Elogio delle frontiere

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20 Ottobre 2015

Non più nemici, non più frontiere: Sono i confini rosse bandiere.

(Bandiera rossa)

La più grande costruzione umana mai edificata sulla terra è la Muraglia cinese, secondo una leggenda metropolitana visibile anche a occhio nudo dalle navicelle spaziali. Il Vallum di Adriano, le mura serviane e aureliane sono invece testimonianza che per quanto forte fosse il potere espansivo di Roma in punta di gladio e ugualmente nota la sua propensione a inglobare i popoli con il diritto (vedi la politica della concessione della cittadinanza), altrettanto forte fu in diverse epoche della sua storia la necessità di difendersi dai nemici o di separarsi dai vicini. Col termine hostis peraltro si indicava sia il nemico quanto il forestiero.  (v. Cicerone, De officiis, 1,37: “Hostis enim apud maiorem nostros is dicebatur, quem nunc peregrinum dicimus”. “Presso i nostri antenati veniva detto nemico colui che oggi chiamiamo forestiero”).

Il muro più scandaloso e contraddittorio costruito in Europa, quello di Berlino caduto nell’89, fu edificato in una notte dal regime che aveva fatto dell’internazionalismo e della pace tra i popoli la propria ideologia ufficiale, ma che non esitò a separare i propri proletari  dagli altri pur ripetendo o cantando “proletari di tutto il mondo unitevi”. In tutt’altro versante, dopo aver con fervore preconizzato che “prima o poi tutti i muri crollano” il Papa andrà a rinchiudersi, verosimilmente controvoglia essendo uomo semplice, tra le solide e antichissime mura della città del Vaticano, dette Leonine, costruite in un’epoca in cui c’era ragione di innalzarle visto che priva di esse Roma era stata devastata. Mura  presidiate oggi con realismo, come tutte le frontiere, da guardie svizzere.

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C’è da supporre infine che anche i sostenitori più accorati del pensiero internazionale che auspica l’abbattimento di tutte le frontiere, una volta ritiratisi a casa la sera dopo le dure battaglie internazionaliste e mondialiste, provvederanno a chiudervisi a chiave: ponendo un’invalicabile frontiera domestica tra il dentro e il fuori.

Per quanto l’amicizia tra i popoli sia particolarmente perorata dalle migliori coscienze e per quanto forte sia l’impulso a “incrociarsi” tra la gente comune di buona volontà, altrettanto forte, e fino ad ora più forte, si è manifestata la pulsione a separarsi. I muri eretti da ogni ideologia, sia politica che religiosa stanno lì a dimostrarlo.

Ma i muri non sono le frontiere, non lo sono ancora o non lo sono più o lo sono solo talvolta. I muri perlopiù sono eretti, sia negli intervalli lunghi della storia, sia nella fretta di una notte, per separarsi nettamente. Molti sono dei bastioni fortificati, e c’erano bastioni, seppur al largo di Orione, perfino nello spazio ucronico e utopico di “Blade runner”. I muri sono eretti contro l’hostis di Cicerone; essi dicono solidamente e arcignamente un non prevalebunt netto come quello dei cattolici romani contro le forze degli Inferi.  Le frontiere invece sono un atto intellettuale e morale, spesso un segno invisibile (soprattutto sulle nevi delle Alpi), neanche olfattivo come quello degli animali i quali separano il proprio territorio da quello degli altri spargendo liquidi corporei. Le frontiere sono segni demarcatori nell’indistinto geografico. Ma là dove è possibile, in fondo alle strade o nei valichi, la frontiera, questo  muro ideale, si apre o si chiude. Le frontiere  hanno l’entranta e/o l’uscita nella medesima porta avendo la doppia funzione, come la faccia bifronte di Giano e non dicono un no a tutti come i muri, dicono: questi sì e questi no. Il muro interdice il passaggio, la frontiera lo regola. È un filtro. Il regno dei passaporti, dei visti, dei bolli, in cui è la statualità, prima che il popolo-nazione, a celebrare i suoi trionfi. Era compito dei re (rex)  che ne hanno preso il nome  quello, propriamente sacerdotale, di regere fines, mantenere i confini.

