Ridotte attitudini sociali

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11 ottobre 2019

Aveva 20 anni, ma prima del servizio militare non era mai andato da nessuna parte.
Nemmeno nel capoluogo della sua provincia, Enna.
Quando c’era la libera uscita, non andava fuori con gli altri.
Qualcuno gli aveva regalato una veccchia bicicletta da donna con la quale si divertiva ad andare su e giù per i viali del vecchio ospedale militare.

Riusciva ad economizzare anche sulla paga. Accantonava quei pochi quattrini lasciandoli in deposito al barbiere dell’ospedale e ogni tanto li spediva a casa.

Ricordo ancora il suo cognome, Boccea.
Aveva sempre in viso un’espressione allegra, come se stesse ancora rimettendosi dallo stupore di essere lì, a Padova , una grande città del Nord, a 1500 chilometri da casa.

Quando andava in mensa metteva tutto insieme nella gavetta: rigatoni, bistecca alla milanese, insalata e vino.
A chi lo guardava schifato e inorridito rispondeva, seraficamente: “Tantu s’hannu a miscari” (tanto si devono mischiare).

Mio padre, che, verso la fine degli anni 60, era il direttore di quell’ospedale militare, diceva di lui:

“Esistono le R.A.M., le ridotte attitudini militari? Dovrebbero esistere anche le R.A.S., ridotte attitudini sociali. E uno come Boccea dovrebbe starsene a casa.”

Eppure lui era felice come una Pasqua.
Quando gli dissero che poteva usufruire della licenza di dieci giorni per tornare a casa, rinunciò ad andarci.
A lui, abituato ad essere un mulo da fatica nel piccolo podere della famiglia, quell’anno di servizio militare, in cui gli si chiedeva di fare pochissimo rispetto a quello che faceva prima, sembrava un paradiso.
Quando aveva finito di pulire i cessi e le camerate poteva andare su e giù con la sua bicicletta ed era felice.

 

TAG: servizio militare
CAT: Letteratura

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