Judee Sill, in memoriam

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22 novembre 2018

Non riesco a reperire sul web questo articolo, apparso in una rivista inglese nel 2009, che mi è stato inviato molti anni fa, tradotto, da un’amica che vive in Inghilterra (Brexit o non Brexit…).

Dal momento che il 23 novembre ricorre l’anniversario della morte di Judee Sill e, il 25 novembre, quello della morte di Nick Drake, vorrei ripubblicarlo su “Gli Stati Generali”.

Per quanto mi riguarda non mi è mai capitato di leggere qualcosa di simile su di lei e mi piace pensare che chiunque ami la Sill, Drake, o ambedue, lo troverà, nella sua stranezza (e, purtroppo, nella sua lunghezza…) interessante, almeno quanto l’ho trovato io.

Con l’immagine, una poesia scritta da Cornelius Lathbury per Judee e Nick, nel 1979, mai pubblicata.

 

 

Judee Sill (7 ottobre 1944 – 23 novembre 1979), In Memoriam

(di Ralph Carlton, da Rolling Stone Magazine, 2009)

 

 

 

Love risin’ from the mists

Promise me this and only this

Holy breath touchin’ me

Like a wind song

Sweet communion of a kiss…

Judee Sill, The kiss

 

L’anno era il 1979, il mese era novembre, il giorno il venerdì successivo al Thanksgiving Day.

La trovarono morta in un appartamento di Los Angeles: “Acute cocaine and codeine intoxication” scrissero i medici.

Judee aveva trentacinque anni.

Già allora non erano in molti a conoscerla.

Oggi, a trent’anni di distanza, nessuno è tenuto a sapere chi fosse.

Per i pochi giornali che se ne occuparono non ci fu molto da scrivere, tutto era a norma come l’ascensore del condominio (by law as the condo’s elevator): una musicista che non ha avuto successo, una gioventù agli sgoccioli, una donna sola che faceva uso regolare di droghe, alcol e stupefacenti.

Uno di quei romanzetti da rotocalco di terza categoria (third rank penny dreadful), insomma, di cui ci si dimentica percorrendo lo spazio che intercorre tra il giornalaio e l’auto posteggiata in doppia fila (from newsstand to doublepark).

Era, tra l’altro, il giorno successivo al Thanksgiving Day, quello in cui gli Stati Uniti si svegliano con i frigoriferi colmi del tacchino ripieno avanzato il giorno precedente, mentre il sipario si alza sulla lunga prospettiva che porta al Natale in un’orgia ininterrotta di enfasi comunitaria (the curtain raised on the Christmas aerial perspective and the uninterrupted orgy of community spirit).

Ancora pochi giorni e si sarebbero spalancati gli anni ottanta; con quelli ci saremmo messi sotto i piedi lo skateboard e avremmo imboccato la spaventosa discesa che, dopo la svolta del millennio, ci avrebbe condotti a rotta di collo (at breackneck speed) fino ad oggi.

Con questa morte, insomma, sembrano chiudersi simbolicamente gli anni settanta e aprirsi un periodo nuovo, di cui forse non siamo ancora in grado di ipotizzare l’esito, o (forse) potremmo farlo fin troppo bene se solo non avessimo dimenticato le nozioni d’algebra necessarie per tirare le somme (algebra for square with…).

Il 1979 è anche l’anno in cui un’altra musicista che per certi versi sembrava, fino a quel momento, camminare non lontano da Judee produce un album con cui cambia definitivamente le carte in tavola, lo registra, guarda caso, insieme ad un uomo malato e morente (e che infatti morirà dopo qualche mese) e a lui lo dedica: parlo di Joni Mitchell e di “Mingus”.

Joni, insomma, si trasforma, dopo dieci anni esatti, da autrice della canzone-icona di Woodstock in raffinata alchimista sonora che segnerà la cultura musicale degli ultimi decenni, Judee invece si ammazza.

A ciascuno il suo (To each his own poison).

Nel suo essere nata in California, nel suo registrare il suo primo disco per la Asylum e poi nel suo effettuare il suo primo tour importante con David Crosby e Graham Nash c’è qualcosa che non quadra (something doesn’t quite fit).

Bastava guardarla per capire che questa donna non poteva essere nata che dalla parte opposta degli States, nel Massachusetts, a Concord oppure a Plymouth dove sbarcarono i padri pellegrini ma certo non dalle parti di Hollywood.

Né ci sarebbe dovuta morire.

E così quando si prova ad accostare Judee ad altre cantanti americane, più o meno sue coetanee, allo stesso modo, le cose non quadrano.

