La cultura in Italia, il Premio Strega e come usare Facebook

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5 luglio 2019

Ha vinto “M. Il figlio del Secolo” di Antonio Scurati. A lui va il Premio Strega di quest’anno. Un libro mastodontico che a parer mio può essere paragonato a I Promessi Sposi per cura dei dettagli, desiderio di parlare del presente attraverso il passato e soprattutto perchè entrambi sono una palla allucinante.

Ma non voglio concentrarmi sulla qualità del libro in sè, se mi sia piaciuto o meno: si tratta di questioni secondarie. Il punto è che, come ogni anno, il Premio Strega manifesta lo stato di salute della cultura italiana e degli scrittori e intellettuali. Chi lo vede da fuori, forse ha una visione più d’insieme. La cultura italiana- quella elevata, che si riunisce nei salotti dabbene, dibatte su Il Corriere della Sera, quella cultura formata da scrittori, giornalisti, intellettuali di sinistra ma con lo sguardo rivolto verso quel “conservatorismo nostalgico”- sembra una bolla. Una bolla stantia, autoreferenziale, che se la canta e se la suona e fissa una catastrofe che predice imminente. Una circolo ristretto che ormai non riesce nemmeno più a lamentarsi dello stato comatoso in cui versa la cultura italiana, troppo impegnato a celebrare il proprio ego.

Come tutti voi, con l’arrivo dell’estate, anche io ho assistito al lamentio stereotipato sui social verso i compiti delle vacanze e verso i giovani che “non leggono più, nemmeno d’estate quando potrebbero”.

Ecco, vorrei partire da questo. Siamo sovrastati da ricerche, statistiche, ferventi dibattiti intellettuali. Gli italiani non leggono più. I giovani non leggono più. Ma nel costante lamentio non ci siamo accorti di una cosa: il mondo stava cambiando. La fruizione delle cultura ha sempre subito delle trasformazioni. A queste trasformazioni corrispondeva un dibattito serio, un adeguarsi ai mezzi e ai tempi. Così siamo passati dalla tragedia durante l’età classica al poetare erudito degli Alessandrini.

Noi viviamo nell’epoca dell’informazione ubiqua e istantanea. Posso sedermi al bar e guardare un film Netflix. O infilare le cuffie mentre cammino nel parco e disporre di un numero impressionante di canzoni o podcast su Spotify. Mentre il mondo andava avanti, si evolveva, la letteratura e la cultura “alta” si rinchiudevano in loro stesse. C’è un passo del Santa Sanctorum dei libri di testo di letteratura, il Luperini, che credo riesca a chiarire le cose: con l’arrivo della società dei consumi, l’atteggiamento degli intellettuali (in particolare lui citava i filosofi) si polarizzava: da una parte coloro che sfruttavano questi nuovi media, dando vita al fenomeno ad esempio dei best seller, e poi coloro che invece preferivano un linguaggio oscuro, oracolare, sulla falsa riga di Heidegger. La creazione di un culto. Di una cerchia. Questa corrente di pensiero ci ha dato alcuni dei più grandi scrittori e intellettuali di sempre- penso ad esempio a Carlo Emilio Gadda e a Luciano Bianciardi. Ma si tratta di una strada sbarrata. La società consumi è entrata in una fase nuova, compulsiva. E si è diffusa, allo stesso tempo, la falsa idea che le persone abbiano perso la voglia di leggere. Non è finita la voglia di leggere. Ma, ovviamente, se cerchi di combattere Netflix, hai poco da fare. Hai bisogno di un nuovo modo di intendere la letteratura: è necessario cambiar orizzonte, cercare un pubblico- il più vasto possibile- per la propria opera. Una scrittura cinematografica, fatta di storie, ha vita corta. Ci sono altri mezzi. Così come ha vita corta un’opera che si rivolge a un pubblico stretto (e mi dispiace, ma quella di Scurati mi sembra essere proprio così). In Usa, ad esempio, dove la letteratura non è mai stata posta su un piedistallo e dove regna più la prostituzione che la santità, ci sono stati dei lavori interessanti , come Eccomi di Jonathan Safran Foer, che riesce a infilarsi nei rapporti di coppia fino a sviscerarli. Ed è una mossa geniale, perchè per quanto possa provarci il grado di profondità della “televisione” in quel campo non riuscirà mai a sconfiggere la letteratura.

