcini, la filosofa gentile, docente all’Università di Firenze, che per anni ha studiato i temi della cura e della vulnerabilità umana, lasciando dei libri preziosi su queste tematiche. La Pulcini è scomparsa pochi giorni fa, uccisa dal Covid. Aveva 61 anni.

Anche lei era una filosofa, come la Arendt. Anche lei si interrogava sui misteri del cuore umano. Si era interrogata a lungo su questi nostri tempi tristi, scandagliando sentimenti di cui non è tanto scontato parlare, come ricorda sempre Raparelli, che esprime la sua tristezza e la sua rabbia per la scomparsa di questa grande intellettuale e grande donna:

Provo un dolore grande e molta rabbia.

Rabbia, perché intanto il Paese parla da mesi delle piste da sci, delle seconde case, dei viaggi all’estero, delle riaperture. Rabbia, perché ogni giorno in Italia, e da mesi, muoiono in media cinquecento donne e uomini. Rabbia, perché, nel caos delle autonomie regionali e del potere delle corporazioni, non è vero che i più fragili sono stati già vaccinati. Rabbia, perché ci voleva un piano straordinario di finanziamento della Sanità pubblica, invece continuano a fare affari i privati. Rabbia, soprattutto, perché il vaccino dovrebbe essere un bene comune, globale.

È un grande dolore la scomparsa di una filosofa gentile, che aveva il coraggio non scontato di pensare la solidarietà e l’amore per il mondo, quando lo sport praticato dai più è censire senza sosta il «male radicale», la paura che ci tiene assieme perché fonda il Leviatano. Che il dolore si trasformi in lotta, sempre; sono certo che Elena ne sarebbe felice.

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CAT: Filosofia, Storia

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