Le notizie recenti di cronaca ci narrano dell’erezione di muri, ma è la recente storia che ci informa che sono le frontiere che si sono moltiplicate a dismisura negli ultimi 50 anni: ai nostri giorni  praticamente, non ai tempi della pace di Westfalia che chiuse la guerra dei Trent’anni o al termine di quelle paci e di quelle guerre di Successione che nel ‘700 si combatterono e si conclusero spostando e rispostando i confini di qua e di là forsennatamente. Ben ventisettemila chilometri di nuove frontiere sono stati tracciati dopo il 1991 specialmente in Europa e in Eurasia. E nuovi muri si alzano in ogni dove. Solo tra il 2009 e il 2010 lo studioso di geopolitica Michel Foucher ha calcolato ventisei casi di conflitti transfrontalieri gravi.  «Per quanto fossile osceno, la frontiera si agita come un diavoletto. Fa la linguaccia a Google Earth e appicca il fuoco alle pianure – Balcani, Asia Centrale, Corno d’Africa fino al pacifico Belgio. (…) Lo spirito del “mio cantone” ha rimpiazzato “viva la città-mondo». (Régis Debray, vedi più avanti)

Le frontiere oltre che stati o nazioni recintano identità. Ma oggi, ogni riflesso identitario appare  braccato, snidato e giustiziato sul posto. E tuttavia, benché gli antropologi come Francesco Remotti si affannino a negare, perfino ontologicamente,  ogni identità, benché cooperanti di buona volontà e in favore di telecamera, attrici di successo, globtrotter internazionali e habitués di quei non-luoghi che sono gli aeroporti internazionali ci raccontino delizie del mondo oltremare, benché gli agenti dell’inflessibile pensiero internazionale accorrano a biasimare o scoraggiare intellettualmente ogni distinguo, ogni remora, ogni dubbio, ebbene, i popoli continuano a voler andare ostinatamente per conto proprio. Vogliono le frontiere. La storia recente indubitabilmente ci dice questo e forse, c’è da supporre, ce lo continuerà a dire in futuro.

Di contro c’è un pensiero internazionale espresso da minoranze intellettuali fortissime che non solo dà per scontata o inevitabile la società multicuturale, multireligiosa, multietnica: la preconizza, la perora, la invoca, la impone. Domani, oggi, adesso. A quale modello funzionante e soddisfacente si ispirano questi ottimisti “senza frontiere”? Forse a quello irlandese? dove, pur essendo bianchi di carnagione, con le efelidi,  e rossicci di capelli sia gli irlandesi che gli inglesi, per quattrocento anni si sono dati botte da orbi sul filo dei sacramenti? O forse a quello della ex Jugoslavia che pure già l’aveva ma l’ha nettamente rifiutata la sua società multicuturale, multireligiosa, multietnica? Già, perché quand’essa  venne pensata da bravi poeti e pensatori idealisti e panslavisti  sul filo dell’idea sublime e commuovente di riunire tutti gli slavi del Sud dentro un’unica frontiera  e venne poi nei fatti aggregata prima dalla monarchia e poi con la forza bruta del socialismo quasi-reale  di Tito, ebbene, fu  poi la storia a preoccuparsi decenni dopo, previo immane spargimento di sangue di innocenti, a decretare che il progetto era tanto bello quanto sballato. Non funzionante. E i popoli ex-jugoslavi misero subito delle frontiere tra di loro, tuttora traballanti e guardate a vista da forze militari ONU.

E i cecoslovacchi che credevamo  nella nostra fanciullezza un unico popolo vivente in un paese unito? Ebbene  si scissero consensualmente nel 1992 tra Cechi e Slovacchi pur parlando una lingua quasi simile, uno slavo traslitterato in caratteri latini, e non avendo apparenti ragioni di insanabile conflitto. Per non dire degli ucraini che mai nella nostra inconsapevolezza e ignoranza avremmo pensato non fossero russi, o russificati o sovietizzati nel frattempo pur avendo dato i natali alla Santa Russia nientedimeno, e a ucraini come Gogol e Kruscev che si esprimevano in russo. No, non vogliono stare con i russi gli ucraini. Bisognerà convincerli a spezzare questa nuova frontiera che prima del 1990 non c’era?

