Transatlanticismo- Che Cos’è la Letteratura

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6 gennaio 2019

Che cos’è la letteratura?

Se dovessi dare una definizione squisitamente personale direi “la rivincita degli sfigati”.

Non è forse così? Buona parte delle persone con cui mi sono confrontato, scavando a fondo, giungono alla seguente conclusione. Forse si tratta di uno squallido tentativo di autodifesa, un modo per dire “bene, tenetevi gli amici, i fidanzati e le fidanzate, i baci nel bagno del locale, i bacini stretti, le gambe lunghe, tutto. Io me ne starò qui con Anna Karenina, Emma Bovary, Patrick Bateman, Marmeladov, tutta la famiglia Buddenbrook, Roquentin e tutti quei pervertiti che popolano i romanzi di Mishima”. Certo, si tratta di una motivazione alquanto stupida, ma è un lusso che puoi permetterti essere stupido da giovane: è in quel periodo di transizione tra l’età adulta e quel paradiso della giovinezza che restiamo, tutti, privi di scuse.

La definizione di prima, però, pecca di induttivismo: poichè un numero X di persone sono giunte alla letteratura in questo modo, allora tutte le persone sono giunte alla letteratura in questo modo. Questo potrebbe essere l’ossatura dell’argomentazione e, senza uccidere il tacchino il Giorno del Ringraziamento, possiamo dichiararla falsa. No?

Non so quanto queste regole logiche possano valere in questo campo e senza una pretesa di boriosa accademicità. Ma supponiamo, per un attimo, che la definizione data sia quella giusta ed estrapoliamo quanto possiamo.

C’è teorema, che discende direttamente dalla definizione: se la letteratura ha a che fare con gli sfigati, allora la letteratura nasce in seno al dolore. Non per forza un dolore fattuale, semmai un dolore endogeno. Che cosa sia questo dolore nessuno lo sa. Sappiamo solo che a un certo punto succede. Per quanto mi riguarda c’è un momento stampato nella mia testa: a tredici anni, durante il ponte tra il 25 aprile e il 1 maggio, c’era la festa di paese. Avevamo tredici anni e gli ormoni a mille e chiunque sognava (e qualcuno lo avrebbe pure fatto) di avere i primi contatti con quella sfera sessuale che ci sembrava fino a prima proibita. Sarebbe andata così, avrebbero cominciato alla festa, avrebbero parlato, la birra sarebbe arrivata in un qualche modo attraverso un amico più grande e poi le cose sarebbero svoltate, si sarebbero baciati da qualche parte, magari a casa di lei, nella doccia, nascondendosi da occhi indiscreti e no, non avrebbero oltrepassato la barriera, i vestiti sarebbero rimasti al loro posto, magari qualche centimetro di pelle avrebbe colmato quell’immenso desiderio che pompava nel cervello. Bene, a quella festa- che più che una festa era un rito di passaggio- c’erano tutti, tranne me. No, non c’ero perchè io ero in casa, disteso sul letto a leggere La Voce delle Onde di Yukio Mishima e mentre i loro baci si manifestavano sotto forma di scambi di calore e contatto umano, ecco i miei che prendevano vita trasudando dalle pagine ingiallite di un’edizione Feltrinelli presa in biblioteca. Perchè ero lì? Non lo so. Perchè sì, fondamentalmente mi sarebbe piaciuto gettarmi nella mischia, vedere come me la cavavo. Ma semplicemente non ci riuscivo. Il dolore si manifestava come una forma di muro e l’unico modo per scamparne non era distruggerlo quanto inoculare l’ambiente interno con qualcosa. Quel qualcosa erano i libri.

E qui entra in gioco un aspetto legato al dolore, anzi, potremmo quasi dire che già lo caratterizza questo dolore: la solitudine. Ormai conosciamo a memoria quei passi di Franzen quando dice che la letteratura ha il compito di insegnarci a stare da soli. Ma è importante sviscerarlo ancora una volta. Siamo nell’epoca della comunicazione istantanea. Un tempo, per far arrivare quella lettera che avrebbe definitivamente annichilito la tua esistenza, ci volevano giorni se non settimane. Ora tutto si gioca in una questione di secondi. Scrivi un messaggio sbagliato in preda ai troppi caffè, all’ansia mista al nervosismo. Ed ecco che quello che hai passato mesi a costruire va a pezzi proprio davanti ai tuoi occhi, il tutto in una decina di minuti al massimo. Questa estrema velocità dei mezzi di comunicazione ci permette di essere alquanto interconnessi, è vero. Ma allo stesso tempo ci rende quasi impossibile quel percorso inevitabile: rimanere da soli con se stessi. È una cosa stupidi, non è vero? Perchè uno dovrebbe rimanere da solo con se stesso? Posso parlare di cose interessanti con migliaia di persone con Whatsapp, Facebook, Instagram e mi va bene. Per quanto la maggior parte di noi giochi a fare il misantropo apprezziamo la compagnia e la discussione con persone interessanti quanto apprezziamo un buon tè nero dopo una giornata faticosa.

