Elezioni europee e M5S: possibili ragioni di una sconfitta (e qualche consiglio)

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28 Maggio 2019

La sconfitta elettorale questa volta è stata pesante. È un’evidenza, ma è bene partire dicendo che i rappresentanti del M5S sono riusciti ad ammetterla senza mezzi termini, anche in questo distinguendosi, senza ricorrere a quel gergo politico che tende a nascondere una realtà negativa dietro ambigui eufemismi. Pur essendo però un buon punto di partenza, la sincerità non dice nulla circa le possibili soluzioni ai problemi attuali del Movimento, che credo siano connessi, almeno in parte, alla trasformazione del Movimento in compagine governativa e alla difficoltà a gestire questo passaggio. Provo qui ad evidenziarne qualcuno.

Il primo è relativo alle modalità di comunicazione. Fin dalla nascita nel nuovo Governo i rappresentanti del M5S hanno usato un linguaggio da “campagna elettorale permanente”, che non si addice affatto a una forza politica che governa. Si è trattato di un atteggiamento che faceva a gara con quello di Salvini, impegnato come sempre a propagandare a suon di slogan le possibili soluzioni ai complessi problemi del Paese. Si tratta di un aspetto che depone a favore di un forte senso di inferiorità nei confronti del leader lombardo e di un partito compatto e organizzato come è la Lega, nonostante la disparità di consensi raccolti alle politiche del 2018 che avrebbe dovuto far dormire sonni più tranquilli a Di Maio e compagni. Si è trattato però di un atteggiamento perdente, perché gli obiettivi politici a breve termine di Salvini, come la riforma della legge Fornero o il blocco dell’immigrazione, sono certo di più immediata comprensione per buona parte degli elettori italiani e anche di più semplice realizzazione, rispetto a quelli propugnati dal M5S (primo tra tutti il reddito di cittadinanza). Per non parlare poi dei toni, sempre piuttosto eccessivi (anche questi scimmiottando Salvini fin dall’inizio), nei confronti dell’Europa. A quale scopo infatti far schizzare su lo spread a furia di dichiarazioni inopportune, rischiando di bruciare una parte dei miliardi che si sarebbero potuti usare per rendere meno pesanti, in termini di deficit, le misure economiche messe in cantiere? Andare sempre contro l’Europa non è una scelta che paga a lungo termine. Se lo spread si alza troppo infatti, l’Italia va incontro a rischi economico-finanziari che minerebbero la tenuta dell’esecutivo, come già accaduto nel 2011 (questo è un rischio che anche la Lega sottovaluta). Sarebbe stato bene ricordarsi, una volta tanto smettendola di fare i populisti e di imitare Salvini, che non è l’Europa la fonte dei principali problemi del nostro Paese quanto l’incompetenza, l’irresponsabilità, quando non la disonestà che hanno imperato a lungo nella nostra classe politica, la quale per decenni ha sprecato risorse pubbliche e perso tempo senza fare le riforme che effettivamente servivano. Solo per fare un esempio concreto: la Commissione Europea chiede insistentemente una riduzione del deficit e del debito pubblico, quindi un sostanziale e progressivo riordino delle finanze pubbliche. Non c’è niente di sbagliato in questo, anche se certamente si può contrattare per una certa auspicabile flessibilità. Ma l’obiettivo di lungo termine deve essere quello. Del resto la stessa Commissione lascia liberi gli stati di decidere come attuare quell’obiettivo. Un modo concreto di lavorare verso quell’obiettivo, senza fare tagli drastici e lineari, sarebbe di partire in modo deciso con quella spending review, quella risistemazione del sistema fiscale e quella lotta serrata all’evasione che, benché millantate da vari governi, anche di sinistra, non sono mai state realmente implementate. Da questo punto di vista non mi pare ci siano state misure significative, anzi si è andati dritti nella direzione di una maggiore spesa pubblica senza controbilanciarla adeguatamente, o diluirla nel tempo, per mere questioni di supremazia nella coalizione (ad esempio, il reddito di cittadinanza poteva essere avviato con un anno di ritardo, iniziando prima con una seria riforma dei Centri per l’impiego).

