La violenza della polizia nella narrazione dell’ultrasinistra

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18 Dicembre 2020

Occorre riconoscere la sua sconfitta. Sul tema della “violenza della polizia”, l’ultrasinistra ha vinto, anche ai massimi livelli dello Stato, la battaglia per “l’egemonia culturale”.

Ne è convinto il filosofo della Sorbona, Pierre Tavoillot, che in un articolo su “Le Figaro” mette in evidenza come l’attenzione su alcuni errori della polizia, certamente scandalosi, e la sotto-mediatizzazione delle numerose e crescenti violenze contro le forze dell’ordine dimostrano l’efficacia intatta dell’ultrasinistra nell’imporre le sue rappresentazioni.

Tavoillot scrive: “Primo, c’è – e sempre di più – violenza contro la polizia; poi c’è una violenza sproporzionata commessa da alcuni agenti di polizia; infine, l’essenza stessa della polizia è, se non la violenza, almeno la minaccia della violenza, sulla quale ha un legittimo monopolio per far rispettare la legge”.

Ed afferma: “…l’unico punto del dibattito pubblico non dovrebbe essere il principio della “violenza della polizia”, ​​ma l’adeguatezza e la proporzionalità del suo utilizzo”.

Poi Tavoillot ricorda un episodio della sua giovinezza;

Non credo di essere l’unico che ha visto con i miei occhi cos’è un regime di polizia e cos’è una violenza sproporzionata. Per me era il 1986. Ero in Tunisia, subito dopo le manifestazioni contro la legge Devaquet a cui avevo partecipato urlando con i miei compagni di classe contro “lo Stato fascista e assassino” (ahimè!). All’epoca c’erano manifestazioni di studenti islamisti a Tunisi. Mi sono trovato intrappolata in una di esse e, felice di ritrovare il clima di festa, l’ho accompagnato armato della mia macchina fotografica. Sono rimasto semplicemente sbalordito dal fatto che l’evento fosse in corso. E poi ho capito: all’improvviso sono rimasto bloccato in un vicolo cieco, puntato dalla pistola di un poliziotto in borghese che mi ha strappato la macchina fotografica, mentre i primi colpi mi sono esplosi intorno. Non ricordo come sono sfuggito a questa trappola quando alcuni sono rimasti letteralmente lì. Avevo un appuntamento alla Biblioteca Nazionale dove ho potuto entrare all’ultimo minuto. E dalla finestra dell’ufficio del mio contatto, che si affacciava sulla stazione di polizia del quartiere, ho potuto vedere cosa stava facendo un regime di polizia ai suoi manifestanti: sono entrati molto danneggiati, e ne sono usciti morenti o morti. Da quel momento ho imparato a usare il termine “violenza della polizia” con cautela.

E poi sottolinea che il mantra “violenza della polizia” è diventato il feticcio dell’estrema sinistra. Tavoillot che la strada da percorrere sia ancora molto lunga, per persuadere che l’indignazione non è azione né pensiero e “per convincere che la democrazia liberale non è il peggior regime del mondo, e nemmeno il peggiore tranne tutti gli altri, ma il migliore, in ogni caso, per chi vuole che la libertà, l’uguaglianza e la fraternità funzionino insieme“.

Poi, il filosofo conclude con una punta di ironia:

Le prove non mancano. Per un momento ho creduto che gli aiuti squillanti e traboccanti dello Stato durante la crisi del Covid-19 avrebbero prodotto una forma di gratitudine nei confronti di un collettivo così solidale; ma, ancora, sono le lamentele e le critiche che alla fine hanno prevalso. Decisamente, il contrattacco per l’egemonia culturale non è avviato né nemmeno previsto. Andiamo, compagni, ancora uno sforzo…

 

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