Anno 179 d.Cv. – Ritrovamento di diari dell’anno 0 (I)

:
30 Marzo 2020

Alcuni cronisti annotarono molte cose che furono dette e fatte durante quell’incubo della pandemia che interessò il pianeta circa centottant’anni fa. Alcuni diari furono recuperati in un sotterraneo rifugio, poi abbandonato dagli scrivani, forse alla ricerca di cibo.

Coloro che lessero quelle note tanto tempo dopo credettero molti di quei diari opera di un ospite di un manicomio a cui avevano lasciato le porte aperte quando fu deciso di svuotare tutte quelle strutture per impossibilità di curare i malati. Ormai la maggior parte della popolazione del pianeta non c’era più. È difficile ricostruire a distanza di tanti anni cosa successe veramente.

Altri diari sembravano a prima vista una sceneggiatura, scritta a più mani e non ancora limata da un editing spietato, quindi con tutti gli errori di sintassi, concetti contraddittori, ineleganze, scenari contrastanti e impossibili, tipo luce e buio nello stesso momento, e così via. Oppure l’opera di uno scrittore squinternato o di un gruppo di squinternati che sarebbe stato classificato nei profili di Storia della letteratura decenni dopo la pandemia, come Gruppo ’20, detto anche il Gruppo dei Pazzi.

Neodiarismo fu chiamato il movimento, dopo i remoti cronisti medievali e i libri di Mémoires così amati nel Settecento o le Cronache marziane di Ray Bradbury. Le biblioteche sopravvissero, fortunatamente, alla pandemia.

Quasi tutti i diari incominciavano in un luminoso mattino del gennaio 2020, quando nella ridente Europa iniziarono a giungere notizie di un virus abbastanza strano dal Catai. Un virus esotico in un paese esotico, in fondo quel che lì accadeva era sempre l’oggetto dei racconti dei mercanti che seguivano la Via della seta. Lì questo virus sembrò manifestarsi in grande stile, costringendo le persone a tossire, a starnutire, con febbri alte, e, soprattutto, si diffuse sempre più e in brevissimo tempo. In diversi creparono. L’imperatore del Catai impose la quarantena alle città e alle provincie interessate dal morbo ma i mercanti del vecchio continente portarono il virus in Europa, dove ebbe gli effetti più devastanti. Altri mercanti del Catai, che avevano dei fondaci in Europa, in quasi tutte le città, insieme alle merci, sparsero anch’essi inconsapevolmente quel virus che, comunque, era già arrivato attraverso quegli altri tornati dall’Oriente. Gli aerei furono molto più efficienti di una carovana di cammelli nella diffusione del virus.

I racconti dei cronisti erano preoccupanti. In Catai si fermò tutto, ma proprio tutto, e le persone rimasero al lungo recluse in casa. Gli ospedali erano pieni di contagiati e lo scenario che si andava delineando presto o tardi si sarebbe ripetuto anche in Europa. Così pensavano i più avvertiti.

In alcuni diari i segni si interrompevano, a un certo punto. I traduttori lo resero con “Andrà tutto be…”.

In Europa, però, in un clima di Carnevale, si prese anche questo virus quasi come uno scherzo carnevalesco e si sottovalutò, come si poteva mai rinunciare allo spritz, ah! Aperol un nome che non si dimentica, perfino in tempi di epidemie. Però, nonostante l’aria festaiola, il virus sembrò approfittare delle apericene per preparare il suo pasto principale, ossia le cellule degli apericenanti e di coloro che proprio non sapevano rinunciare alle partite di calcio e ai baci e abbracci che, sebbene fossero piacevoli, divennero la Ferrari del virus. Presidenti di regioni, governanti, politici iperlogorroici dissero che tanto era un’influenza. Poco più che un’influenza dissero alcuni virologi; Un’influenza che, comunque, produceva sempre vittime quando si presentava; una pandemia dissero altri, prospettando la morte nera a mietere vite colla falce su un cavallo scheletrico. Tra i due litiganti il virus gode, perché nel frattempo si diffondeva e non si saziava. Proprio un ingordo, ’sto screanzato, notò un autore dei diari.