Quello che dicevamo prima ha spinto la cultura italiana verso l’ostracizzazione volontaria, rinchiudendosi in una fantomatica torre d’avorio, denunciando l’imminente ritorno del fascismo, lo sprofondare verso tempi bui, la critica a una morale sessuale borghese, alimentata da un substrato cattolico, e allo stesso tempo si è rifugiata in un passato mistico- mi viene da pensare a “Il Desiderio di Essere come Tutti” di Francesco Piccolo o ai film di Walter Veltroni.

La cultura italiana sta perdendo la sua lotta contro il tempo. Non è trendy. I libri non fanno più tendenza se non, appunto, grazie a editoriali sul Corriere da parte di intellettuali ormai sorpassati.

Tacito affermava che il declino dell’oratoria fosse da additare alla fine di un clima politico- quello repubblicano- che la rendeva necessaria. La cultura, nei giorni più bui, è sempre risorta dalle sue ceneri. Ma dalla Francia collaborazionista non emerse tanto Francois Mauriac, ma Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Albert Camus. Perchè? Perchè erano trendy. Essere Jean Paul Sartre, al tempo, era dannatamente trendy, tanto che si racconta di svenimenti durante le conferenze.

Il punto è proprio questo: come può fare uno scrittore a essere trendy senza rischiare di intrufolarsi di nuovo in un circolo autoreferenziale? Come può uno scrittore oggi inserirsi nel dibattito pubblico, facendo sentire la sua voce, fino ad arrivare non a quei pochi appassionati ma a un pubblico più ampio che, in giorni come questi, ha sempre più bisogno di un’offerta culturale innovativa, inserita in un contesto di storytelling?

La risposta a questa domanda non ce l’ho nemmeno io. E mi auguro che questo possa far scaturire realmente un dibattito.

Mi limito a fare qualche considerazione finale: perchè questi scrittori non sono attivi su Facebook? Ad eccezione di pochi (come Raimo, Janeczek e Lagioia per dirne tre) gli scrittori usano le loro pagine puramente come un’agenda. Non so se rifiutano il mezzo social perchè non permette un livello adeguato di discussione. Però quello che so è che mentre qui si sta a discutere se Facebook permetta un nuovo “dibattito sull’ateismo” come nell’Idealismo tedesco, questa potentissima macchina comunicativa viene utilizzata dai peggiori rigurgiti conservatori e razzisti che loro sì, creano un’egemonia culturale (tipo avete mai visto la gente che non becca un congiuntivo nemmeno a pagare condividere quel turbo-bagaglio di Fusaro?).

Sulla questione ho interrogato anche Nicola Lagioia, che fa questo appunto: A mio parere in Italia la critica è semimorta (nel senso che non la legge più nessuno, e se uno perde rilevanza una minima parte di responsabilità) mentre la letteratura è molto, molto vitale. Se si pensa che a dispetto del suo numero di abitanti l’Italia ha avuto di recente scrittori come Eco e Tabucchi (letti in tutto il mondo), oggi scrittori come Siti e Busi (meno letti ma bravissimi), casi mondiali come quello di Elena Ferrante, successi internazionali come quello di Domenico Starnone, exploit improvvisi come quello della Auci, successi pure quelli internazionali come Cognetti e Postorino (entrambi molto letti rispettivamente in Francia e Germania), autori di genere come Camilleri e iper-letterari come Mari… be’, il risultato secondo me è che siamo bravissimi a parlare male di noi stessi e meno bravi a capire quante cose belle e interessanti facciamo. Pensa al cinema: sempre a denigrarlo, il cinema italiano, e poi siamo il paese che in assoluto ha vinto più Oscar al film straniero, il secondo per Palme d’Oro vinte ecc…. Insomma, denigrarsi è lo sport nazionale, convincersi di quante cose interessanti ci succedono sotto il naso è faticosissimo… il contrario di francesi e americani

