False dicotomie

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22 Agosto 2017

“Da dove sei venuta? Dall’altro mondo.

Dove sei diretta? All’altro mondo.

E cosa fai in questo mondo? Me ne prendo gioco”.

Rābiʿa al-ʿAdawyya

 

Leda Rafanelli, anarchica fin dall’adolescenza, a vent’anni si convertì all’Islam. Non scelse come nome arabo uno di quelli più comuni tra le musulmane (Kadhigia, la prima moglie del profeta, o Fatima, sua figlia, o Miriam ecc.). Scelse Djiali e così motivò la scelta: “Mi sono donata questo nome, oltre il bel nome che porto,/ poi che Djali vuol dire: di me stessa, / ed io ho sempre appartenuto solo a me stessa”. Nell’atto di abbracciare la sua nuova fede Leda diede testimonianza, con la scelta del nome, della sua irriducibile, altra e precedente fede: quella nella indipendenza e nella libertà di ciascuno e nel suo diritto all’autodeterminazione. Una stravaganza estemporanea? La bizzarria di una spostata? Il tirabretelle da bigliardo, quello del ricacciamoli in mare, del se ne stiano tra i cammelli e del bombardiamoli tutti, non avrebbe dubbi. Proprio questo ne crea qualcuno a me. La commistione tra l’anarchia e una religione percepita come il più terrificante degli oscurantismi configura, per il filisteo, un ibrido mostruoso. Due spaventi in uno. Per me, che mi muovo nell’outsiderness da quando sono nato, quel centauro ha un’aria di famiglia. Non sono credente ma ho sempre riconosciuto nel suo offrirsi “nudo” a chiunque sia disposto ad incontrarlo uno degli aspetti più affascinanti dell’islam. E per l’anarchia è lo stesso. Nessuna “Chiesa” impone, all’uno come all’altra, recinti intellettuali precostituiti e questo vi consente un’avventura ermeneutica sconfinata. C’è la parola scritta, in un caso come nell’altro, ma nessuno che ne imponga il senso. In quella vastità desertica ogni traccia lasciata dal vento sulla sabbia indica un percorso. Un uomo capace di seguirlo può sperimentarvi una libertà di pensiero che il cristianesimo (che mena vanto di uno spirito di tolleranza che però gli è stato estorto a forza) spesso, oggi, ignora; la libertà intellettuale di un sufi può essere inarrivabile e molti sufi sono stati, di fatto, anarchici esemplari: come la grande madre del sufismo Rābiʿa al-ʿAdawyya (713-801). Perché, dunque, non dovrebbero essere queste le figure di riferimento per le donne islamiche (soprattutto giovani)? E perché, invece, l’unica donna islamica che l’occidente (in consonanza perfetta con l’islam più retrivo) è in grado di immaginare e di propagandare (e parlo dell’occidente colto non dei grugniti semibestiali dei minus habens) si esaurisce negli asfittici confini del burqa o in quelli, solo apparentemente meno angusti, dell’attrice orientale “evoluta”, che si rifà le tette e sfonda a Hollywood (o, più modestamente, a Bollywood)?

Forse perché l’unica alternativa che si riesce a concepire è quella tra un islam ottuso, feroce e legalista (che i demonizzatori del Corano ritengono, nella loro stupidità, inevitabile) e lo Status Occidentale ipostatizzato in dominio di mercato.

Ma è solo liberandosi da questa falsa dicotomia, io credo, che ci si può opporre al terrore.

TAG: terrorismo
CAT: Integrazione, Questione islamica

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