Bon Voyage – 01

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18 maggio 2019

Dieci anni fa ho aperto il mio profilo Facebook.
Da allora ho avuto modo di notare che nessuno tra i professionisti (a vario titolo) della scrittura scrive espressamente, sensatamente o almeno decentemente per questo social forum. I profili di quei giornalisti, scrittori, filosofi o perfino poeti (più o meno “ufficiali”) che avrebbero dovuto essere i primi a sentirsi responsabili per un uso intelligente di questa piattaforma sono, al contrario, di gran lunga peggiori di quelli dell’utente medio che, almeno, talvolta possiede il beneficio dell’autenticità.
Un’accozzaglia di marchette, tronfia autocelebrazione e, quando va bene, informazioni insulse (riconoscimenti, premi, pubblicazioni ecc.) utili solamente ad incrementare l’ego e la rinomanza del tenutario. Per di più tenuti con un’aria di sufficienza del tutto immotivata (considerato l’infimo livello di ciò che contengono).
Insomma dire che fanno schifo è usare un eufemismo.
Si fa un gran parlare (e dotto!) intorno ai social forum ma, a quindici anni dalla fondazione del più importante tra essi, non esiste nessuna modalità anche lontanamente adeguata a questo straordinario e straordinariamente sottovalutato (dal punto di vista culturale) strumento mediatico e neppure, semplicemente, calibrata sulle sue esigenze.
Gli alibi sono noti: Facebook non sarebbe “adatto” alla scrittura di qualità, alla riflessione e, in fondo, neppure al dibattito.
A causa della sua enorme promiscuità servirebbe esclusivamente al cazzeggio e poi (ah questo sì…) all’autopromozione.
Ora:
1) Facebook non è più o meno “promiscuo” di nessun altro assembramento. I branchi che si autoproclamano “culturali” hanno in sè una varietà di imbecilli che non è meno strabiliante di quella verificabile in una piazza pubblica o sui social forum.
2) Si passa da Facebook come si passa da qualsiasi altro luogo: mercato, aula universitaria, sala conferenze. E, poiché vi si scrive, vi si passa come attraverso qualsiasi pagina scritta. E’ dunque un luogo che bisogna sapere attraversare.
3) Chi sostiene che “Facebook non è adatto ai discorsi seri e intelligenti” non ha idea né dell’intelligenza né della serietà. Socrate, qual che aveva dire, lo diceva ai bagni pubblici.
4) Chi lamenta che su Facebook non si possano pubblicare scritti di complessità e lunghezza adeguati scambia la sua incapacità per un dato di natura.
Gli scritti “lunghi e complessi” di cui loro possono portare esempio sono, nove volte su dieci, scemenze e possono tranquillamente essere ridotti a tremila battute, o anche molto meno, senza perdere nulla (anzi, che dico, guadagnandoci qualcosa).
I loro autori farebbero bene, più semplicemente, a pensare di più e scrivere di meno.
5) Si scrive dunque su Facebook come in qualsiasi altro posto e chi non sa farlo altrove non sa farlo qui. E viceversa. Dire “Facebook non è adatto al pensiero” mostra impietosamente assenza di pensiero.
Io scrivo per Facebook tentando di adeguarmi alle sue modalità che non sono necessariamente quelle dettate da gatti, cani, funghi, torte di compleanno, bacioni, abbracci, saluti e, quando capita, insulti. Facebook, per me, non deve essere, insomma, quella sentina di stupidaggini che, proprio l’intellighenzia per prima, contribuisce a riempire di stronzate salvo poi indignarsene sentitamente. Può essere altro, ma si tratta di investirci, in primo luogo intelligenza.
Nel caso dei testi che pubblicherò a partire da adesso ho scelto una forma antica ma, mi sembra, adeguata ad un luogo nel quale riflessioni, immagini di luoghi anche lontani ed esperienze personale possono intrecciarsi in maniera unica. Adeguata, inoltre, alle dimensioni di un post di tremila caratteri (oltrepassandoli, come sa chi frequenta FB, si è costretti a continuare la lettura su un’altra pagina, cosa che è meglio evitare). La forma dell’epistolario di viaggio.
Inizio con una brevissima introduzione e, man mano, scoprirò come proseguire.