La sua voce, oltre che la sua musica, i suoi testi e il suo stesso aspetto, la mettevano fuori causa come potenziale superstar.

Dov’era la secca eleganza (dry neantness) di Joni Mitchell? Dove l’andatura sbarazzina (jaunty step) di Carole King? E quel declamare, perentorio e aggressivo (the rent authoritative and militant) di Grace Slick? Nulla di tutto questo e neppure la protervia adolescenziale (teen-aged arrogance) di Laura Nyro né l’avvenenza fumettistico-fisiologica (bodily-cartoonist) di Carly Simon.

Qui c’era solo una di quelle ragazze che qualche volta ci stavano sedute accanto alle feste di compleanno senza dire niente e che, quando la festa era agli sgoccioli, qualcuno invitava a prendere la chitarra, tra gli sbadigli degli ultimi rimasti… “sapete, lei suona la chitarra…”.

E lei cantava con gli occhi bassi, mentre tutti se la filavano alla chetichella (slided out of…).

Poi, per strada, mentre ci si allontanava raccontandosi com’era andata la festa ancora la sentivamo cantare e il tipo spiritoso diceva sempre “Quella non s’è accorta neanche di essere rimasta sola…”.

Lei se n’era accorta, invece. Lo sapeva e continuava lo stesso a cantare.

Né la sua morte quadra col suo aspetto, con la sua musica, con la sua poesia.

Quello che ci rimane, insomma, è solo l’ombra sonora della sua esistenza.

In vita, Judee, ha registrato due album: una ventina di canzoni.

Per tre minuti a canzone arriviamo a un ora di musica.

La sua vita sta tutta in un cd e lascia anche lo spazio per tre o quattro “bonus-track”.

Quasi niente. Quello che Leslie Fiedler scriveva sui poeti del New England vale anche per lei: “Questo tipo di poesia è senza dubbio fresco (se non decisamente freddo), dal respiro un po’ serrato, e con una tendenza a complicarsi…è la poesia della via di mezzo, né ipnotica né oratoria, una poesia che comunque riesce a sottrarsi all’aurea mediocrità grazie a una specie di fortunata goffaggine.”

Aggiungendo che non poteva essere un caso se il poeta, tra loro, più rappresentativo si chiamasse Robert Frost. Perciò restiamo qui al gelo (Frost) della soglia (Sill). Ma dal momento che: “…solo guardando dall’estero è possibile credere che in America non ci siano neri e bianchi, newyorkesi e californiani, abitanti delle metropoli e provinciali, nordisti e sudisti, ma “americani” …” tutto questo ha, alla fine, il suo peso.

Judee Sill è un’imprecisione nella compatta scenografia (an inaccuracy in the compact scenery) allestita intorno alla pop music dei settanta sul cui fondale scorrono in loop le immagini a colori della morte di Jim Morrison, di Jimi Hendrix o di Janis Joplin (perfino il suo nome, a proposito della maledizione della J, comincia con la stessa lettera!). Ma mentre loro se la spassano ancora, lei se ne sta, silenziosa, in disparte.

Sono passati trent’anni anni, l’intera vita di questa donna nata ad ottobre e morta a novembre sta per essere doppiata ma il pudore delle sue canzoni ha oggi minori possibilità di essere compreso di quante ne avesse allora: sono giorni, questi, in cui perfino il silenzio va declamato e reclamizzato.

Di una morte taciuta (secret death) non sappiamo che farcene, è il tempo di Lady Gaga e della sua trasgressione da supermercato: quali orecchie saprebbero ascoltare questo silenzio che si sposa all’immensa complicazione della nostra povera esistenza?

Quali occhi vedere quella sua stralunata bellezza, vittoriana e sommessa (her bewildered, quiet, victorian beauty) da maestrina perduta in una campagna del New England (New England’s country-scoolteacher), una corporeità (phisicality) a metà strada tra Florence Nightingale ed Emily Dickinson?

Judee ricorda le foglie di tiglio in autunno, è fuori luogo (che ci stava a fare nella west coast dei Greateful Dead e dei Jefferson Airplane?) e fuori tempo (offsite…and old-fashioned), ma soprattutto fuori da quei canoni che proprio gli anni ottanta avrebbero imposto fino all’odierna esondazione di poppute bagasce siliconate gustose solo da trombare (present flooding of large-breasted and plastic-surgery bitch, just amusing for fuck) e, per giunta, felici di essere come sono e quello che sono, prive di senso, di espressione e di pudore, povere epitomi del nostro chiassoso nulla (poor paradigm of our noisy nothingness).

