Incontro tra Mattarella e Pahor a Trieste, alla ricerca di una memoria condivisa

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12 Luglio 2020

Quando la storica ed accademica francese Christine Cadot afferma che l’Europa ha bisogno di recuperare le proprie comuni memorie di guerra e sofferenza e di ragionare insieme sul proprio terreno identitario, lo afferma per evitare che la memoria diventi feticcio ideologico, scatola vuota da riempire di significati politici da usare e strumentalizzare ad arte in tempi di nazionalismi imperanti.

Ed è proprio all’insegna della riconciliazione e della collaborazione in prospettiva futura che anima l’incontro tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il Presidente sloveno, Borut Pahor (13 luglio 2020).

Un atto simbolico di grande significato, che cade nel centenario dell’avvento del fascismo in Slovenia, con la presa della Casa del Popolo sloveno, a Trieste.

Come afferma lo storico Giovanni De Luna, la costruzione dell’Europa non può esaurirsi nella creazione della moneta unica e delle ragioni di mercato, ma ha bisogno di una religione civile che si alimenta della memoria comune, fatta delle ferite che il ‘900 ha lasciato ai popoli, portando dietro di sé un diffuso desiderio di pace.

La visita del 13 luglio 2020, come riportano alcuni organi di informazione, è stata salutata con soddisfazione dalle Associazioni degli esuli, che hanno parlato di “reciproco riconoscimento delle sofferenze che hanno colpito le terre dell’Adriatico orientale nella prima metà del secolo scorso”. Il clou della visita è la restituzione del Narodni dom (Casa del popolo) l’edificio della comunità slovena dato alle fiamme dai fascisti cento anni fa, e insieme anche l’occasione per rendere omaggio al monumento nazionale della Foiba di Basovizza.

Come dire, un rifiuto comune dei totalitarismi, che siano essi di destra o di sinistra.

Il palazzo in questione oggi ospita l’Università di Trieste ed all’epoca dei fatti era sede dell’ Hotel Balkan e del Narodni Dom.

Il racconto dell’assalto alla Casa del Popolo è stato oggi ricostruito nei minimi dettagli.  Sulla pubblica piazza il leader del fascismo triestino Francesco Giunta tenne un comizio di fuoco incitando ad arte gli astanti all’odio xenofobo, “per la salvezza dell’Italia”, e cioè ad usare i pugnali verso “i mestatori jugoslavi, i vigliacchi”. La folla infuriata appiccò l’incendio alla Casa del Popolo e gli sloveni divennero il capro espiatorio all’interno di un quadro fatto di disprezzo e odio verso lo straniero. Vi furono assalti a negozi gestiti da sloveni ed a sedi di organizzazioni slave e socialiste. La notte dei cristalli triestina. Vale a dire lo sradicamento di qualsiasi tentativo di integrazione tra due popoli e varie comunità (italiana, croata e slovena) che da sempre si erano ritrovate nel cosmopolitismo di Trieste. Il tutto con la complicità delle forze dell’ordine, che anzi favorirono la violenza squadrista.  E all’interno di uno scenario xenofobo che anticipava le leggi razziali del 1938 e che era alimentato dal malessere economico e sociale che Trieste stava vivendo dal primo dopoguerra, dietro la sua facciata di mondanità.

La violenza, la xenofobia, l’aggressività alimentavano il triste fenomeno dello squadrismo. Su questi temi dopo un secolo occorre riflettere ancora, anche per testare la capacità degli Stati di reagire a certe derive e garantire al loro interno la tenuta della democrazia.

I dissensi rispetto a questa decisione comunque non mancano. Il giornale il Friuli riporta la dichiarazione dei senatori dei FdI Ciriani e Rauti, che dicono: «La concessione causerà un esborso di oltre 10 milioni di euro e vede, oltre alla nostra, l’opposizione di gran parte della popolazione triestina e delle associazioni degli esuli visto che alla minoranza slovena sono stati concessi, negli anni scorsi, numerosi immobili a Trieste tra cui, come risarcimento diretto per il palazzo dov’era il Narodni Dom, il Teatro Stabile Sloveno di via Petronio. Ora ci auguriamo che la notizia della visita del presidente sloveno presso il Monumento Nazionale della Foiba di Basovizza per commemorare i morti italiani nelle foibe e la tragedia dell’esodo, evento mai accaduto prima, renda possibile affrontare in un clima più disteso e costruttivo le tante questioni ancora aperte e soprattutto consentire che i diritti degli esuli e dei loro discendenti, finora negati, possano trovare il loro giusto e meritato riconoscimento».

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CAT: Geopolitica

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