Il killer del giudice Livatino percepiva il reddito di cittadinanza

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19 Novembre 2020

E’ stato l’esecutore dell’assassinio del giudice siciliano Rosario Livatino ed era diventato percettore del reddito di cittadinanza in maniera indebita. Ecco l’ennesima stortura all’italiana, frutto di una politica che invece di offrire occasioni di lavoro e di riscatto la butta sull’assistenzialismo, per dirla in maniera elegante.

Ora un’operazione delle Fiamme Gialle porta alla luce questa ennesima stortura, questo ennesimo schiaffo in faccia alle persone oneste ed anche alla memoria del “giudice ragazzino”, morto ad Agrigento in un agguato di mafia il 21 settembre 1990, perché faceva il proprio lavoro con coscienza. Perché faceva rispettare la legge. Ora, non voglio tanto soffermarmi sulla notizia che ha già fatto il giro dei social e dei portali di informazione, bensì ricordarvi chi era Rosario Livatino.

Giusto per sottolineare in quanti madornali sbagli questa smania di equa redistribuzione delle risorse e cura delle fasce più deboli stia facendo incappare certe politiche governative. Giusto per ricordarvi che per alcuni individui non c’è mai speranza di redenzione e che la mala pianta purtroppo non muore mai. Ma anche che per fortuna su questa miseria umana risplende la vita e l’esempio di un giovane che ha dato tutto per la giustizia.

Rosario Livatino nasce a Canicattì il 3 ottobre 1952. Da Canicattì tutte le mattine raggiungeva la sede del Tribunale, ad Agrigento, una manciata di chilometri percorsi in automobile. Prima di entrare in ufficio, la visita puntuale alla chiesa di S. Giuseppe, vicino al Palazzo di Giustizia, dove si fermava a pregare. Lo ricorda bene mons. Giuseppe Di Marco, vicario diocesano, allora parroco, che molte volte si era domandato chi fosse quel giovane così raccolto, concentrato nelle sue preghiere. “Non sapevo chi fosse, avevo solo capito che era un magistrato… Rimaneva per un po’ e poi se ne andava in silenzio. Solo dopo la tragedia, quando ho visto la sua foto sul giornale, ho capito chi era”.I casi più difficili del suo lavoro di giudice, Rosario li risolveva lì, ai piedi dell’altare, la mattina prima di entrare in Tribunale. Lì Saro invocava l’assistenza dello Spirito Santo per poter giudicare con retto giudizio, per scegliere ciò che era meglio da farsi “e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare…”. Si occupò delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche (nell’85) di quella che poi negli anni ’90 sarebbe scoppiata come la “Tangentopoli siciliana”. Fu proprio Rosario Livatino, assieme ad altri colleghi, ad interrogare per primo un ministro dello Stato.

L’Italia lo conobbe dalle pagine dei giornali soltanto all’indomani della sua morte, avvenuta il 21 settembre 1990, mentre percorreva la statale 640 per recarsi ai lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Un commando composto da quattro uomini lo speronò mentre si trovava a bordo della sua vecchia Ford Fiesta e poi lo freddò a colpi di pistola mentre cercava di darsi ad una fuga disperata fra i campi.

Dopo il barbaro assassinio, la sua figura ha cominciato a distinguersi nell’immaginario di chi vive nell’Italia di oggi ma ne sogna una diversa. Un servitore dello Stato. “Un martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede…”, ha detto di lui Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio del 1993.

Dal 1993 il vescovo di Agrigento ha incaricato Ida Abate, che del giudice fu insegnante, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione. Una signora, Elena Valdetara, afferma di essere stata guarita da una grave forma di leucemia, grazie all’intervento del giudice che le sarebbe apparso in sogno, in abiti sacerdotali, spronandola a trovare in sé stessa la forza per superare la malattia.

Il processo di beatificazione del giudice Rosario Livatino si è aperto ufficialmente il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico di Canicattì. Tra i 45 testimoni nella fase diocesana, della santità di vita del “giudice ragazzino”, vi è stato anche  uno dei quattro killer mafiosi del giudice, intervistato in carcere dal giornalista canicattinese Fabio Marchese Ragona per il settimanale Panorama nel dicembre 2017.

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CAT: Giustizia

Un commento

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  1. alessandrobottai 1 settimana fa

    contenuto interessante e curato: peccato per il titolo.
    Non è corretto associare due eventi non necessariamente collegati, facendo intendere invece che esiste una precisa relazione. Potremmo allo stesso modo affermare che “Il Killer di Livatino guidava una FIAT” e scrivere così un bell’articolo sulle evidenti relazioni che esistono tra l’istinto omicida e la predilezione per le FIAT, oppure che “Il Killer di Livatino prendeva spesso l’OKI” dimostrando così – senza timore d’essere smentiti – che gli utilizzatori di questo analgesico maturano istinti omicidi.

    E’ un po’ come leggere il titolo “Islamico uccide la moglie”, titolo che non leggeremmo mai se ad uccidere la moglie fosse stato in Cattolico (che notizia è “Cattolico uccide la moglie”?).

    Quindi attenzione ai titoli: in un mondo dominato dai social network e dalla fretta, dove spesso si formano opinioni solo leggendo i titoli o al massimo le prime righe, scrivere un titolo tendenzioso è una grave mancanza di rispetto verso il lettore.

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