Opinionastri televisivi d’ogni forma e d’ogni età dissero la loro opinione, Capre! Capre! Capre!, o altre bestiole vennero evocate sul piccolo schermo come formula magica , anche perché era l’unico disponibile da quando cinema e teatri furono chiusi a scopo cautelativo. Il Grillo parlante tacque, finalmente, ma di grilli parlanti era arrivato un bastimento carico di… D. Decerebrati, disinformati, disarticolati, disturbati, deficienti, deficitari, delinquenti, demagoghi, deplorevoli… Ma carico carico, eh! Anche se la tv faceva compagnia, era stato consigliato di spegnerla per buona parte del giorno perché il bastimento era fin troppo carico di D.

Un autore notò che il virus era entrato nelle menti di tutti, ormai. Soprattutto in quelle dei politici che, chi per primo, chi con ritardo, videro un argomento da sviluppare per le proprie demagogiche campagne elettorali perenni, magari utilizzando i soliti rosari – un oggetto oggi obsoleto, grazioso però – come attrezzi scenici; erano andati bene una volta, avrebbero potuto sempre avere effetto, pure adesso. Mah! A vedere gli effetti del bastimento carico di D, il Rosary Club andò perdendo affiliati. Un grafico annotato sotto la cronaca mostrava la curva discendente per coloro. Forse come antivirale non dovette essere molto efficace. Avrebbe potuto calmare la voglia di blaterare, questo sì, a furia di recitare tante volte i mantra cristiani, la chiacchiera, dopo un po’, forse, si placava. Non in tutti, però, perché qualcuno scrisse che conduttrici televisive che dicevano di farne uso ogni sera e Capitani senza paura che lo usavano come gioiello o come complemento d’abbigliamento, non stanchi della recita che un rosario preso seriamente comportava, continuarono a blaterare a vanvera (termine desueto; nei vocabolari dell’Idioma Antico dell’Accademia del Tritello, l’oggetto “vanvera” era sinonimo di piritera, assai in voga presso le aristocrazie di Venezia e Napoli nel lontano Seicento del secondo millennio). I peti verbali, annotò scrupolosamente un cronista, venivano incanalati nella vanvera mediatica e distribuiti uniformemente nell’etere, per cui, per non appestare l’aria casalinga, che già di peti ce n’erano abbastanza, era meglio spegnere o commutare l’apparecchio televisivo su stazioni che trasmettessero musica ventiquattro ore. Ah, un sollievo ascoltare Radio Nostalgia, testimoniavano i cronisti reclusi.

Tutti i cronisti furono concordi su un punto. Gli ipercinetici governi del “fare” proposero varie soluzioni ai problemi che si presentavano ormai in fase acuta. Dopo aver blaterato che gli abitanti del Catai mangiavano i topi vivi e che per questo i virus si diffondevano, meglio mostrarsi attivi e pretendere di fare 11.000 tamponi al giorno, anzi no, 11.300. Solo per i cinque milioni di abitanti nella regione del Veneto, assai pittoresca: “Ci attrezzeremo e saremo i primi di tutti. Le altre regioni ne facessero quanti ne volevano o non li facessero proprio.” Furono le parole di uno di quei signori. Quanti tamponi furono fatti nella realtà nessun cronista fu capace di annotarlo. Probabilmente era una strategia per incanalare i suddetti peti verbali nella suddetta vanvera. D’altro canto a Venezia ne sapevano già qualcosa secoli fa.

Uno annotò che l’ambizioso progetto fu accantonato perché qualcuno dovette far notare che ci sarebbe voluto troppo tempo perfino qualora si fosse riusciti a farne pure il doppio. Non si può cavare sangue dalle rape.

Nel diario fu registrato anche che altre nazioni – non si capì all’epoca se per effetti devastanti del virus nella cervice dei capi di stato o perché coloro ne fossero difettosi all’origine; forse rimarrà un mistero insoluto – non compresero in tempo l’ingordigia del virus e la sua fame di organismi ricettivi, assai abbondanti in un’Europa dove la terza età, con acciacchi o senza, era la maggioranza. Ma, si sa, nessuno nasce imparato, anche allora.