 

TAG: #arte, Cultura, libri, scuola
CAT: Letteratura

6 Commenti

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  1. federico.gnech 2 settimane fa
    Onestamente non credo che l'editoria italiana riuscirebbe a diventare più "trendy" di così - trendy nell'accezione di sputtanato e superficiale. La cosiddetta torre d'avorio è crollata da quel dì, e di scrittori presenzialisti sui social o altrove ne abbiamo davvero troppi. Ben venga una scrittura meditata, personale, che non deve stare necessariamente "sul pezzo", che chiede al lettore - giovane o vecchio che sia - un minimo di sforzo. E ben venga un tomo di ottocento pagine come quello di Scurati, scritto in una lingua certo non 'media', ma accessibile. Se poi i lettori non arrivano, pazienza. Leggere non è obbligatorio, come non lo è fare la corsetta al mattino. Fortunatamente.
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  2. mattia-marasti 2 settimane fa
    a me sembra che in Italia ci sia questa equazione: trendy= superficiale. Non credo affatto sia così. Questa equazione si basa sul pregiudizio che il consumatore, cioè i lettori potenziali, siano stupidi. In questi anni le competenze sono aumentate, non uniformemente, ma sono aumentate. L'essere trendy non implica perciò una semplificazione, ma una modernizzazione. Servono due cose: puntare su quello di già buono che c'è e puntare su una discussione seria sulle forme di fruizione della cultura e della letteratura.
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  3. federico.gnech 2 settimane fa
    Mattia, io non so cosa "serva", davvero, ma da quando ho abbandonato i social ho ripreso a leggere come facevo un tempo, senza distrazioni e senza necessità di seguire qualche corrente. Io e la pagina di carta, e l'unico ipertesto è quello che si forma nella mia zucca - dove ho ancora tantissimo spazio. Forse sto diventando vecchio.
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  4. lina-arena 2 settimane fa
    Vi prego poi di non ritenere Luperini una summa. E' uno scrittore troppo ideologizzato e troppo condizionato dalle sue idee. Per me è poco credibile.A sinistra c'è solo una montagna di scrittori che ha desiderato rivolte inattuate e inattuabili.E diciamolo pure per fortuna della gente.
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  5. dionysos41 2 settimane fa
    Forse basterebbe leggere qualcuno degli ultimi romanzi usciti in Francia, Spagna, America Latina, paesi di lingua inglese per rendersi conto che il problema non è essere trendy o no, ma affondare nel proprio tempo con una consapevolezza di scrittura che manca agli italiani. Gli esempi avanzati da Lagioia sono di scrittori che sfiorano i novant'anni. O comunque non giovani. Gli scrittori italiani sono terribilmente chiusi e autoreferenziali, e quando invece vogliono apparire trendy sono banali da far cascare le braccia.
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  6. ilballodeizanzoni 4 giorni fa
    Andando un po' a memoria, verso la fine degli anni Ottanta si dibatteva su quale fosse "la specifico televisivo". Ricordo che qualcuno scrisse più o meno che "lo specifico televisivo è il peggio". Può darsi che lo specifico di Facebook sia proprio il peggio e quindi chi dà il peggio di sé risulterà sempre vincitore. Tanto per dire, sono andato a vedere la pagina (o forse una delle pagine, non avevo voglia di indagare ulteriormente) di Diego Fusaro su internet e nelle ultime 24 ore si contano 31 post. Perché mai uno scrittore o un intellettuale serio dovrebbe aver voglia di affrontare una marea del genere? Quanto all'essere "dannatamente trendy" e al "contesto di storytelling", confesso che guardo i due termini con molto sospetto. E poi Sartre sarà stato trendy, ma talvolta diceva anche delle cose terribili.
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