La cosa forse più stramba della faccenda è che si è cercato in modo maldestro di cambiare rotta dal punto di vista comunicativo solo nelle settimane che hanno preceduto le elezioni, contrapponendosi e perfino attaccando il proprio alleato di governo su alcune questioni relative alla legalità, pensando così di ridurre quel divario nel consenso tra gli elettori che gli ultimi sondaggi parevano evidenziare. Ora, al di là della debolezza intellettuale che si dimostra nel momento in cui come partito si cambia atteggiamento perché tastando il polso dell’opinione pubblica arrivano riscontri negativi, il messaggio che ricevono gli elettori è però quello di una compagine politica allo sbando, capace di modificare modalità espressive e obiettivi a breve termine sulla base di quanto rimandano delle indagini statistiche che, anche nel recente passato, hanno comunque evidenziato tutti i propri limiti di previsione.

La seconda ragione della sconfitta è relativa a mio parere alla sottovalutazione del tema dell’immigrazione nell’immaginario degli italiani. Non credo si possa definire quello italiano un popolo razzista, ma se è per questo, almeno dagli atteggiamenti che ho modo di osservare nella vita di tutti i giorni, non metterei neppure la mano sul fuoco relativamente al fatto che siamo più accoglienti di altri popoli. L’immigrazione dall’Africa degli ultimi anni è stato un fenomeno epocale, a detta di molti, e certamente mal gestito dall’Unione Europea, che ha sostanzialmente addossato gli oneri di organizzazione dell’accoglienza e di gestione dei flussi ai soli paesi confinanti, anche in virtù del trattato di Dublino. Certamente una posizione di comodo, che preservava molti paesi del Nord Europa dall’impatto con questa scomoda realtà e che poneva però nel medio e lungo periodo problemi di “tenuta sociale” ai paesi che accoglievano, come disse lo stesso ex ministro degli Interni Minniti, il quale infatti aveva avviato, nonostante facesse parte di un partito di sinistra, una decisa sterzata nelle modalità di accoglienza e di gestione dei flussi. La politica di Salvini ha nutrito e continua a nutrire se stessa essenzialmente grazie al disagio e alla paura suscitati nella popolazione italiana dagli sbarchi. Una paura che, da un punto di vista psicologico e sociologico-culturale, anche se non nei numeri, è assolutamente legittima e non può essere bollata come frutto di una distorsione percettiva collettiva. Il M5S ha mantenuto prima un atteggiamento complementare a quello di Salvini, ponendosi sostanzialmente come l’interlocutore più moderato con l’Europa sulla questione migranti; in un secondo momento, influenzato nel corso dei mesi dall’andamento dei sondaggi, e temendo di perdere consensi presso i suoi elettori più moderati, ha cambiato rotta assumendo un atteggiamento più conciliante verso l’accoglienza (si pensi alle ripetute dichiarazioni di Fico), più vicino a quello dei vertici della Chiesa cattolica. Il risultato invece è stato un allontanamento di quella parte dell’elettorato grillino che, col proprio voto di protesta delle scorse politiche (in quel 32,4% c’era per forza una parte non irrilevante di voto di protesta, e per questo volatile e solo temporaneo) aveva espresso non solo un malessere di tipo economico ma anche socio-culturale dinnanzi al grande fenomeno migratorio in atto. Anche in questo caso, il cambio di rotta ha portato più svantaggi che benefici.

