Cos’è la Scuola Open Source

:
14 Agosto 2016

Sebbene nel Sud d’Italia ci siano ancora pochi segni visibili di ripresa economica, c’è fermento intellettuale e ci sono talenti che provano a cambiare le cose, nonostante tutto. È questo lo spirito che a Bari, dal 18 al 30 luglio, ha animato i laboratori XYZ della Scuola Open Source.

Per capire meglio la passione e il sudore che sono dietro questo progetto, bisogna presentare Alessandro Tartaglia, un designer di talento che, dopo la laurea all’ISIA di Urbino ed esperienze in importanti studi di design, ha scelto coraggiosamente di tornare nella sua Puglia. Qui, assieme ad altri due soci, fonda lo studio FF3300 (l’idea nasce con un magazine autoprodotto, nel 2006).

Dopo un periodo passato a Roma, Alessandro si imbatte nel bando “Laboratori dal Basso” della Regione Puglia. Grazie ai fondi erogati, finanzia il primo germe della Scuola Open Source: il laboratorio “X – Una variabile in cerca d’identità”, a Castrignano de’ Greci, in provincia di Lecce. In un intero castello, 16 tra docenti e tutor e 40 partecipanti hanno cominciato ad abbozzare la prima visione di una scuola innovativa, con il vessillo di una bandiera pirata.

Negli anni successivi, con l’entrata in gioco di Alessandro Balena e Lucilla Fiorentino, il progetto si è perfezionato e si è aggiunta una variabile, diventando XY Lab. Così, al laboratorio sul “New Publishing”, X, se n’è aggiunto uno sul “Videomhacking”, Y. (Qui trovate lo Storify dei 15 giorni del laboratorio XY.)

La Scuola Open Source è l’evoluzione naturale e non-lineare delle esperienze di X e XY Lab. L’aggregazione di nuove forze e nuovi partner, come Barimakers e 3dNest, ha permesso di consolidare l’idea, rendendola realizzabile con l’elaborazione di modelli di business e la costruzione di un dialogo con le istituzioni locali.

L’open source e l’etica hacker

L'etica hacker

C’è un libro fondamentale che aiuta a capire meglio il background e le dinamiche di SOS: è L’Etica Hacker e lo spirito dell’età dell’informazione di Pekka Himanen.

Una parte importante del testo l’autore la dedica a Linus Torvalds e alla community che si è attivata e messa in moto lavorando in maniera collaborativa al miglioramento del sistema operativo LINUX. Tutto è stato possibile grazie all’apertura e alla mancanza di gerarchia del network di programmatori. Un post di FF3300 sintetizza il processo in questo modo:

-il lavoro veniva diviso in moduli indipendenti, sviluppati da gruppi di persone diverse, che erano in competizione tra di loro (rispetto ai singoli moduli) pur cooperando (rispetto all’intero processo di sviluppo);

-al gruppo iniziale, guidato da Torvalds, non era garantita nessuna posizione permanente di autorità. Il gruppo conserva la sua autorità solamente fintanto che le scelte che prende sono coerenti con i valori e la volontà della comunità che si è radunata attorno al processo/progetto. Se il gruppo “guida” dovesse venire meno ai principi di apertura e condivisione, la comunità lo bypasserebbe, andando avanti per proprio conto;

-il lavoro dei vari gruppi viene organizzato con un sistema di “release” basato sulla seguente struttura X.Y.Z, dove c’è sempre una versione “stabile” (ad es: 1.0.0) e una versione in sviluppo (ad es: 1.1.0). La X cresce solo quando c’è un’innovazione sostanziale o viene apportato un cambiamento sostanziale.

In breve, quando si presenta un “problema” o un’idea alla comunità open source, la soluzione condivisa pubblicamente con un numero di versione, nel modello aperto, viene usata, testata ed eventualmente migliorata, a patto che:

che ogni versione “migliorata” (ad es la 0.1.2) che verrà sviluppata a partire dalla prima versione (0.1.1) dovrà rilasciare i sorgenti esattamente come la precedente;

chi vi ha contribuito dovrà sempre essere citato ogni volta che una delle versioni viene condivisa e diffusa.

L’etica hacker sta proprio nel fatto che chiunque impara qualcosa poi lo insegna ad altri. Spesso, durante il processo, in forum molto tecnici e affollatissimi, si generano discussioni critiche, iterative ed evolutive. Il premio per i più bravi non è un gradino sul podio, ma il riconoscimento tra pari. In questo modo si ottengono sempre risultati interessanti perché, piuttosto che la competizione viene stimolata la cooperazione tra gli individui animati da una stessa passione.

Cosa vuole essere la SOS

Utopie realizzabili

Agnese Addone, fondatrice della sede romana di CoderDojo e docente di SOS, considera quella della Scuola Open Source un’utopia realizzabile (e già parzialmente realizzata):

E siccome le utopie si nutrono dei sogni e delle idee delle persone, ma anche dello scambio, del confronto e dell’incontro tra loro, in questo posto sta nascendo una scuola per riuscire a realizzarla.

