Tecniche di dissuasione

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12 aprile 2019

Mambretti quell’anno aveva fatto delle vacanze molto brevi: giusto una decina di giorni in montagna.
Anche lì, però, non era riuscito a staccare del tutto dal lavoro.

Ogni volta che tornava in albergo dopo un’escursione, c’era per lui una chiamata di qualcuno dei suoi collaboratori o, peggio, del Grande Capo. Si affrettava, naturalmente, a richiamare soprattutto quest’ultimo, che esordiva sempre bofonchiando: “L’ho fatta cercare tutta la mattina, ma avete tutti quanti la brutta abitudine di tenere il cellulare spento!”. Mambretti cercava di replicare qualcosa circa la scarsa copertura di campo dei telefonini in alcune zone di montagna, ma senza molta convinzione.

Sapeva che il Grande Capo era di malumore non tanto per non essere riuscito a contattarlo per qualche ora, quanto per il fatto che lui avesse deciso di prendere ferie “proprio in quel periodo” (e avrebbe detto “proprio in quel periodo” di ogni periodo dell’anno tranne che di quello che lui stesso sceglieva, tra l’altro ogni anno sempre diverso).

Ormai, da tempo Mambretti aveva deciso di incarnare, nei confronti del suo capo, soprattutto il ruolo di sparring partner: l’avversario di comodo di una infinita serie di match decisionali, la persona pronta a confortare con il suo parere le decisioni giuste, a fornire una soluzione ai pochi veri dilemmi (leggi: le situazioni, assai rare, in cui il Grande Capo non sapeva che pesci piagliare) a indicargli con garbo i suoi errori.

La cosa più difficile era proprio quest’ultima. Ci voleva il massimo della diplomazia.
Mambretti non diceva mai, di un’idea del Grande Capo: “Mi sembra che non stia in piedi”.
Non si azzardava nemmeno ad usare una formulazione più morbida, tipo “ho qualche perplessità”.
Le grandi sopracciglia cespugliose del Grande Capo si sarebbero immediatamente radunate al centro della sua fronte spaziosa, dando il segnale di inizio di una tetragona resistenza.
Mambretti diceva piuttosto “L’idea è buona e originale”, oppure “Mi sembra una soluzione di sicuro impatto”  (all’altro piaceva molto questa cosa dell’impatto).
Poi, poco alla volta, volteggiava intorno al problema, disseminando sul terreno qualche cauta frase del tipo “Le dispiace se provo ad immaginare di essere l’avvocato del diavolo”, oppure “Non resta che esaminare i pro e i contro”.

Quell’espressione -“non resta che” – tranquillizzava il Grande Capo perché gli dava la sensazione che la sua proposta stesse già passando alla fase applicativa: quell’esame dei pro e dei contro appariva, per come veniva introdotto da Mambretti, quasi una trascurabile formalità.
Puntualmente poi capitava che l’esame dei pro e, soprattutto, quello dei contro, portasse il Grande Capo a rinnegare la sua stessa idea.
“Forse è meglio soprassedere”, diceva a quel punto.
“A questo, in effetti, non avevo pensato”, aggiungeva a volte.
Mambretti simulava allora una strenua resistenza, assumeva addirittura il ruolo di difensore d’ufficio dell’idea ormai bocciata.
Alla fine mostrava di cedere con rammarico, non senza avere gratificato per l’ultima volta il Grande Capo con una battuta del tipo “Peccato, perchè era un’idea veramente buona”.

Ritornando in ufficio dalla ferie, quel lunedì, Mambretti conosceva la prova che lo aspettava: stava per lasciare l’Azienda il responsabile degli Acquisti ed era arrivato il momento di decidere chi collocare in quella posizione.
Il Grande Capo era favorevole alla nomina di Italo Inganni, un personaggio conosciuto per la sua determinazione, ma anche per la sua puntigliosità e aggressività nei confronti dei colleghi.
“E’ un’ottima scelta”, esordì Mambretti, “è molto orientato agli obiettivi, è un grande lavoratore”
“Uno che non molla”, aggiunse il Grande Capo.
Mambretti si grattò la testa, poi disse: “Sa però come lo chiamano? L’istrice idrofobo. Un soprannome che, oltre a richiamare le sue iniziali, riprende due sue caratteristiche: scarsa capacità di ascolto, estrema irascibilità”.
“A me non ha mai dato l’impressione di essere un tipo del genere”, rispose il Grande Capo.
“A lei!”, sottolineò con tono prudente Mambretti.
Ne parlarono a lungo.
Mambretti ad un certo punto disse: “In una posizione così delicata va messa una persona orientata al servizio, a ricevere degli input e a dare delle risposte, non un amante del conflitto”.
Il Grande Capo parve riflettere un attimo su questa osservazione, poi tagliò corto: “Lei ha ragione, ma su Inganni sono sicuro di non sbagliarmi, è lui quello giusto!”.

Rientrando in ufficio, Mambretti incontrò un suo collaboratore, al quale riferì la conversazione appena avuta con il Grande Capo.
“Ero convinto che tu riuscissi a dissuaderlo”, disse quello.
“Mica è finita la storia”, replicò Mambretti, “vedrai che oggi pomeriggio o al più tardi domani mi richiama e mi dice che ci ha ripensato.”.
“Dici?”. “E’ fatto, così,  basta minare le sue certezze per farlo sbandare…”. 

 

TAG: Grande Capo, Mambretti
CAT: Letteratura

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