La terza ragione della sconfitta elettorale può essere individuata infine nella sottovalutazione del ruolo dei media tradizionali nel dar vita a un’immagine e una precisa narrazione relativamente a quanto fatto dal Governo, in particolare relativamente all’azione del M5S. Si è puntato troppo sul web, sui social e sulla piattaforma Rousseau (basti pensare alla discrepanza enorme tra i milioni di elettori del Movimento e le poche decine di migliaia che votano sulla piattaforma digitale anche su questioni importanti) e poco sui media tradizionali (televisione e carta stampata) per sostenere e difendere le iniziative politiche del M5S e gli importanti provvedimenti attuati in meno di un anno. Si è sottovalutato l’odio ideologico e politico che sul Movimento riversano quotidianamente buona parte dei giornali e dei programmi televisivi, sottolineando solo ciò che non va dell’esperienza governativa e il più delle volte criticando solo il gruppo politico di Di Maio, portando così acqua al mulino della Lega, anche se per ragioni diverse: per dare una spallata tout court al Governo, nel caso dei media di sinistra, che rosicano ancora per il fallimento dell’esperienza renziana; per stimolare il riavvicinamento della Lega al partito di Berlusconi e della Meloni, nel caso dei media di destra. Del resto sarebbe stato strano il contrario, visti anche i tagli ai fondi per l’editoria approvati dal Governo; c’è quindi un interesse materiale ben specifico, e non solo motivazioni di natura politico-ideologica, che spinge molti giornalisti a schierarsi specificamente contro i pentastellati, da sempre sostenitori della riduzione dei finanziamenti pubblici a pioggia concessi ai media nazionali. E, quando si parla di campagna mediatica continua e trasversale contro il M5S, non si tratta affatto di un’esagerazione: la stessa Agcom ha infatti recentemente certificato come, in quest’anno di esperienza governativa, il M5S sia stato sistematicamente trascurato nei media rispetto alla suo effettivo peso in Parlamento. Del resto, che onestà intellettuale ci si può aspettare da molti giornali? È ancora vivo il ricordo di quando, ogni giorno, c’era chi proponeva il fatidico elenco di domande scomode a Berlusconi allora sotto processo (spesso relative alla sua vita privata), salvo poi riabilitarlo tranquillamente qualche anno dopo, nonostante una pesante condanna ricevuta, come possibile buon alleato di Renzi, pur di trovare puntelli all’esperienza governativa del PD. In generale quindi, si tratta di un attacco mediatico di ampia portata e molto pesante per l’immagine del M5S, che non ha alcun mezzo di informazione dalla propria parte se si eccettua il Fatto Quotidiano, che comunque, da giornale serio e indipendente quale realmente è, ha spesso criticato le iniziative politiche o le incoerenze della compagine guidata da Di Maio.

Quali le soluzioni a questo stato di cose?

La prima che mi viene in mente è di continuare con forza tenendo fisso lo sguardo sul programma che il Movimento si è dato, non lasciandosi distrarre né dai sondaggi né dall’atteggiamento e dal linguaggio di Salvini, per quanto quest’ultimo possa risultare efficace nel breve periodo. Tenere lo sguardo sul programma significa però assumere un atteggiamento maturo da un punto di vista istituzionale, cioè come forza politica ormai di governo. È terminato il momento di fare solo opposizione e bisogna raggiungere, come si sta facendo, degli obiettivi di capitale importanza per il Paese. Per fare questo però bisogna collaborare proficuamente e ad armi pari con la Lega. Ciò vuol dire che, poiché oggi si può governare solo in due – perché così ha stabilito l’accordo post-elezioni nel 2018, necessario e sacrosanto data l’impossibilità di formare un governo altrettanto stabile guardando a destra e a sinistra – si deve andare avanti per compromessi e senza vedere il compromesso come una sconfitta, ma al contrario come segno di maturità politica e di evoluzione del Movimento, considerata appunto la situazione contingente. Ciò significa concretamente che ogni tanto bisogna concedere qualcosa al proprio partner politico senza troppi malumori, anche quando non rientra nei propri programmi originari, così come ha già fatto e farà certamente la Lega sostenendo provvedimenti a lei distanti. Bisogna tenere a mente che se in cinque anni si concretizzassero anche solo una parte dei punti del programma che stanno più a cuore al Movimento, sarebbe certamente un risultato di portata storica.

