La mentalità di carta di troppe testate online

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11 Settembre 2015

Una domanda: ma davvero siamo tutti così interessati a conoscere gli ultimi botta e risposta tra Luigi Zanda e Roberto Speranza? Alle ultimissime sparate di Renato Brunetta? All’incessante fuoco di fila delle “dichiarazioni”? Perché, a giudicare dalle homepage di molte testate online, sembra che nessuno di noi possa sopravvivere fino al telegiornale della sera senza aver mandato a memoria tutto quello che i politici si sono detti attraverso i giornali; una modalità di fare informazione che sembra considerare l’utente una specie di utile idiota, vittima di un bombardamento di parole che in larga parte non lo riguarda (i politici, tramite le dichiarazioni, comunicano in primis con alleati e rivali) e che, soprattutto, non aggiunge nulla di interessante.

La maggior parte dei principali quotidiani online, controparte delle testate di carta più note, si sono così ridotte a essere poco più che un’agenzia di stampa. Con il risultato che le homepage sembrano una la copia dell’altra. E io in base a cosa dovrei scegliere se leggere Repubblica(.it), il Corriere(.it) o la Stampa(.it), se tanto sono tutte uguali all’Ansa?

Cronaca politica, cronaca nera, cronaca economica, cronaca finanziaria, cronaca sportiva. Cronaca, fatti e qualche commento più o meno scritto di getto. L’approfondimento, online, è merce rara. È questo il modo migliore di sfruttare le potenzialità dell’informazione sul web? Soprattutto: è questo il modo migliore di attirare l’attenzione degli utenti, coinvolgerli, fare sì che aprano più pagine e che vengano attirati in un vortice di cose interessanti da leggere tali da fidelizzarli e ottenere lunghi tempi di permanenza sul sito?

In effetti, al di là delle visualizzazioni, sono proprio questi gli obiettivi che una testata online dovrebbe darsi: fidelizzazione e lunghi tempi di permanenza sul sito. E invece, in Italia e non solo, sembra che aprire una homepage di un quotidiano piuttosto che un altro sia assolutamente indifferente. Sono tutte uguali (ed è anche per questo che, alla fine, Facebook diventa il regno delle news con tutti i rovesci della medaglia che conosciamo).

Se il tema all’ordine del giorno è la riforma del Senato, siamo proprio sicuri che sia interessante (e utile) conoscere tutta la sfilza di quotidiane dichiarazioni, in cui si dice tutto e il contrario di tutto e in cui non ci si capisce niente? Non è che, se proprio di quello bisogna parlare, si dovrebbe dare più attenzione – e tenere in homepage – qualche contenuto ben prodotto su pro e contro di questa riforma (cosa che salta fuori solo sporadicamente, come se – essendo già stata pubblicata una volta – fosse poi diventata “vecchia” o già letta da tutti)?

Il fatto è che siamo talmente abituati a questo modo di utilizzare l’informazione su internet che ci sembra perfettamente normale doverci sorbire dichiarazioni su dichiarazioni senza che nessuno ci offra un contesto adeguato a capire davvero di che diavolo stanno parlando.

Ogni giorno mi trovo davanti a decine di titoli in cui si parla del benedetto “articolo 2”: qualcuno – sulle principali testate online – prima o poi si deciderà anche a fare un articolo in cui si spiega esattamente in che cosa consiste questo articolo 2 e perché è così importante. O si pensa che in Italia siano tutti così appassionati a commi e procedure parlamentari?

Tutto questo avviene in ossequio a quella teoria secondo la quale internet è il regno dell’informazione lampo mentre la carta è – e rimarrà – il regno dell’approfondimento. Strano a dirsi: proprio ieri stavo leggendo sullo schermo del mio smartphone un approfondimento del New York Times, sulla situazione di New Orleans, che sarà stato lungo più o meno 20mila battute.

Una piccola esperienza personale (ma non credo proprio di essere l’unico) che basta a sbugiardare una teoria – quella di internet come strumento per l’informazione lampo – che si è fatta dogma per ragioni che diventano sempre meno chiare più i siti diventano responsive e più aumentano le dimensioni degli schermi degli smartphone e si diffonde l’uso del tablet come strumento di lettura.

La sensazione è che molti dei quotidiani online abbiamo mantenuto una “mentalità di carta”. E in effetti non sarà un caso che quasi tutti i siti online d’informazione più visitati siano legati a qualche storico quotidiano e che i pochi che fanno un lavoro diverso siano “nativi digitali” (tra cui quello su cui questo post compare).

C’è però un’altra ragione per cui online si dà spazio solo ed esclusivamente alle news, una ragione ben nota: sono quelle che su Facebook tirano di più. O almeno così si dice, visto che alcuni risultati – in termini di click, ‘mi piace’ e condivisioni – dei lanci da parte di quotidiani con milioni di fan fanno pensare che forse sarebbe il caso di cercare qualche altra strada.