E gli eroici Curdi? Curdo era il “feroce Saladino” che noi, sciocchi, indistintamente pensavamo solo “arabo” e sicuramente islamico se combatté contro Riccardo Cuor di Leone. Ebbene, i curdi si ostinano, nonostante le speranze e i voti di chi vuole rompere ogni frontiera, a non voler stare con i turchi, gli iracheni, gli iraniani e i siriani, tutti islamici come loro. E poi ci sono nel vasto mondo tutti i popoli che si separano e si sparano tra le incerte frontiere: gli etiopi e gli eritrei, gli hutu e i tutsi – il più grande genocidio su base etnica dell’epoca moderna quello che li vide in conflitto tra loro nel 1994, quasi un milione di morti.

Se e quando cambierà questo orientamento divisivo e con quali rischi o opportunità per l’umanità avverrà l’auspicata caduta di ogni muro e di ogni frontiera nel mondo irenistico di domani, è argomento che ci passa davanti agli occhi tutti i giorni in questi anni di rimescolamento delle genti soprattutto in Europa, ponendoci interrogativi cui nessuno per adesso sa rispondere. Si potrà nutrire tuttavia qualche timore? Penoso è certamente il mondo in cui viviamo, sarà forse meglio quello che immaginiamo, senza un dentro e senza un fuori?

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Sul filo di queste riflessioni mi sono venuti incontro due saggi. Ne riporterò degli appunti in forma slegata, velocemente.

Il primo m’è giunto per caso. Ho cercato il libro di Franco Cassano Il pensiero meridiano (1996) credendo di trovarvi ragionamenti sul Mezzogiorno e mi sono trovato davanti a una raccolta di saggi non del tutto omogenei dal punto di vista tematico tra i quali questo “Pensare la frontiera”. È un saggetto di 15 pagine. Prelevo qualche passo per avere l’idea dell’argomentazione.

“Sul confine, sul limite ognuno di noi termina e viene determinato, acquista la sua forma, accetta il suo essere limitato da qualcosa d’altro che ovviamente è anch’esso limitato da noi. Il termine de-termina e il con-fine de-finisce. Questa reciprocità del finire, questo terminarsi addosso è inevitabile e incurabile. Il sospetto che il limite sia ingiusto o che tale venga ritenuto dall’altro è inseparabile da questo determinarsi a vicenda, da questo nostro finire dove l’altro comincia”. (corsivi dell’autore)

«Il sogno dell’abolizione delle frontiere è molto lontano da qualcosa che rassomigli ad una sua realizzazione: i giovani curdi perseguitati da tre stati non sognano di superare ogni frontiera ma di aggiungere a quelle esistenti quella del loro stato nazionale».

«La strategia più efficace per indebolire la divisione che viene dai confini non è certo quella della loro abolizione per decreto. L’universalismo sogna un mondo senza confini, ma spesso la sua fiducia nelle proprie buone ragioni lo conduce a creare nuovi confini, diversi e più forti di quelli aboliti. Il sogno comunista pensava ad un mondo senza frontiere, ma questo mondo si doveva corazzare a Berlino con un muro alto sei metri e all’interno con il ferro spinato dei gulag».

È vero, aggiunge Cassano, le frontiere oggi vengono scavalcate sia dai  mercati che dai media. I mercanti furono i primi a infrangere le frontiere . «La differenza tra il tempo della Chiesa e quello del mercante non consiste solo nell’affermarsi della calcolabilità universale ma anche e soprattutto nel  presupposto: la universale fungibilità. Laddove il tempo e lo spazio della Chiesa sono fondati sulla discontinuità e sulla irriducibilità qualitativa dei tempi e dei luoghi, il denaro fa solo differenza di prezzo. Esso relazione perché relativizza, rende tutto veniale e tutto venale».

«Il diritto di proprietà (ius exludendi omnes) non è anch’esso un insieme di frontiere tanto meglio protette quanto più grandi sono le ricchezze a cui interdicono l’accesso?»