Nelle canzoni di Judee Sill la disarmante semplicità del silenzio sposa un’esistenza sonora più complicata.

La particolarità delle canzoni di Judee consiste proprio nel fatto che quella limpidezza melodica reca misteriosamente, nelle sue nervature, delle risonanze imprevedibili.

C’è un breve documento, registrato per la televisione inglese nel 1973, l’unico filmato “ufficiale” di Judee . In questa occasione Judee esegue una delle canzoni di “Heartfood” il suo secondo (e ultimo) album: “The Kiss”. E’ uno strambo e antico valzer salmodiante (a very odd-old sermon-waltz) che nasconde l’andamento ternario dei tempi d’oro sotto un pesante patch-work fatto in casa da uno shaker orante a maggior gloria del Signore.

Abbandona fin dal principio ogni forma di gaiezza mondana per scivolare verso il silenzio con le note di quella melodia allungate come elastici e tirate fino al limite del collasso, che poi ritornano immancabilmente al punto da cui sono partite.

La trama di questa canzone è costituita da un minuscolo valzer che, più che danzare, cammina in tre quarti, così piano che a ogni nota sembra che rallenti per aspettare quella che la segue; si muove lentamente verso il silenzio con un arpeggio che è quello degli esercizi per la mano sinistra che sono rimasti lì, appesi per sempre come stelle filanti, a quella strana malinconia dell’infanzia, quando nella penombra di una stanza entrava una maestra che avrebbe dovuto insegnarci a suonare il pianoforte ma pensava, in realtà, al bollitore che fischiava in cucina.

Il silenzio, queste note, non lo sfiorano e non lo cercano neanche; sono nude e sole, ma in quella nudità e in quella solitudine, testardamente, disperatamente chiedono che qualcuno al mondo le faccia sue e le canti.

Judee è lì, con gli occhi perennemente chiusi e le labbra sottili che, ad ogni nota, si flettono nel modo in cui sempre si sono piegate e si piegheranno le labbra delle donne che non si vogliono bene, credono che nessuno gliene voglia e sanno di dover cantare per se stesse, perché altrimenti nessun altro lo farà. Forse si sbagliano, ma non c’è mai nessuno a dirglielo.

Così è la vita (That’s what life is all about).

Questo piccolo, strano, valzer che viaggia in incognita (in disguise) mi ricorda, per vie misteriose, altre composizioni, ovviamente più blasonate, che molti decenni prima avevano manipolato questa forma fino ad annientarla (to annihilate it):  il “Rosenkavalier-Valzer” di Richard Strauss o “La Valse” di Ravel, dove, con lo stesso movimento con cui si dichiara, il valzer si va sfaldando in niente (exfoliating in nothing) fino a quando non restano che filamenti sonori (sonic filaments) tessuti in un velo a tal punto diafano (gauzy) che solo la memoria può ricondurlo alla sua origine di danza.

Forse perché in un caso e nell’altro il senso dell’abbandono e quello della nostalgia si intrecciano fino a perdersi in un disegno unico.

Bacio e Valzer sono perduti, insieme, per sempre: troppo ovvi, l’uno e l’altro.

Qui se ne celebra la scomparsa ricordandone appena l’aroma.

Quando si chiude il pezzo, anche Judee sembra chiudersi e si rannicchia in un bozzolo invisibile.

In quel gesto c’è un epoca intera che prende, dolorosamente, congedo da noi (to take leave of us).

Perchè il dolore di tutta la sua vita si accoccolava come un gatto ai piedi delle sue canzoni e cominciava a fare le fusa così che lo potevi sentire tra una nota e l’altra.

Una volta, da bambino, mi appassionava inventare storie d’amore (e sì, anche di sesso) tra uomini e donne che, in un modo o nell’altro, mi affascinavano: li accoppiavo come si fa con i vestiti o con i pesci rossi. Certe volte erano accoppiamenti strani: Fred Astaire e Anna Magnani, per esempio. Certe altre abbastanza ovvi: Marlene e Gary Cooper. Qualche volta comici: Oliver Hardy e Audrey Hepburn. Se dovessi farlo con Judee io procederei per assonanza (harmonioussness of sound) mettendole accanto proprio Nick Drake.

Più lineari e apparentemente meno involute le composizioni di Judee, ma ugualmente ombrose (shadies), venate della stessa malinconia che né ha né offre consolazione.

 

Know that I love you

Know I don’t care

Know that I see you

Know I’m not there

 

Nick Drake, Know

 

 

Ralph Carlton, 2009

 

 

TAG: Cultura
CAT: Letteratura, Musica

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