/CONFINI/ intervista a Paola Cominetta, fotografa

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28 Novembre 2020

per /CONFINI/ di Vera Pravda

 

 

Raccontaci di te: quali sono i campi che, per esperienza di vita o lavorativa ti sono più affini?

P.C: Sono una fotografa documentaria, una viaggiatrice, una lettrice, una donna curiosa. Sono un’insegnante di fotografia, ma mi occupo di formazione e comunicazione anche in modo più trasversale. Amo scrivere, ridere e fare sport. Ho un’indole avventurosa, ma adoro anche il divano col gatto sulla pancia.

Ho un’autentica passione per il libero pensiero in tutte le forme in cui esso si può esprimere e manifestare, passione che non ho mai smesso di coltivare, dalla mia laurea in filosofia a tutte le incursioni culturali ed esperienziali che ho fatto.

Sono una madre e una moglie e amo investire nelle relazioni umane. Sono attratta da ciò che mi corrisponde e che mi affina, tanto quanto da ciò che sento lontano e diverso da me. Sono andata in molte direzioni nella mia vita, eppure, crescendo, in questo errare comincio a scorgere un percorso unitario e portante.

 

 

Parlami del concetto di confine nella tua attività. Cosa significa ‘confine’ nel lavoro che fai?

P.C: Confine, per me, significa prima di tutto scambio. Avvicinarsi all’Altro e, attraverso questa alterità, comprendere chi si pensava di essere e non si è già più. Il confine è qualcosa di instabile, indefinibile e incerto. Può essere percepito come un limite, addirittura un urto, ma è sempre in certo modo valicabile e rigenerante.

Quest’idea mi conduce quando lavoro come documentarista: mi attrae ciò che non comprendo e l’avvicinarmi a questo orizzonte (che mi pare lontano) mi mette in movimento e mi fa sentire dove ero, cosa ho tradito di me e cosa vorrei.

Vale nella mia pratica fotografica che è relazione, conoscenza, contatto, senso. Qui significa portare a te la mia immaginazione – e vederla, per poi lasciare che emerga attraverso di me qualcosa che non è mio. Vale, poi, nel mio lavoro di insegnante, nel quale si tratta di stimolare, trasmettere, addirittura forgiare, ma, al contempo, accogliere, scoprire e lasciar fiorire. E’ un gioco dinamico impossibile, in cui il dare forma, strumenti, disciplinare sono attività che non devono mai vincolare troppo e devono, anzi, preludere successive e importanti trasgressioni.

Confine per me, significa, poi, superare: è uno slancio, un atto di fiducia, un desiderio forte e una volontà, un’idea di libertà. Un tempo mi sentivo sempre insoddisfatta, meno di quel che avrei voluto essere o fare, e questo mi creava molto disagio. Oggi ho compreso che questo aspetto di me non ha nulla a che vedere con la frustrazione: semplicemente, non voglio più essere conforme per sentirmi adatta o riconosciuta. E’ però difficile imparare a sostenere quotidianamente questa posizione, che è una ricerca e sfida costante, prima di tutto a praticare la propria autonomia nel mondo.

 

 

E nella vita privata quali sono i confini che senti maggiormente visibili?

P.C: I confini non devono essere sempre superati. Ho sempre amato andare oltre e andare via. Con la mia famiglia, invece, ho scoperto quale ricchezza rigogliosa ed inesauribile possa riservare il proprio giardino e quanto possa essere complesso il suo misterioso equilibrio. Non avrei mai pensato che il prendersi cura potesse essere tanto amabile e complicato, né che mi sarei potuta sentire così, come se questo fosse l’unico luogo dove voler stare sempre e sempre ritornare.

Ovviamente, questo è in conflitto con molte altre spinte o ambizioni della mia persona e molti aspetti della mia vita professionale. Queste contraddizioni sono difficili da conciliare, alle volte fanno sentire un po’ schizofrenici.

Certamente, una cosa che i miei figli e mio marito mi hanno insegnato, è che è bello stare, ma non è possibile. Tutto cambia, così velocemente che ti sembra sempre di non capire, di essere così impreparato, vulnerabile o d’essere rimasto indietro, di lato. Invece, vorresti solo avere già capito, aver già potuto, aver già anche detto. Non sei mai come avresti voluto fino in fondo, eppure quest’esperienza al limite ti fa capire quanto puoi tenerci, quanto puoi essere forte e quanto margine di miglioramento hai.

