Il colore rosso

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23 luglio 2018

Alan indossava una maglietta rossa quando il suo corpo innocente fu trovato esanime sulla spiaggia. Diversi altri piccoli migranti indossano oggi lo stesso colore perché le madri tentano di renderli visibili ai soccorsi nel disperato caso di un difficile naufragio.

Tra i codici nautici finalizzati alla segnalazione del pericolo, il rosso è certamente il più utilizzato, il più evidente, e non è infatti casuale che sia proprio quel colore, in virtù del significato assunto in questa fase storico-politica, a essere poi impiegato come nobile vessillo dell’iniziativa di sensibilizzazione organizzata da Don Ciotti. In questi giorni alcuni manifestanti hanno preferito alla maglietta le mani colorate di rosso; per indicare presumibilmente le mani sporche di sangue di chi respinge i migranti, di chi chiude i porti, di chi sposta le chiatte come a Risiko per destare una compartecipazione meno ipocrita da parte della Comunità Europea.

Don Ciotti, come in tanti sanno, soprattutto attraverso le campagne informative didattiche capillarmente diffuse nelle scuole, è il sacerdote fondatore dell’associazione Libera, impegnata nella lotta contro le mafie.
Lo ricorda bene Paolo quando, arrivato al quinto anno delle superiori, proprio sul ciglio del tanto temuto esame di maturità, volle chiedergli se il concetto di “mafia” includesse anche il comportamento indottrinante della sua stessa insegnante, molto oculata nel polarizzare l’attenzione della classe su determinati passaggi della storia, a danno di altri, di determinati film e personaggi, relegando volutamente (a meno che non si trattasse di selettiva ignoranza) nell’oblio altro. Lo ricorda bene perché si sentì impacciato, bloccato, frenato. Si chiese, prima di porre quella domanda, perché mai quella sua stessa insegnante, innamorata della ridondante associazione d’idee che tiene legata Destra a mafie e Sinistra a giustizia fosse entusiasta di come la classe ascoltava gli intenti e le spiegazioni di Libera e come mai lui temesse le conseguenze potenzialmente scaturenti da chi, rispetto al proprio ruolo di studente, deteneva un circoscritto ma pur sempre maggiore potere. Ne dedusse che a volte la mafia non è solo Totò Riina, Gomorra, la bomba di Capaci, ma una polvere sottile costellata di microparticelle che si respirano nella quotidianità, e soprattutto negli ambienti più disparati e insospettabili. Si convinse che si sarebbe rivelato pressoché inutile, se non controproducente, sollevare la questione sul perché si parlasse dell’impegno della sinistra contro le mafie e non di quando il Mis propose Borsellino come presidente della Repubblica nel 1992; di quanta polvere sottile fosse necessaria nel dopoguerra per insabbiare il caso Foibe a favore della distensione civile. Si convinse che, per quel tipo di mafia, non ci fosse associazione alcuna valida a denunciare davvero, a smascherare. Si convinse altresì che quel tipo di mafia emanasse un suono flebile, primigenio, così connaturato da non udirlo nemmeno più.

Chissà se Libera tenesse in conto un pensiero come quello di Paolo; di sicuro ebbe il merito di pungolare in lui tale riflessione. Fu poi certamente imputabile al ragazzo scegliere la strada dell’omertà, del silenzio connivente, non avendo allora gli strumenti utili a distinguere tutte le falle dell’onestà intellettuale docente e più largamente umana.

Sulla stessa scia, navigherebbe dopo più di dieci anni il pensiero del giovane in merito alle attuali preferenze dell’associazione.

E se la maglietta di Alan fosse stata di colore nero, sarebbero scesi così in tanti col rischio di essere scambiati per gendarmi impegnati in una nostalgica e apologetica marcia-golpe?
Non è improbabile pensare che l’Anpi, coorganizzatrice insieme ad Arcigay, Legambiente, Fiom e Cgil, avrebbe partecipato con maggior fatica. Per Arcigay ogni colore forse sarebbe andato bene avendo scelto da tempo l’arcobaleno, per Legambiente rinunciare al verde si rendeva opportuno per evitare confusione coi salviniani del carroccio, per Fiom, Cigl e Anpi stesso il rosso sembrerebbe caduto a fagiolo.

Ci si chiede allora, col residuo scetticismo di chi dal monopolio culturale si difende, se si tratti davvero di una campagna universale contro l’emorragia di umanità finalizzata a tutelare i diritti di persone che preferiscono correre il rischio di annegare durante la traversata piuttosto che continuare a vivere in condizioni disumane nella propria terra, o delle ataviche istanze di un colore contro la tinta opposta, che appare dimentico della lotta tra poveri e dello sfruttamento perpetrato dalla mani sporche di quelle cooperative rosse così avvezze a distorcere bilanci per destinare arbitrariamente il flusso dei finanziamenti statali.

TAG: capaci, ciotti, gomorra, immigrazione, Libera, mafia, mis, monopolio, politica, rosso, salvini, scuola
CAT: immigrazione, Partiti e politici

2 Commenti

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  1. clavenz 4 settimane fa
    E' un testo molto interessante. Solo che l'accenno alle Foibe come Grande Rimosso rievoca un luogo comune ambiguo e sostanzialmente revanscista. Il vittimismo astorico favorisce pericolosi schematismi nazionalisti.
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  2. valentina-milesi 4 settimane fa
    Mi chiederei chi è stato favorito dall' imposta astoricizzazione di un fatto storico. Tale accenno è inserito nel contesto dell'omertà didattica affrontata.
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