[…]

L’utopia è la ricerca della costruzione di senso, il lavoro sulla connessione delle intelligenze, delle attività, dei processi; unisce e raccorda le energie positive, risollevandole dal torpore in cui si erano spente, suggerendo una via accessibile per costruire un’etica praticabile dalle persone.

SOS (questo è l’acronimo della Scuola Open Source che è già una dichiarazione di intenti) vuole coniugare: didattica, ricerca, co-living e spin-off.

Nelle parole di Alessandro Tartaglia questi sono i 3 punti fondamentali della mission della Scuola Open Source:

1- l’abilitazione di uno spazio fisico dove sia possibile apprendere operando concretamente, in un clima di apertura e condivisione della conoscenza, sperimentando l’innovazione sociale e tecnologica;

2- la creazione di un’offerta didattica che possa formare nuove figure professionali pronte ad impiegarsi nel futuro prossimo in modo efficace, ma anche in grado di riconvertire rapidamente e in modo sano attraverso la contaminazione professioni che ormai stentano ad essere competitive sul mercato;

3- la correlazione fra didattica e ricerca, affinché si alimentino l’una con l’altra.

Lo scopo, aggiunge Agnese Addone, è quello di costruire una scuola sempre aperta e innovativa. Si ispira ad esempi illustri, come la Bauhaus o il movimento americano dei Roycrafters, proponendosi come “centro di ricerca, didattica e consulenza artistica e tecnologica per l’industria, il commercio e l’artigianato (digitale e non)”.

Poiché l’enfasi maggiore non è posta sulle individualità, ma sulle collettività, è in questo modo che il NOI di SOS vuole definirsi:

Una comunità di artigiani digitali, maker, imprenditori, designer, programmatori, pirati, umanisti, ricercatori, sognatori e innovatori. Agiamo assieme, sperimentando nuovi modelli didattici e pratiche innovative per cambiare il mondo che viviamo. Ci occupiamo di ricerca e consulenza per il pubblico e il privato, didattica “open source” per ragazzi, adulti, inoccupati, professionisti, pensionati e manager. Sviluppiamo idee per prodotti e servizi, tecnologia e capitale umano, attraverso progetti d’innovazione sociale e tecnologica, aumentando il valore dei singoli attori che prendono parte al processo. Siamo un hackerspace, un fablab e un centro di promozione del riuso.

E arriviamo finalmente a oggi. Dopo aver vinto il bando CheFare, la Scuola Open Source ha attivato i laboratori di co-progettazione XYZ, che si sono svolti a Bari, dal 18 al 30 luglio scorsi, nella città vecchia.

(Leggi su Medium la storia completa della genesi della Scuola Open Source.)

Cosa sono i laboratori XYZ

I laboratori XYZ di SOS

Un’esperienza immersiva. Una molteplicità di competenze e punti di vista che si contaminano, condividono valori per produrre valore, esplorano possibilità per creare nuovi mondi.

Questo è il modo in cui Alessandro Tartaglia e i suoi soci descrivono la bellissima e collaudata esperienza dei laboratori di co-progettazione XYZ (ai quali ho partecipato anch’io).

In modo cooperativo sono stati sviluppati 3 ambiti di ricerca/progetto: identità (X), strumenti (Y) e processi (Z). Sono stati coinvolti 12 docenti, 12 tutor, lo staff di SOS e 60 partecipanti, provenienti da tutta Italia e anche dall’estero.

Salvatore Zingale, docente di Semiotica al Politecnico di Milano e parte attiva nei laboratori di SOS dal 2013, ha commentato così la morfologia dei glifi XYZ:

La X è l’incrocio, il dialogo.
La Y è la biforcazione, la scelta.
La Z è la strada che va in ogni direzione, l’esplorazione.
XYZ è quella cosa dove le persone dialogano, scelgono e si avventurano.

(Su Medium trovate la spiegazione dei tre assi XYZ della Scuola Open Source.

Leggete il report ufficiale, completo di output, dei laboratori XYZ.)

Se la logica “generativa” di XYZ avrà successo, ce lo dirà il tempo. L’aspetto fondamentale, tuttavia, è che non c’è alcun risultato finale, solo una successione continua di fasi, come ha scritto K. Lynch. Il processo è il progetto. E poi di nuovo. E ancora. Si chiama “design based research”, è nata negli anni sessanta e la Scuola Open Source ha deciso di farne un principio guida filosofico, investendo tutto sulle persone e sul valore che viene generato dall’osmosi dei saperi e delle conoscenze e dall’esplorazione condivisa dell’ignoto possibile.

(I primi corsi della Scuola Open Source saranno attivati ad ottobre. Seguite gli aggiornamenti sulla pagina Facebook e sul canale YouTube di SOS [su quest’ultimo trovate anche le registrazioni delle Talk, le mini-conferenze di 30 minuti che si sono svolte durante i 12 giorni dei laboratori XYZ]).

TAG: antifragile, Didattica, identità, Open Source, processi, ricerca, scuola open source, strumenti, Taleb, XYZ
CAT: Innovazione, Startup

Nessun commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

CARICAMENTO...