«La libertà e lo sradicamento si scoprono fratelli, nati dall’unica spinta che ha separato l’uomo dai suoi legami». Ma non tutti reggono bene allo sradicamento. Ci sono i cosmopoliti, (secondo Merton) coloro che sono meno attaccati ad una comunità perché « sono consapevoli di poter fare carriera in altre comunità». Ma dall’altra ci sono i born to lose «per costoro lo sradicamento prevale sulla libertà in quanto quest’ultima si traduce in un’esposizione dura e feroce alla contingenza del mondo». La libertà produce lo sradicamento che a sua volta genera la richiesta di protezione. Una volta era lo Stato sociale a offrire questa protezione, oggi sembra «che quella strada non possa più essere battuta e si ritorna a sentire il fascino delle vecchie protezioni, quelle fondate sull’appartenenza etnica o religiosa».

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Il secondo saggio è l’ebook di Régis Debray  Éloge des frontières (2013). I lettori giovanissimi non sapranno nemmeno chi è Debray. Ma un giro in rete li ragguaglierà sullo statuto di “intellettuale rivoluzionario” che egli ebbe da giovanissimo. Fu sodale di Fidel Castro, Salvador Allende, Che Guevara, nella cui morte è implicato secondo alcuni in una maniera torbida che qui non è il caso di esaminare. Basta solo ricordare ai fini del nostro discorso che “La frontière” è la sua prima opera (1967). Fedeltà sicuramente a un termine, non so se a una tematica (non ho potuto leggere quella prima prova).

In questo “Elogio” Debray si muove controcorrente rispetto al pensiero dominante della sinistra a cui francamente non so se appartenga più. Avrà forse oltrepassato anche lui la sua frontiera intellettuale.  Debray scrive un libro à rebrousse-poil secondo le sue stesse parole, a contropelo, cercando di «celebrare ciò che gli altri deplorano»: la frontiera. Vorrei solo sottolineare che il suo discorrere trova spesso punti consonanti e talvolta coincidenti in maniera speculare con quello di Cassano, che precedono di un quindicennio circa. Mentre quello dell’italiano si avvale dello stile retorico, acuto e finemente  argomentato del saggista alto di gamma, Debray ha l’andamento della forte tradizione pamphletaire tipica della Francia di Voltaire, dove il libello (pamphlet) come strumento di attacco e di stile ha trovato la sua patria di nascita e di elezione e il suo preciso codice retorico, talvolta impareggiabile e sconosciuto da noi, quanto a eleganza della parola e snellezza nervosa del periodare.

Il suo riferimento polemico sono i “senza frontiere”,  gli agenti del pensiero internazionale, quelli che parlano globish una lingua che dell’inglese non  ha che il nome. Sono i cosmopoliti cui alludeva Cassano, che secondo Debray « accarezzano un pianeta liscio, sbarazzatosi dell’altro, senza  scontri, restituito alla sua innocenza, alla sua pace del primo mattino, simile alla tunica senza cuciture di Cristo. Una terra liftata, senza cicatrici, da dove il male è miracolosamente scomparso». Ci sono degli stolti che fanno la previsione di un pianeta hub, vasto aeroporto senza popoli da interconnettere (…) con dei bipedi plananti che non avrebbero più bisogno di poggiare i piedi da qualche parte. Un consumatore teletrasportato,  un’aereo-città delle dimensioni del globo».

La stessa creazione è iniziata con un atto di separazione. Dio come un diavoletto (diabolon, il contrario di symbolon in greco, significa il divisore, colui che separa) disgiunge ciò che era congiunto «Stacca una forma dal fondo per dare figura all’indifferenziato». Stabilisce dei confini. Peraltro in tema di religione «sono sempre i preti che fissano le frontiere». Il papa stesso nel 1494 con il trattato di Tordesillas divise le colonie spagnole da quelle portoghesi. Delimitare i confini è un atto prima che politico, religioso. Romolo prende un aratro e traccia il pomerium, il confine sacro del Palatino. Il termine stesso sacro deriva dal latino “sancire”, delimitare, contornare, interdire. E il termine templum tempio deriva dal greco temnein, ossia tagliare. Ciò che sta davanti alla cinta sacra è pro-fanum, uno stigma spaziale prima che morale o religioso.