Vale la pena di soffermarsi un attimo su quanto scritto in un bel pezzo dell’Atlantic, risalente al 2013 ma che offre spunti sui quali, due anni dopo, non si è ancora riflettuto a sufficienza. Si parla della teoria dello “stock and flow”. La traduzione è mia (quindi siate clementi) e non si parla precisamente di giornalismo, ma più dell’utilizzo dell’informazione sui social network:

“La cosa più ovvia è che il flusso delle notizie sopravviva, ma che altri tipi di contenuti ottengano grande attenzione e potere. L’idea di Robin Sloan è che la metafora da seguire sia quella dello ‘stock and flow’.
Il flow è il nostro feed, sono i post e i tweets. È il flusso quotidiano e pluriquotidiano degli aggiornamenti che ricordano alla gente della tua esistenza. Lo stock sono le cose durature. È il contenuto che produci che sarà interessante tra due mesi (o due anni) come lo è oggi. È quello che la gente scopre con le ricerche. È quello che si diffonde lentamente ma costantemente, costruendo la fanbase con il passare del tempo”.

Ecco, quello che manca nella nostra informazione è chiaramente lo stock. I contenuti che possono andare bene oggi, tra due mesi, tra due anni. Che magari non fanno il botto di visualizzazioni grazie al lancio su Facebook, ma che vengono trovati con le ricerche (che stando ai dati dell’American Press Institute sono il mezzo con cui il 60% dei millenials ottiene informazioni). Sono quei contenuti che producono la fondamentale coda lunga.

Ma non si tratta solo dell’annosa questione Facebook vs Google. Non si tratta solo di produrre contenuti che vanno bene per Facebook decidendo di snobbare quelli che vanno bene per Google. Perché la verità è che i contenuti più longevi vanno benissimo anche per Facebook, visto che hanno la fondamentale caratteristica di poter essere rilanciati più e più volte. Ogni volta che chi si occupa di queste cose nelle redazioni pensa che sia il momento più adatto.

Esempio pratico: se ho pubblicato un bel contenuto che riassume, per fare un esempio, la storia dello Stato Islamico, questo mi premierà sicuramente su Google ogni volta che qualcuno cercherà come è nato l’Isis. Lo stesso vale per chi può finanziare una bella inchiesta sullo Stato Islamico, come questa (di enorme successo). E sul versante Facebook? Avrò un ottimo contenuto da rilanciare ogni volta che lo Stato Islamico tornerà in cima a tutte le homepage. E mentre tutti i quotidiani si affanneranno a lanciare sui social network la breaking news del momento, lottando spasmodicamente tra di loro per ottenere l’attenzione degli utenti, io avrò un contenuto di qualità, assolutamente sul pezzo, che troverà una prateria di attenzioni se avrò saputo costruire bene, nel modo giusto, con la pazienza e cura che ci vuole, la mia platea di lettori.

Un contenuto che andrà bene per anni, se lo Stato Islamico continuerà a imperversare (e speriamo di no), che richiederà solo di essere aggiornato una volta ogni tanto, e che pagherà sia sul fronte Facebook che sul fronte Google. E che differenziandosi dalla marea di news che escono ogni secondo, permetterà di differenziare anche la testata che lo ha prodotto.

Quando lavoravo al Corriere – come correttore bozze – i ‘senior’ ripetevano più volte una frase che immagino circoli in tutte le redazioni: “Gli articoli di giornale il giorno dopo vanno bene per incartare il pesce”. Ed è così, sulla carta. Su internet invece gli articoli rimangono online, per sempre. Il che significa che una testata può far fruttare, aggiornandolo quando necessario, un articolo scritto e lanciato per la prima volta due anni fa.

Paradossalmente, avrebbe più senso che sul cartaceo (che a fine giornata si butta) ci fossero solo le notizie del giorno e che online (dove gli articoli restano sempre a disposizione) ci fossero soprattutto inchieste, reportage e approfondimenti. Funziona al contrario, invece: si tende a pensare che l’arco di vita di un pezzo su internet debba necessariamente essere brevissimo e che vadano pubblicati solo articoli “sul pezzo”, che riportino quanto sta accadendo qui e ora.

Qualche segnale che le cose stiano cambiando, comunque, si inizia a intravedere. Nell’attesa, continueremo a sorbirci le schermaglie quotidiane a colpi di dichiarazioni dei politici su Repubblica(.it) e il Corriere(.it). Che noia.

@signorelli82

TAG:
CAT: Internet, Media

3 Commenti

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  1. drogo 5 anni fa

    Tutto vero, ma poi è la rete a decidere cosa far vedere, basta leggere le nuove politiche di FaceBook per rendersene conto. E allora, se il giornale perde il ruolo di medium, o lo vede fortemente ridimensionato, il ragionamento rischia di non reggere più. O forse è solo uno spostamento del baricentro del potere. Cosa mi dici Andrea? Grazie per la tua bella riflessione.

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  2. drogo 5 anni fa

    Tutto vero, ma poi è la rete a decidere cosa far vedere, basta leggere le nuove politiche di FaceBook per rendersene conto. E allora, se il giornale perde il ruolo di medium, o lo vede fortemente ridimensionato, il ragionamento rischia di non reggere più. O forse è solo uno spostamento del baricentro del potere. Cosa mi dici Andrea? Grazie per la tua bella riflessione.

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  3. beniamino-tiburzio 5 anni fa

    Più che decidere cosa far vedere la rete fa vedere di tutto. Per sua natura. Noto, però, che nel “mare magnum” del flow, si va sempre a cercare un po’ di stock. Per questo condivido la riflessione di Andrea.

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