Transatlanticismo- Cattedrali per Non Vedenti

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29 gennaio 2019

Se ci sedessimo a un tavolo per discutere della vita sul pianeta Terra probabilmente non ne uscirebbe una discussione idilliaca: non è forse vero che, esclusi rari momenti di estasi e pace, si tratta di un lento cammino disseminato di fallimenti personali e collettivi, di giornate che scorrono via senza nulla che valga la pena ricordare, di emeriti stronzi che ti fanno dubitare dell’ottimismo antropologico che ancora ti affligge? E non è forse vero che anche se per un attimo riusciamo a dimenticare queste cose, ecco che giungono guerre, carestie, governi totalitari e via discorrendo? E anche immaginandoci una situazione contingente il più rassicurante possibile, ci sono comunque persone  che amiamo che in un attimo se ne vanno all’altro mondo, il tempo che scorre veloce senza che riusciamo ad accorgercene e quel corpo che una volta amavamo tanto comincia a deteriorare fino a quando anche le più elementari operazioni motorie diventano un’impresa titanica?
Ecco, supponiamo a ragion veduta, che la sofferenza sia connaturata alla vita umana. Come risponde la Grande Letteratura, quella che definisce la cultura occidentale fin dai tempi di Eschilo, Sofocle ed Euripide? La risposta è una e una sola: la tragicità. Non è forse la tragicità che distingue la tipa insoddisfatta che lavora in ufficio e usa la scusa degli straordinari per passare da un amante all’altro ed Emma Bovary? O che distingue un uomo frustrato e di mezza età, con ormai una piazzetta aperta sulla sommità della testa e una vita sessuale che rasenta l’inesistente, e uno qualunque dei grandi insoddisfatti della letteratura americana del Secolo Scorso?

In fine dei conti la tragicità ci è utile: sostituisce la noia con una tensione IO-Mondo che ricorda così tanto i romantici.

Ma c’è anche un altro atteggiamento. Un atteggiamento più parco, che fa della noia e della semplicità la sua cifra stilistica. Ecco, se dovessi trovare un esempio paradigmatico di questa tendenza propenderei per Raymond Carver. Anzi, c’è una storia che mi raccontò la mia professoressa di Latino e Greco al Liceo: una volta sua sorella per Natale le regalò una delle tante antologie di Carver che vengono sfornate periodicamente e lei per poco non glielo tirava addosso decantando offese che sarebbe vergognoso anche ripetere.

Il motivo molto semplice è questo: quando leggiamo Carver non ci sentiamo male come quando leggiamo Il Lupo della Steppa. Lì c’è uno sforzo di andare contro il mondo, una sorta di eroe tragico che alla fine si ritrova sottomesso a delle regole illogiche di un mondo folle e che scorre limpido verso la catastrofe. In Carver invece ogni forma di eroismo o di tentazione sociale è assente. I personaggi sono persone comuni-operai, disoccupati, gente che va a pesca coi figli, cameriere e via discorrendo. Le storie sono lineari e spesso semplici (tipo avete presente Don DeLillo e i complotti contro l’America, Hitler coinvolto in un filmino porno, eventi tossici improvvisi? Ecco, no).

Questa quotidiana carveriana però ha come danno collaterale una sorta di dolore fitto che sale dallo stomaco fino alla trachea: invece che elevare il dolore come dicevamo prima, lo presenta come un assioma. Eccolo lì, basta. Non c’è da discutere o da fare congetture strane.

Ciò ha portato Baricco a definire la scrittura di Carver come uno che prende una lunga strisciolina che è la vita e la taglia a pezzetti o una cosa del genere. Sinceramente, la trovo una definizione alquanto vaga. Che cosa ci sarebbe di diverso allora rispetto a, che ne so, I Racconti dell’Ohio o da Dubliners o da uno qualunque dei racconti di Hemingway? O addirittura dai Naturalisti francesi?

La differenza tra Carver e questi ultimi, secondo me, è più globale che locale. E si basa su vari punti che toccherò molto brevemente perchè altrimenti avrei fatto il critico letterario: il primo punto è la posizione dell’autore. Negli esempi prima citati l’autore è sempre esterno, come fosse una sorta di scienziato che effettua delle misurazioni (per i Naturalisti francesi era effettivamente così) e dopodiché redige la relazione dell’esperimento. Carver invece, pur sembrando oggettivo e distante, è presente nella narrazione come non mai. Come se fosse una mano che tasta i coniugi mentre dormono nella loro stanza e saggia il pomello della porta, controlla la polvere sui mobili. Certo, non è un narratore interventista. Riprendendo la metafora dello scienziato, somiglia più a un fisico quantistico, nell’interpretazione più ortodossa di questa, dove l’osservatore si fonde con l’esperimento (a proposito leggetevi Sulla Realtà dei Quanti) specificando però che a Carver raramente interessa capire a fondo. Preferisce toccare appena, non lasciar percepire le sue tracce.

Il secondo punto è la forma: l’utilizzo esclusivo del racconto da parte di Carver è funzionale a quanto abbiamo detto prima. Non c’è un prima e un dopo. Non c’è un tentativo di capire o di narrare in una sua evoluzione temporale. Per Carver quel filo di cui parla Baricco non esiste. Esistono solo i pezzettini.

E il terzo e ultimo punto è, ovviamente, lo stile: Tumblr pullula, così come ogni altro blog su Internet, di persone che imitano Carver pensando che la semplicità sia, come da definizione, semplice. La verità è che provare a imitare Carver di solito porta o a noia totale o qualcosa di veramente ridicolo (a voi sta scegliere dove posizionare David Leavitt). La semplicità di Carver non deve però passare per superficialità. Come in Hemingway, questo sì, anche in Carver vale la regola del non-detto, dell’iceberg. Anzi, si potrebbe addirittura arrivare a definirlo come un poeta in prosa.

Passando all’aspetto più sostanziale, ogni libro di Carver rappresenta un capitolo a sè stante. Credo che la carriera da scrittore di Carver sia molto più eterogenea di quanto non sembri. La differenza si percepisce bene leggendo Di Che Cosa Parliamo d’Amore ( o Principianti) e Cattedrale. Mentre il primo rasenta il realismo americano, abbastanza sporco e semplicista alle volte, il secondo muove verso territori molto più massimalisti e poetici, nella sua brevità. Credo che l’ultimo racconto eponimo di Cattedrale, uno dei più famosi insieme di tutta la carriera di Carver insieme a Mirino, sia interessante sotto questo punto di vista: perchè si mette in luce la connessione tra il mondo reale e gli strumenti che abbiamo per percepirlo e questo è abbastanza vitale per uno scrittore che ha fatto dello stile uno dei suoi cavalli di battaglia. Se Carver avesse scritto à la David Foster Wallace probabilmente ora non saremmo qui a leggerlo.

Per concludere, proprio David Foster Wallace diceva che la letteratura o sposta le montagne o non serve a nulla. Per Carver invece la letteratura è una strada in pianura e anzi guida una macchina che è in riserva fin dalla mattina. Ma ti lascia gustare il panorama.

TAG: libri
CAT: Letteratura

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