Bon Voyage…
L’editoria s’è impappinata con la coniugazione dei verbi. Ci sono scrittori che ricevono premi per quello che hanno scritto mentre bisognerebbe premiarli per quello che non scriveranno. Certi altri vengono pagati per quello che scrivono mentre bisognerebbe pagarli per quello che non hanno scritto. Invulnerabile a ciascuna di queste evenienze io scrivo per niente e per nessuno. Non mi aspetto gratitudine. Lo faccio perché invecchiando occorre accettare non solo quel che si è stati ma anche quel che si è e, soprattutto, saper trovare irrilevante l’una e l’altra cosa.

Cara F.B.
viaggiare è una bella cosa per chi se lo può permettere. Ma accade che il portafoglio imponga di star fermi. In tal caso si può pur sempre viaggiare per interposta persona.
Visto che tu sei sempre in viaggio e io posso (si e no, ma più no che sì) permettermi l’immobilità, vorrei, se mi fai un po’ di spazio tra i balocchi e i profumi, accomodarmi nel bagagliaio e partire con te. Da clandestino, ovviamente. Non proprio accanto a te, dunque, ma insieme a te. Se la mia propensione alla scrittura e la tua al viaggio dureranno abbastanza a lungo, l’epistolario potrebbe protrarsi per diverse pagine e molti chilometri; lasciando a chi ti frequenta la possibilità di dedicarsi alle prime oppure di avventarsi, in fuga, sui secondi. Ma, è questo il bello, lo si potrà interrompere quando e dove ci pare e ritrovarci nel punto da cui non ci siamo mai mossi: tu dal tuo viaggio, io dalla mia permanenza. E’ privilegio di ogni epistolario regalare ai dialoganti questa specie di taumaturgica nullità, questa corposa ma inconsistente ubiquità, questa inesistenza paga di sé che non pretende altro. Siamo, io e tu, interlocutori bizzarri perché lo scambio di missive, con le sue giunture segaligne, non si muove con la scioltezza della conversazione. Pur rimanendo un dialogo, resta un dialogo allentato, posticipato; lascia, tra un passo e l’altro, sospensioni paurose nel corso delle quali sembra quasi che l’impalcatura che lo regge stia per venir giù in un fragore di calcinacci, lapis, carta da lettere e francobolli (o, se preferisci il modernariato, di caricabatterie in esaurimento e tastiere che si bloccano). Ma la crisi che talvolta stronca le conversazioni come un ictus, nello scambio epistolare non avviene mai in maniera repentina. Mittente e destinatario appaiono e scompaiono a lunghi intervalli come la luce dei fari sull’oceano. Non ci si vede, ma si sa di esserci e ci si insegue col pensiero fino a che non si riappare.
Questo dovrebbe rasserenarci.
Vivendo tempi bui e non potendo sperare nel presente, scrivere lettere ci permette di ipotizzare un futuro e implica una speranza: che ci sia sempre qualcuno a rispondere.
Anche se quel qualcuno, in realtà, non risponde mai. Dunque tu parti pure, vai dove vuoi e portami con te nella stiva, in forma di bloc notes e di biro.
Con la speranza, sempre piacevolmente tenue, che il bagaglio non vada perduto.
ur

TAG: Cultura, Facebook, letteratura, Viaggi
CAT: Letteratura, Media

Un commento

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  1. massimo-crispi 4 settimane fa
    Anche fb può essere una bottiglia attraverso la quale far giungere la mappa di un tesoro. Naturalmente la mappa dovrebbe essere autentica. E forse anche il tesoro.
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