Transatlanticismo- I miei amici progressisti e l’immigrazione

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28 febbraio 2019

Come la maggior parte dei miei amici che si identificano nella mia stessa area politica- quella progressista, di sinistra ma lontana dagli estremismi marxisti e da alcune visioni strettamente dogmatiche- anche io rimango disgustato dalle politiche sempre più discriminatorie del ministro Salvini. Inoltre anche io sono molto preoccupato per il clima di intolleranza, razzismo e conservatorismo che contraddistingue la pancia del paese. Stiamo sdoganando atteggiamenti che ritenevamo ormai appartenenti a un’epoca buia, atteggiamenti che rientrano ormai nel calderone del “buonsenso“.

Allo stesso tempo, però, ritengo ci sia uno sbaglio non solo formale ma anche sostanziale in una certa narrazione che la sinistra ha fatto in questi anni sull’immigrazione. Non solo: penso che le lacune di questa narrazione abbiano poi dato vita ad alcuni degli argomenti più forti dei populisti-sovranisti.

Secondo questa narrazione gli immigrati sarebbero dei disperati che si gettano su un barcone che rappresenta il loro ultimo bagliore di speranza. Proprio in virtù della sofferenza patita da queste persone sarebbe nostro obbligo morale aiutarle a trovare una nuova casa in cui mettere radici.

Sia chiaro: non c’è nulla di sbagliato in questa narrazione, è solo incompleta e manipolabile. E personalmente trovo deboli le tesi che contengono un riferimento alla sofferenza altrui non perchè non provi alcun briciolo di empatia- credo anzi che la sofferenza debba essere un tema politico e sociale molto più ingombrante di quanto non lo sia adesso- ma perchè di fatto sono semplicistiche.

Non solo: come già dicevo prima una narrazione di questo tipo porta a obiezioni, stupide certo, ma che fanno breccia nei difetti della teoria come “allora perchè gli immigrati scendono con gli smartphone?” o a quelle foto di bambini denutriti con sopra scritto “e questi perchè non li aiutiamo?“. Questo tipo di obiezioni portano poi alla teoria del “aiutiamoli a casa loro” portata avanti tanto a destra da Salvini tanto a sinistra (basti pensare alle parole di Renzi sul “dovere morale di aiutarli a casa loro”).

Io ritengo che la giusta soluzione a queste falle sia una visione diversa, liberale e anche più generale del fenomeno migratorio: la migrazione è una componente essenziale dell’essere umano che fin dai tempi più antichi si è spostato per trovare condizioni che lo soddisfacessero di più, per distanziarsi da un ambiente che non riteneva più adatto a lui, indipendentemente dalle sue condizioni materiale. L’immigrazione non deve essere giustificata sulla sofferenza, ma sulla libertà di circolazione delle persone. La libertà di poter costruire la vita nel modo in cui vogliono, di poter realizzare i loro sogni lontani dal posto in cui sono vissuti. Per questo il migrante può essere un ragazzo omosessuale dell’Uganda che nel suo paese rischierebbe per la sua vita nel suo paese d’origine o può essere un giovane di famiglia agiata di Milano o Roma che vuole fare esperienza e andare a lavorare negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, così come può essere un uomo di mezza età che decide, di sua spontanea volontà, di spostarsi e continuare la sua vita in un paese straniero.

Credo che sia essenziale ribadire il diritto di ogni persona ad autodeterminarsi, in un sistema di regole serie e chiare. Per questo, infatti, è necessaria una riforma serie delle politiche migratorie, non solo in Italia, che funzionano da specchio per i partiti populisti: da una parte sostengono di non essere affatto razzisti e di sostenere l’immigrazione regolare, dall’altra inaspriscono i criteri e rendono impossibile un sistema legale rifiutando corridoi umanitari, redistribuzione delle quote e via discorrendo (pensiamo ad esempio a Orbàn o allo stesso Salvini la combinazione di Decreto Sicurezza e dell’ereditata Bossi-Fini)

In questa visione che mette al centro la libertà dell’essere umano di costruire il suo destino è, infatti, inglobata quella più emotiva di cui parlavamo prima. Tuttavia si tratta di una narrazione più solida. Prendiamo ad esempio l’obiezione sollevata prima sui migranti e gli smartphone: questo tipo di obiezione non scalfisce affatto la teoria. Così come alcuni migranti africani sono in possesso di smartphone, forse perchè come l’ipotetico ragazzo dell’Uganda non scappano da situazioni economiche disastrose ma da paesi in cui i suoi diritti civili sono negati, allo stesso modo i ragazzi italiani o francesi o tedeschi che partono per l’estero non si presentano come dei disperati scappati di casa ma anzi come giovani qualificati e preparati.

 

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Un commento

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  1. cantelmo19 3 mesi fa
    innanzitutto mai dimenticare che l'immigrazione dev'esser solamente regolare: in uno Stato civile non si può accettare un sistematico arrivo di clandestini, com'è sempre avvenuto invece in Italia. Dopodichè, se cominciamo a giustificar (mediante qualsiasi motivo) una persona ad arrivar in un altro Stato clandestinamente , non facciamo altro che provocare uno stato di pericolosa anarchia e disordine: guerre tra poveri in primis ed infine un destino che aprirebbe scenari imprevedibili. Abbiamo già visto le conseguenze dell'immigrazione irregolare nelle periferie, i frutti amari della scarsa o nulla integrazione, da cui proprio quell'intolleranza che i teorici del bene superficiale disapprovano senza tuttavia sforzarsi di comprenderne le cause. Quanto ancora ci vorrà per far capire agli idealisti e agli ecumenisti che la soluzione non è accoglier chiunque senza regole, tanto per sentirsi in pace con la coscienza ma senza pensare che poi, questo prezzo per l'apparente pace interiore, qualcuno lo pagherà caro......?
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