A che pro rimanere da soli? Non c’è una motivazione lucida e razionale, probabilmente. Eppure tutti noi attraversiamo quelle fasi “di merda”, per usare un francesismo, in cui vorremmo non essere nati e stiamo a letto tutto il giorno e via discorrendo con tutti i luoghi comuni che pensiamo siano tali finchè non accadono effettivamente nel corso della nostra vita. Proprio in questi momenti scopriamo quanto di più terrificante ci possa essere: al di là delle chiacchierate nei bar al di là delle feste e dei party, al di là di tutte le occasioni sociali e le scopate nei bagni e le conferenze e i concerti, alla fine ci ritroviamo soli, distesi sul letto a tarda notte fissando il soffitto, salvo poi provare a chiudere gli occhi sperando in un qualche modo di addormentarti. Lì scopriamo di nuovo l’essenza della solitudine. Perchè noi certo siamo esseri organici. Siamo descrivibili, in ultima analisi, con gli strumenti della fisica, della matematica e delle biologia e della chimica. E, pur studiando ogni giorno della mia vita, le prime due di queste appena citate, non è tutto. Non è tutto perchè anche a livello scientifico l’organizzazione a più livelli ci permette di saltare dall’uno all’altro. Certo, siamo cellule che si dividono e muoiono, certo siamo elettroni e protoni e neutroni e quarks che rispettano leggi interessantissime come la libertà asintotica. Ma allo stesso tempo siamo esseri narrativi. Per un qualche motivo che ancora non comprendiamo del tutto sentiamo di avere una sorta di volontà interiore, dei desideri e delle pulsioni. Ma queste, senza un soggetto unificante, cioè l’IO restano discorsi campati in aria, cioè da psicoanalista. La letteratura è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per formare quel concetto astruso ma altrettanto essenziale che è, appunto, l’IO. La letteratura richiede solitudine e richiede tempo, richiede di rielaborare ciò che leggiamo attraverso le nostre categorie concettuali.

E perchè questo? A me piace pensarla in termini matematici. Uno dei più grandi matematici di sempre, Banach, un giorno disse che un grande matematico vede le analogie tra le analogie. È quello che ogni ricercatore, professore, studente di matematica fa ogni giorno. Si siede e cerca un modo per far rientrare un qualcosa di oscuro e impenetrabile in qualcosa di squisitamente familiare attraverso, appunto, l’analogia. C’è un esempio, riguardante la fisica matematica, che mi piace ricordare: Gabriele Veneziano si accorse che la funzione di Eulero, vecchia di almeno duecento anni, descriveva perfettamente le interazioni tra particelle del nucleo che andava studiando. Allo stesso modo sembra lavorare la letteratura con, appunto, la vita di tutti i giorni. Ma con una forza incredibile. Pur essendo citata da David Foster Wallace nel suo ormai celeberrimo discorso Questa è l’Acqua, il problema risale agli antichi greci e può essere formulato nel seguente modo: perchè scene che nella vita reale troveremmo truci, ci allietano così tanto? Non è forse fonte di estremo dolore il dramma di Edipo, quello di MacBeth, quello dei novelli arrivati all’Inferno di A Porte Chiuse di Sartre?

Qui si apre qualcosa di spettacolare, almeno per me, ed è la distanza. Una distanza che, contro ogni logica, ci avvicina ancora di più al problema: quelle scene e quel dolore ci appare distante e singolare. Sembra intaccare soltanto Edipo. Non solo: sappiamo che è finto. Sappiamo che sono attori e che una volta finito lo spettacolo torneranno alle loro vite di tutti i giorni con i rapporti incasinati da reggere, le serate da organizzare per non finire a mangiare una pizza davanti alla telvisione da solo bevendo coca cola sgasata. Eppure proprio questa singolarità ci porta alla conoscenza dell’universale. Qui sta la forza della letteratura, nell’avvicinare, come d’altronde fa la scienza, il particolare e l’universale. Così come teoricamente tanto le particelle subatomiche quanto i buchi neri seguono le stesse leggi, allo stesso modo il mio dolore e le mie paure e le mie ansie non sono soltanto mie, appannaggio di un individuo speciale e unico, no, si tratta di un dolore che come razza umana condividiamo. Non solo: ci mette in guardia: la bellezza è terrore, come dice Julian, l’enigmatico professore di Greco di Dio di Illusioni di Donna Tartt. Inoltre la bellezza richiede fatica e sforzo: per comprendere la bellezza di certe formule matematiche è necessario fare pagine e pagine di calcoli, gettarsi in un brodo primordiale dove l’unica cosa che ci guida è la logica mischiata alla più schietta intuizione: allo stesso modo per percepire la bellezza di certi racconti o di certi romanzi o di certe poesie o di certi scritti teatrali e saggistici abbiamo bisogno di concentrazione e di scatenare paure che pensavamo ormai abbandonate, come, appunto, abbandonare la squallida idea di essere creature speciali in balia di forze oscure che complottano contro di noi.
Mettendo da parte tutta la santità che certi intellettualoidi conferiscono alla letteratura: la letteratura è terra, sangue e merda. E se c’è una cosa che deriva, in ultima analisi, dalla definizione sopra, è che la letteratura non insegna a essere persone migliori, non ha prerogative morali. La letteratura si limita a dirci che in un certo senso, nel modo più fluido possibile, noi siamo esseri umani.

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Un commento

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  1. lina-arena 5 mesi fa
    la letteratura è uno strumento per scoprire tante verità nascoste. La letteratura ti da la possibilità di intravvedere nella figura di uno scrittore e letterato amico uno Sherlok Holmes delle lettere. Silvano Nigro nel suo ultimo libro " la funesta docilità" ha rivoltato Manzoni come un calzino ed al lettore attento ha fatto capire che dai capitoli 12 e 13 dei promessi Sposi si traeva la testimonianza di un Manzoni che aveva assistito al linciaggio del ministro Prina. Oggi siamo abituati alle verità dei pentiti. Manzoni è un pentito ante litteram. Rivela un atroce delitto del 1814 sotto la copertura del romanzo.Leggere per credere il romanzo di Silvano Nigro " la funesta docilità" ed. Sellerio.Ma leggere con attenzione e con la matita.
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