La rabbia di Ursula e una lettura “da sinistra” sul Sofagate…

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30 Aprile 2021

«È il 7 aprile 2021, non piove su Ankara. Tuttavia, la storia non dice se il tempo era limpido, se il sole era luminoso o se il cielo era grigiastro. Inoltre, in tutti gli articoli che ho letto, il tempo non è mai stato menzionato. Forse era mattina, Erdogan aveva appena finito di digerire il suo toast e il suo grande bicchiere di succo d’arancia fornendogli l’energia necessaria per essere un grande leader. (…)

Ma dobbiamo parlare di interior design. In effetti, la disposizione dei mobili è un personaggio a se stesso in questo dramma. Il set è stato organizzato come segue: due divani e due poltrone disposte in mezza piazza per consentire la produzione delle fotografie e le riprese dei report. I due divani si affrontano; le due sedie sono dalla stessa parte e affrontano i giornalisti. A terra, un tappeto gigantesco. Le poltrone sono dorati, decorate con modanature e rivestite da un elegante tessuto damascato. I divani sono di uno stile più moderno. Sembrano brillare, sicuramente coperti di seta – nessuna possibilità che questa sia viscosa. Sul muro, ci sono grandi dipinti con cornici dorato. Si può vedere un enorme ritratto di Ataturk. Dietro le sedie ci sono due bandiere: quella dell’Unione europea e quella della Turchia.

Andiamo alla tragedia stessa. Tutto è successo molto rapidamente. I tre protagonisti entrano nella stanza, tutti indossando maschere. Sembrano solenni sui grandi momenti. Improvvisamente, Ursula von der Leyen si rende conto che ci sono solo due sedie di fronte ai giornalisti. Charles Michel e Recep Tayyip Erdogan si sistemano lì. Ne consegue un momento di galleggiamento, quando il presidente della Commissione europea resta in piedi e interdetto, lanciando all’attenzione degli altri due uomini diversi “hum” di incomprensione. Dov’era la sua sedia? Qualcuno poi gli dice che il suo posto è sul divano, disposto di lato, formando un angolo retto con i giornalisti. Siede lì, contenendo visibilmente la sua rabbia per essere stata relegata in seconda fila del protocollo, nello stesso posto del ministro degli Esteri turco, Mevlut ‘Avu-o’lu, seduto di fronte a lei. scandalo! Un oltraggio intergalattico si è appena svolto davanti ai nostri occhi di semplici mortali. È Sofagate».

A descrivere nei minimi dettagli la vicenda del terribile evento geopolitico che si è svolto attorno a due leader europei, il presidente turco e un divano, è l’editorialista di Trou Noir Ignace Fambeaux, che tra un momento vi diremo come conclude la sua analisi.

Pochissimi giorni fa la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen ha commentato il sofa-gate di Ankara durante un dibattito all’Europarlamento sulla Turchia: «Sono la prima donna presidente della Commissione Europea ed è così che mi aspettavo di essere trattata, quando due settimane fa sono stata in Turchia. Ma così non è stato. E non trovo nessuna giustificazione, se non il fatto che io sia una donna».

Non nasconde la sua amarezza e lo fa con toni duri, schietti e indignati.

Raccoglie l’universale simpatia e mette ancora di più in luce la pochezza intellettuale ed etica dei suoi interlocutori.

Tutti l’hanno messa sul piano del becero sessismo che va tanto di moda da quelle parti. Della serie: Erdogan ha voluto dare sì un chiaro messaggio all’Europa, in nome di una presunta superiorità culturale che da sempre accompagna il suo popolo che ha dei problemi a fare pace con la sua storia, ma ha anche voluto dire alle donne turche: «Pensate di alzare la testa con me»?

Ma come commenta l’accaduto Fambeaux? Con un’analisi fuori dal coro. Discutibile quanto volete, ma acuta e intelligente.

Fambeaux scrive:

«Molti hanno semplicemente analizzato questo dramma come un grossolano sessismo da parte di Erdogan. (…) Eppure il caso è molto più oscuro. (…)

«Mi sono sentita ferita e sola» ha detto Ursula von der Leyen il 26 aprile, guardando indietro all’incidente. «Il rispetto dei diritti delle donne deve essere un prerequisito per la ripresa del dialogo con la Turchia, ma è lungi dall’essere l’unico prerequisito». Qualunque cosa sia accaduta, il Presidente della Commissione europea ha quindi utilizzato superbamente questo caso in modo che possa essere interpretato solo in termini di sessismo, spacciandosi per la povera vittima innocente di un terribile musulmano patriarcale, nascondendo così le reali relazioni delle forze geopolitiche che erano all’opera. Lungi da me difendere Erdogan e la sua politica ultralegata, ma non si può dire che si trovasse in una posizione forte in questa riunione, se confrontiamo il peso politico che hanno rispettivamente l’Unione europea e la Turchia.

Così, il Presidente della Commissione europea ci ha servito un bellissimo momento di nazional-femminismo. Secondo la ricercatrice americana Sara R. Farris, all’origine del concetto, si tratta di un femminismo di destra usato dalle autorità per giustificare posizioni xenofobe o nazionaliste, in nome dei diritti delle donne. In effetti, secondo l’interpretazione data dal leader dell’incidente, è ovvio che si è verificato perché il Presidente turco è profondamente sessista al punto da perdere tutta l’intelligenza diplomatica. Si dà il bellissimo ruolo di difensore dei diritti delle donne contro i musulmani necessariamente retrogradi. Le corde sono grandi, ma la comunicazione è efficace.

Inoltre, Ursula von der Leyen è il degno rappresentante di un femminismo per le donne potenti. Le donne devono poter essere politiche squallide, umane brutali, industriali egoisti o senza legge come possono essere gli uomini. Devono avere un posto nell’élite mondiale, essere in grado di fare brutali negoziati geopolitici e, come uomo, non possono sopportare di essere ostacolati dal corretto funzionamento del loro potere. Una donna potente deve essere trattata come un uomo potente e una povera donna con lo stesso disprezzo di un povero. Von der Leyen è quindi una di quelle donne che, come gli uomini, partecipano ogni giorno alla creazione di un mondo un pò più schifoso, più capitalista, più inquinato, più razzista, più brutale, più iniquo, dipingerlo come un progresso per l’uguaglianza e il femminismo.

Non lasciamoci guidare da questa propaganda. A questo femminismo liberale e nazionalista (il cui miglior rappresentante in Francia è Marlène Schiappa), dobbiamo opporci con un femminismo decisamente comunista, che ritiene che la lotta per l’emancipazione di tutte le donne non sia compatibile con il principio della valutazione capitalista che guida il mondo, né con il mondo politico che ne è garante ed esecutore. Se possiamo rallegrarci del fatto che le idee femministe abbiano infuso così tanto in tutta la società, non siamo complici di persone potenti che le afferrano (come ad esempio l’ecologia o la lotta contro l’omofobia) per usarle contro di noi, facendoci credere a qualsiasi cosa».

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CAT: Geopolitica

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