Igiene mentale: l’italiano è da spurgare (quotidianamente)

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9 giugno 2019

Ciò che colpisce in questi versi, di Tommaso Grossi (1790-1853 amico di Porta e di Manzoni) è lo iato tra le due versioni. Nell’originale c’è una forza descrittiva che nell’altra evapora in nulla. Peggio, si trasforma in retorica. In questa trasformazione si nasconde la tragedia della nostra lingua nazionale. L’italiano, infatti, non è mai esistito se non come “lingua letteraria”. Non, almeno, fino al secondo novecento. Ma sembra che chi scrive, in genere, preferisca ignorarlo. Ancora oggi infatti, in Italia, dovendo “faire le livre” (o, peggio,“de la poesie”) ci si appende all’aquilone delle parole alate. Rimane intatta la persuasione che per “scrivere bene” sia necessario leccare il periodo con la spatola come fanno i gelatai quando ti servono il cono, e, prima, condirlo con spezie rare (le più aromatiche) e molto peperoncino, per mascherarne il sapore di stantio. L’italiano è una lingua sventurata e chi deve usarlo per forza si trova sottoposto a una fatica improba. Deve ripiegarlo, costringerlo ad essere qualcosa che forse non è mai stato, rivoltarlo, insomma, e far si che si rivolti contro se stesso. E, tutto questo, farlo da scriba, come uno che non sta “scrivendo” ma solo “mettendo per iscritto”. Invece, a quel che vedo, lo scrittore italico (perfino quello con la patacca di enfant terrible che vernicia D’Annunzio con Marinetti) si rigira in bocca le parole fino a trasformarle in un bolo informe e umidiccio che poi risputa sulla pagina per spalmarcelo col coltello.
Nel 1841 Alessandro Manzoni pubblicava “I Promessi sposi”.
Lo stesso anno, in Inghilterra, Charles Dickens pubblicava “The Old Curiosity Shop”.
Leggiamo l’incipit del primo (quel ramo del lago di Como celebratissimo e imparato a memoria da milioni di poveri ragazzi, tra i quali il sottoscritto): verboso, interminabile, e sfiancante, sbiancato a forza come la dentiera della nonna rimasta tutta la notte nel bicchiere con la pasticca effervescente. Dopo un migliaio di parole ancora ci aggiriamo intronati tra seni, golfi e punti e virgola (per farci riprendere fiato) senza riuscire ancora a capire dove minchia siamo diretti.
L’incipit dell’altro:
“Night is generally my time for walking.”
In sette parole sei già esattamente dove devi essere: in cammino nella notte assieme al narratore.
Ma, per dire, come rende quest’incipit in italiano il mio traduttore (1954)?
Ecco qui: “E’ mio costume, vecchio qual sono, d’andare a passeggio quasi sempre di notte”.
Capito?
A parte questo la cosa triste è che mentre nessuno al mondo (non solo oggi ma neppure nel 1841) s’è mai espresso in vita, a prezzo del ridicolo, come Don Lisander ogni inglese avrebbe potuto farlo, allora e oggi, come Dickens. E’ colpa del primo e merito del secondo? Forse no. Ma anche, un pochino, sì. In ogni caso, colpe a parte, teniamone conto: l’Italiano va costantemente spurgato dai cascami letterari o s’ingorga come gli scarichi d’antan.
Perciò non ci scassate il cazzo con l’Accademia della Crusca.