Il limen romano da dove il nostro “limite”, “liminare” e “preliminare” è «ad un tempo sia il suolo che la barriera, come limes è sia il cammino che il limite.Giano, il dio del passaggio ha due facce». Oggi “sacralizzare” un luogo  in cui tutto sembra sconsacrato significa «mettere uno stock di memorie al riparo. Salvaguardare l’eccezione di un luogo, e attraverso esso, la singolarità di un popolo. Rinchiudere in un angolo di  non scambiabilità,  nella società dell’interscambiabile, una forma atemporale in un tempo volatile, un “senza prezzo” nella società del” tutto-merce”». Come si fa con il nostro corpo, chiuso in quel confine naturale che è la pelle, che separa l’interno dall’esterno. «La sacralità accordata al nostro corpo gli impedisce di diventare una cosa, un prodotto come un altro. E di mettere all’asta, reni e fegato su un biomercato speculativo, per il trapianto d’organi al miglior offerente».

Ci  sono quelli che magnificano la forza delle reti.  Certo: «che sia utile di mettere il mondo in rete non significa che io possa abitare questa rete come un mondo». La connessione non fa convivenza; il connettivo non è il collettivo. «Una persona morale ha un perimetro o non è». «Il cybercittadino non ritroverà la sua fecondità, senza ritrovare, in qualche modo, l’immaginazione, l’impazienza, l’emozione della frontiera.Quella che fa venire i brividi il levare delle tende al teatro, che non si attraversa se non con una leggera strizza al cuore, sotto lo sguardo falsamente distratto del doganiere. Quella che deve attraversare ogni ricerca spirituale, senza la quale non c’è educazione sentimentale. Quella che autorizza una giusta (dunque) limitata stima di sé».

Ma c’è un contraccolpo all’accelerazione dei processi di uniformità prodotti dalla rete.  Il desiderio, l’ansia della diversità. «Non si è mai parlato tanto di biodiversità che dopo il trionfo dell’uniforme». «Quando non si sa più chi si è si sta male con il mondo e soprattutto con se stessi».

Quanto all’identità culturale Debray trova queste parole: «Il tratto culturale (…) attraversa il tempo. Quando ha eletto il domicilio da qualche parte, che si tratti di una scrittura, di un sistema di parentela, di un modo di vita o di una maniera di stare a tavola, lì resta».

Mentre l’economia si globalizza e la politica si provincializza le connessioni tra gli individui diventano planetarie. «Con il GPS e Internet, gli antipodi diventano il mio vicinato, ma i vicini della township tirano fuori i coltelli e si sbudellano alla meglio maniera». «È il grande scarto. Raramente s’è visto nella storia lunga della credulità occidentale, un simile iato tra il nostro stato d’animo e lo stato delle cose. Tra ciò che riteniamo auspicabile e ciò che è. Tra ciò che si dice nell’Internazionale universitaria dei pensatori euro-americani, flebile sostituto delle Internazionali operaie sparite, e ciò che si abbatte sulla scena planetaria». Contro questo pensiero dominante ed egemone nella coscienza dei dotti che molto condiziona quella degli indotti Debray propone con Verdi “Tornate all’antico, sarà un progresso!”. « A un’assurdità molto necessaria e insormontabile che ha nome frontiera».

Ma anche l’Europa, un’anonima Euroland, capitale Bruxelles, ha ufficialmente ripudiato  l’antico  “concerto delle nazioni”. E allora « ci si stupisce che il Greco non somigli allo Svedese, il Lituano all’Italiano (…) Rinunciare a se stessi è uno sforzo vano: per oltrepassarsi è meglio cominciare ad assumersi». L’Europa ha mancato di prendere forma e ha finito per esalare l’anima.

Chiudo questa rassegna di appunti con la frase iniziale messa in esergo da Debray al suo saggio. È un passo di Ludwig Feurbach preso dal Contributo alla critica della filosofia di Hegel. «Il Dio Termine si erge all’entrata del mondo. Autolimitazione: tale è la condizione di entrata. Niente si realizza senza realizzarsi come un essere determinato.La specie nella sua pienezza incarnandosi in una individualità unica sarà un miracolo assoluto, una soppressione arbitraria di tutte le leggi, di tutti i principi della realtà. Sarà in effetti la fine del mondo».

 

TAG: Franco Cassano, frontiere, Régis Debray
CAT: Geopolitica

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