Non solo gli opinionastri, le star della tv, supercuochi compresi, declamarono la loro ricetta, ma pure gli influencer (nome più che mai adatto per diffusione di fake virus; forse erano gli untori, si disse un linguista, decifrando l’antico linguaggio), spargendo informazioni di come lo zenzero fosse efficace, provatelo provatelo per poco ve lo dò, sembrava l’ispirazione che giungeva dal melodramma (genere obsoleto che cessò purtroppo di esistere dopo la pandemia).

Nel caso dei più mistici le omelie papali e la speranza in una clemenza sacra da parte di divinità e santi taumaturghi, che già avevano salvato città e paesi da pestilenze in passato, istigarono pseudogiornalisti devoti a Madonne varie, in particolare quella di Medjugorje, strattonata da tutte le parti, a pronunciare il rimedio per tutti i mali: “l’acquasanta non è veicolo di contagio, la religione non può contagiare nessuno! Come vi permettete a chiudere le chiese”. …Quando perfino il santo padre preferì discorrere con una Piazza San Pietro deserta, lo dicono tutti i diari fin qui trovati. Lo pseudogiornalista invitato perennemente dalla famosa conduttrice che sgranava il suo rosario ogni sera, al momento sembrò tacere. Non fu specificato per quanto riuscì a tacere, ma non venne più riportata la sua presenza.

I diari comprendevano anche le statistiche. V’erano foto di grafici con curve immaginarie presentate coll’asta in mano – bisognava mantenere un metro di distanza – da conduttrici piene di curve, che avrebbero dovuto rappresentare l’andamento del virus, i contagi, i deceduti, i guariti, quelli che restavano così così, quelli asintomatici, quelli che non se lo prendevano proprio; tutte coloratissime, quelle curve, ed esprimenti la speranza, il picco, i picchi, che nel frattempo picchiavano forse contro un tronco per trarne gli insetti da mangiare, con frasi augurali come “tra quindici giorni l’emergenza è finita”. Questo grafico datava quindici giorni prima del successivo. Le curve invece s’ispessirono, nei grafici posteriori, e diventarono molte di più, aggrovigliandosi in scenografici nodi, confondendosi, ma tu sei la curva nord o la curva sud, io sono la curvă  romena e chi legge è mio figlio (o figlia).

Furono annotati anche quelli che notarono grandi spostamenti finanziari da una parte all’altra di denaro – tesoro che non esisteva e che non si trovò mai da nessuna parte – e che avrebbe rivelato la sua essenza effimera al momento in cui nessuno poté pagare alcunché. Avevi voglia di prendere nota in partita doppia di roba che non c’era proprio. Alla fine erano più o meno eleganti cifre su un foglio o su un monitor, sterili, senza aver prodotto nulla. Ciò che avrebbe contato erano i beni immobili che ognuno possedeva. Forse chi ne avesse posseduti troppi avrebbe rischiato di essere un po’ inviso al resto che non ne possedeva punti. Lo notò un cronista africano.

Non si sa di più che queste povere osservazioni, da quei diari lontani dell’anno 0 del Coronavirus (in a.Cv. e d.Cv. si sarebbero divisi i novelli calendari).

Appena ne verranno scoperti altri, informeremo i nostri lettori di ulteriori impressioni che vennero annotate in quei tempi strambi. Abbiamo ricevuto una segnalazione che in qualche caverna del deserto del Mar Morto, luoghi ideali per rifugiarsi dalle epidemie, probabilmente ne sono stati trovati altri. Ma sono in fase di traduzione; alcuni traduttori dicono che potrebbero essere solo dei registri di banche non più esistenti.

 

Nuova Roma, 30 Florale 179 d. Cv.

 

 

 

TAG: andrà tutto bene, apericena, Bradbury, Catai, coronavirus, Grillo, Influencer, Mar Morto, Medjugorje, rosario, spritz, topi vivi, vanvera, Via della Seta, zenzero
CAT: Letteratura

Nessun commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

CARICAMENTO...