TAG: Alessandro Manzoni, Charles Dickens, Cultura, I promessi sposi, Tommaso Grossi
CAT: Letteratura, scuola

2 Commenti

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  1. evoque 6 giorni fa
    No! Un NO grande come l'Everest: Non toccatemi Alessandro Manzoni. E non si facciano confronti che sono decisamente impropri. Mi scusi, ma non sta in piedi il suo raffronto fra il passo di Dickens (scrittore che amo) e quello del Manzoni: quella descrizione è una sorta di carta geografica, per far conoscere il teatro in cui si svolgerà il romanzo. E Manzoni ce la descrive da intelligente osservatore che possiede una grande, direi geniale, capacità di analisi. Preciso che a scuola, credo come molti, ho odiato Manzoni e I Promessi sposi, "grazie" soprattutto all'insegnante di Lettere, innamorata di Manzoni, che ci torturava sul romanzo con analisi critiche, storiche, analisi grammaticale, logica e del periodo, più non so che altro.Ma una volta lasciata la scuola, in verità dopo qualche anni, mi è venuta volta di riprendere quel romanzo e è stato subito innamoramento.Una volta, due, tre, ogni volta scoprendo bellezze che prima mi erano sfuggite: era un vero godimento. Insomma la sintesi non è sempre una qualità. Poi, parlando dell'italiano in genere, la nostra lingua ha molte sfumature che all'inglese (lingua che adoro) mancano, per esempio noi possiamo dire faccia, viso, volto, in inglese solo face.
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  2. massimo-crispi 6 giorni fa
    Però inglese e italiano sono due lingue assai diverse, non credo sia proficuo utilizzare la traduzione di Dickens fatta da uno scrittore in vena creativa più che da un traduttore più fedele all'originale. Io, pur parlandolo e scrivendolo, trovo l'inglese assai più povero dell'italiano, a livello espressivo. Per certi versi è più sintetico, per altri privo di sfumature e quindi più povero. Per esempio il verbo: io fare tu fare egli fa noi fare voi fare essi fare. L'italiano, e molte altre lingue, hanno delle coniugazioni assai più complesse, e noi possiamo permetterci di non indicare il soggetto, perché si capisce dal verbo, cosa che gli anglofoni non possono fare. You Tarzan me Jane. Un po' primitivo. Essendo attualmente lingua franca ha avuto uno sviluppo assai diverso dall'italiano, che è rimasto per secoli una lingua colta, parlata solamente da relativamente poche persone, anche fuori dall'Italia, e con studi letterari alle spalle. Lo sforzo di renderla lingua nazionale a causa dell'esigenza di un'unificazione nazionale è stato il problema di risciacquare i panni in Arno e quindi di appropriarsi di un toscano ideale, spesso cristallizzandolo. Non dobbiamo peraltro dimenticare che l'italiano, proprio il toscano, era la base della lingua franca mediterranea dalla fine del Medioevo in poi. Ma c'è anche un altro motivo per cui l'italiano conserva aspetti che possono apparire obsoleti. Ed è l'aspetto musicale. Più che in altre lingue per l'italiano si apprezza la scorrevolezza musicale, che è formata non solo dal succedersi ritmico delle parole, creando, a volte, anche prose musicali, quasi fossero versi; c'è anche l'intonazione che sale, scende, si ferma, creando quella musica che fu la base del recitar cantando che non sarebbe potuto nascere se non a Firenze. E questo aspetto musicale non è da sottovalutare. La lingua inglese, per quanto annoveri maestri straordinari da William Shakespeare fino a Henry James e oltre, ha trovato poca espressione musicale nel passato. Se si è imposta nel panorama internazionale non è solamente perché è una lingua con una sintassi più semplice di quella italiana ma perché è stata una lingua di dominatori. Ed è anche per questo che la moderna musica angloamericana si è imposta ovunque e se vuoi vincere l'eurofestival, nella maggior parte dei casi, devi cantare in inglese, anche se non lo sei di madrelingua. L'inglese se lo filavano in pochi fino a non molti anni fa e l'italiano e il francese erano sempre le lingue della diplomazia. Perfino gli spagnoli, pur con una lingua abbastanza simile alla nostra, riconoscono il primato musicale che la nostra lingua possiede. Il portoghese è più simile all'italiano per musicalità e ricchezze espressive. Ma adesso basta… sennò ci vogliono volumi di esempi e non è questo il luogo. In conclusione, se qualcuno scrive e parla bene l'italiano, lo considero un vantaggio.
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