Inoltre, stare nel giardino ha il suo magnifico sapore e sprigiona la sua reale ricchezza se esso è inserito e comunica col mondo esterno. Altrimenti questo luogo diventa un rifugio malsano, un nascondiglio, una trappola che non ci permettere di crescere e diventare persone compiute a qualsiasi età della vita. Di questo sottile equilibrio tra interno ed esterno mi sono occupata in un progetto che ho fatto durante la prima quarantena che si intitola If I look at you while you are sleeping

 

Domani, 2020, ©Paola Cominetta

 

In questi giorni di ‘confino’ come è cambiata la tua percezione dei confini?

P.C: Essere rinchiusi coercitivamente mi ha dato la possibilità di riflettere molto su cosa significhi non esserlo. Che il mondo esterno dovesse cambiare regole, l’ho sempre pensato. Ma non ho mai percepito con questa forza alcune aberrazioni della società alle quali mi sono nel tempo passivamente adattata, e non ho mai capito quanto fosse importante per me intraprendere un percorso di lotta per alcuni cambiamenti in cui credo.

Fino all’anno scorso mi sentivo di voler proteggere il mio nucleo, il mio nido, la mia versione delle cose, la mia visione interiore. Pensavo che bastasse viversi con altri valori, farlo almeno nel proprio piccolo. Oggi penso che questa posizione debba essere oltrepassata. Trovare il proprio modo di fiorire in un contesto desertico è un’attitudine, ma può ribaltarsi nel suo più orribile opposto, che è abituarsi a ciò che non si vuole e farlo addirittura sorridendo.

 

 

Come pensi che cambieranno le nostre vite dopo questa esperienza? Quali saranno i nostri nuovi confini?

P.C: I confini sono anche le regole della nostra coabitazione umana, sono il sistema e le logiche nelle quali siamo nati e cresciuti, quelle che hanno formato il nostro modo di ragionare. Questo non significa che non possano essere rimesse in discussione, anche radicalmente. Sono anni che osservo l’evoluzione della nostra società e sono convinta che il Capitalismo, l’esplosiva accoppiata di Libero Mercato e Tecne, il nostro modo di abitare l’ambiente non siano più sostenibili. Il Coronavirus e la gestione di questa pandemia mostrano evidenti spunti a sostegno di questa tesi, per altro non solo mia.

Purtroppo, non penso che la prima esperienza della quarantena ci abbia fatto realmente riflettere su ciò. Alcuni hanno consapevolezza di queste tematiche, ma la maggior parte delle persone non vede, non vuole vedere, né, tanto meno, modificare le proprie abitudini e con esse molti desideri, tra l’altro, per lo più indotti o irriflessi.

Io non so, sinceramente, cosa si debba fare. Vorrei, però, che cominciassimo a parlare realmente di ciò che sta base di quasi tutte le problematiche che abbiamo nelle nostre vite quotidiane. Abbiamo poco tempo per invertire la rotta, stiamo avviandoci a passi lunghi e ben distesi verso l’estinzione della nostra specie, ma questo sembra non interessarci granché.

Spero che questa esperienza e le successive che probabilmente avremo riescano in qualche modo ad accelerare il processo che ci porterà ad avere una nuova visione di mondo. Vorrei che cominciassimo a sentirci tutti molto più coinvolti e indispensabili nell’intraprendere questa nuova avventura.

 


 

Paola Cominetta è una fotografa documentaria. Da qualche anno sta lavorando a un progetto a lungo termine sull’immaginazione soggettiva e collettiva del futuro dell’Umanità.
Attraverso le sue fotografie, ricerca e ritrae nel reale situazioni limite che rendano percepibili alcuni scenari possibili (per lo più distopici) del domani.

Dal 2005 ha lavorato come freelance pubblicando nell’editoria e realizzando campagne di comunicazione e raccolta fondi per associazioni no profit. Contemporaneamente ha lavorato anche come fotografa di eventi e di corporate.

Dal 2012 insegna presso Mohole – Accademia di formazione biennale di Fotografia Professionale.

www.paolacominetta.photoshelter.com

 



 

/CONFINI/

@Confiniartproject è un instaproject creato con i video inviati dalle persone durante l’emergenza #coronavirus

È un progetto di Vera Pravda in collaborazione con @viafarini_org per generare comunità culturali, stratificazione visiva, vicinanze virtuali in questo tempo sospeso.

Chi desidera può partecipare al progetto con uno o più immagini o video sui confini su www.confiniartproject.it o condividendo su instagram foto di libri sui confini con gli hashtags @confiniartproject e #confinibookchallenge

In affiancamento alla pagina Instagram, riportiamo qui highlights e approfondimenti.

 



 

Paola Cominetta su @confiniartproject

 

 

TAG: confini, ConfiniArtProject, coronavirus, Cultura, fotografia, futuro prossimo, intervista, limiti, lockdown, Paola Cominetta, Vera Pravda
CAT: Fotografia, società

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