La seconda cosa da fare è cambiare modalità e stile comunicativo, e forse anche coloro che poi, nei dibattiti, ci mettono pubblicamente la faccia. Non alzare troppo i toni, tenendo presente cosa questo stile potrebbe comportare sia in termini di esempio morale per i cittadini (anche se i rappresentanti di altri partiti se ne fregano dell’esempio e dell’onorabilità che prevede per loro la nostra Costituzione), sia in termini di reazioni dei mercati (e di conseguenti danni economici per il Paese), sia di rapporti con l’Europa (per giungere a compromessi proficui per l’Italia anche su questo versante, non si può fare la guerra contro la Commissione a giorni alterni). Bisogna al contempo mandare a parlare nelle arene politiche i più preparati e anche i più scaltri e capaci retoricamente, perché in un dibattito e per l’opinione pubblica, gli esperti di comunicazione questo lo sanno, spesso non vince chi ha ragione nei contenuti ma chi è più efficace a comunicare e gestire la tensione e il conflitto che il dibattito comporta. Nel Movimento queste persone ci sono, ma spesso non si trovano tra quelli che finora si sono più esposti. Forse questo cambio di rotta significa anche sostituire chi ha finora gestito la comunicazione all’interno del M5S, almeno se si vuole rispettare un criterio di logica e di meritocrazia considerati gli scarsi risultati raggiunti fin qui. Del resto la difesa della meritocrazia dovrebbe essere uno dei punti programmatici del M5S, se non ricordo male.

La terza cosa, ma questo è un obiettivo più complicato e non so quanto poi realizzabile, sarebbe puntare maggiormente sull’uso dei media tradizionali, sulla realizzazione ad esempio di un canale televisivo, di una radio e di una o più testate giornalistiche “di parte”, esattamente come fanno le altre forze politiche; mezzi di comunicazione che aiutino a spiegare ad una platea più ampia di persone di quanto il web da solo non riesce a coprire, i principi del Movimento, cosa ha realizzato, cosa si propone di fare, cercando così di contrastare lo strapotere di molti gruppi politici ed editoriali-finanziari che lo avversano. Una buona parte della popolazione infatti continua tutt’oggi ad aggiornarsi solo tramite la televisione e la carta stampata, e il passaggio massiccio all’informazione tramite la rete è ancora di là da venire.

Queste possibili azioni (ma altre potrebbero essere certamente individuate) possono forse riassumersi con la dicitura di “sano realismo politico”, dove per realismo non si intende un compromesso al ribasso relativamente ai propri principi fondativi, che senza una possibilità concreta di realizzazione sono pure utopie, ma l’atteggiamento maturo di chi cerca di risolvere i problemi “sporcandosi le mani” e magari, nel breve-medio periodo, perdendo un po’ di consenso elettorale. Significa anche studiare e prepararsi prima di parlare pubblicamente; sia per distinguersi realmente dalle altre forze politiche che si affidano spesso a slogan per spiegare i propri programmi, sia per comunicare e relazionarsi con più autorevolezza con le istituzioni e i gruppi di potere nazionali ed internazionali, sia soprattutto per guardare in faccia la complessità delle sfide del nostro Paese, che non possono essere certo affrontate con una modalità di pensiero del tipo “tutto oniente” che taglia con l’accetta i problemi e gli ostacoli più difficili. Il primo passo verso la maturazione politica del Movimento, a mio avviso, è stato fatto accettando di allearsi con un partito tradizionalmente diverso, pur di provare a realizzare alcuni obiettivi importanti. Per uscire definitivamente da uno stato di “adolescenza politica” è necessario continuare nello sforzo e compiere il passo più importante: portare avanti quest’esperienza governativa, certo non ideale, in modo costruttivo fino al termine, migliorando nell’arte della gestione politica e mediatica dell’inevitabile conflitto, sia interno al Movimento che con i propri eventuali partner politici.

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CAT: Governo, Partiti e politici

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