Dalla parte dei morti

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2 novembre 2018

Almeno il giorno dei morti, non è male far parlare loro…

“I morti, dal momento che non sono vivi, non possono che essere morti.
Così si pensa.
Ma io so che le cose non stanno in questo modo perché me l’ha detto l’unica persona che, quanto a quest’argomento, ha voce in capitolo, ovvero un morto.
Le obiezioni ce le ho scritte nel calepino e, scorrendole tutte, vedo che si riducono ad una solamente: un morto non può averti detto alcunché perché era già morto e, se ti ha detto qualcosa, non lo era, era vivo.
L’obiezione non tiene conto:
1) Del fatto che molti vivi sono già morti, da un pezzo e non lo sanno.
2) Molti morti sono meno morti di quello che si ritiene.
3) I morti vanno trattati come i vivi perché, dopo esserlo stati per tanti anni, si sono abituati ad essere com’erano da vivi.
Il morto in questione, dunque, pur essendo, effettivamente, morto, non lo era del tutto.
Quello che gli obiettori di prima si ostinano a non tenere in conto è infatti che quella che loro chiamano “morte” è una pura astrazione.
La “cosa” vera, noi non la possiamo pensare e, se non la possiamo pensare, neanche dire la possiamo.
Non possiamo pensare e dire “la morte” ma possiamo pensare e dire i morti, perché tutti noi ne abbiamo conosciuto uno, almeno da vivo.
Se dei morti possiamo parlare è, dunque, perché sono o sono stati come noi e noi siamo o siamo stati come loro.
C’è affinità tra noi e i morti.
Non ce n’è, e non può essercene, tra noi e la morte.
Io, dunque, è dei morti che parlo e ne parlo, conoscendoli, a ragion veduta.
Perché mai, inoltre, se il morto cui mi riferisco fosse stato vivo, si sarebbe dovuto presentare come morto?
Io, come ho detto, conosco il morto in questione e posso garantire due cose:
1) Che questo morto non è mai stato incline agli scherzi
2) Che questo morto è uno dei morti più sinceri che io abbia mai conosciuto e che, dunque, se fosse stato vivo me l’avrebbe detto.
Lascio dunque la diffidenza ai diffidenti e, quanto a me, mi regolo con i morti come con i vivi: sulla fiducia.
E adesso spiego quello che questo morto mi ha detto.
Si muore e si è definitivamente morti.
Appena morto, uno è morto grave.
Non ce n’è per nessuno.
Il morto a questo stadio è un morto di settimo livello che è, così mi ha detto il morto, il massimo livello.
Passano gli anni, circa una ventina, o a volte anche venticinque (più o meno lo spazio di quella che noi chiamiamo “una generazione”) e il morto scende al sesto livello.
Altri vent’anni e passa al quinto e così via fino ad arrivare al primo livello che è quasi cosa da niente.
A quel punto il morto non è morto che per formalità e si prepara già a tornare al mondo.
I venti anni tra un livello e l’altro servono ad accumulare circa cento quarant’anni che è una distanza di sicurezza per non fare tornare il morto alla vita di prima, che sarebbe una seccatura per lui e soprattutto per i congiunti.
A partire dal sesto livello avanzato (o, in certi casi, dal quinto) il morto può cominciare a farsi percepire, ma senza esagerare.
Verso il terzo livello cominciano le apparizioni vere e proprie.
In genere non è un bello spettacolo perché, a questo stadio, si è sempre un poco sciupati.
Da qui gli spaventi: sia da parte del morto che da parte del vivo.
Il vivo perché vede il morto e il morto perché vede il vivo che si spaventa.
Ma dopo un poco le cose si aggiustano e i vivi imparano a convivere con quelle apparizioni: i morti di secondo e primo livello, infatti, hanno un’ottima cera e non fanno più spavento a nessuno.
Alla fine del primo livello il morto è un compagnone: bello, salutare, pronto al bicchiere e alla battuta.
E un bel giorno rinasce.
Purtroppo nessuno se ne accorge, nemmeno lui.
Ma così è la morte: un po’ come la vita.”

Jean Francois Lecrovequèt
Mort à la carte, Grenoble, 1929, pag.3-5
(trad. di UR)

 

TAG: Cultura
CAT: Letteratura

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