L’eterno fascismo italiano

26 Agosto 2015

L’eterno fascismo italiano i cui “immensi genocidi” come scriveva Pasolini “ogni giorno, colpevolmente, rimuoviamo dalla nostra coscienza” è, per quanto ci piaccia parlar d’altro, sempre qui in mezzo a noi con le sue profondissime e antiche radici. Una discarica fognaria sotterranea che, dall’unità d’Italia (e forse anche prima) attraversa la storia e la geografia di questa nazione e, da almeno un paio di decenni, affiora in maniera imponente invadendo ogni spazio disponibile. Un fiume carsico di retorica infame, violenza verbale, corruzione, bassezza morale, cinismo efferato e narcisismo scellerato cui i media fanno da palcoscenico e da cassa di risonanza e che viene in superficie da una miriade di minuscoli geyser e mefitici vulcanelli quotidiani che rendono la vita maleodorante e impossibile. Retorica vile, praticata sempre sulla pelle degli altri e a beneficio di se stessi, della propria tasca e della propria carriera.

Quello che i libri definiscono “fascismo” che nella camicia nera, nel saluto romano, nel fascio littorio trova i suoi simboli e nel Duce la figura di riferimento è la materializzazione temporanea in forma storica di un fantasma che gli preesisteva e gli è sopravvissuto. Figure che amiamo catalogare come fenomeni squisitamente culturali lo hanno incarnato prima che quegli ammennicoli decorativi vi si appendessero e continuano ad incarnarlo oggi che essi sono scomparsi. E’ una vocazione, tipicamente italiana, al teppismo con la quale sarebbe bene fare una volta per tutti quei conti che nessuno vuol fare. Nel 1909, alla vigilia di una guerra bestiale e priva di senso nella quale gli uomini morirono e rimasero mutilati a milioni, questa vocazione teppistica faceva scrivere ad uno squisito intellettuale come Marinetti cose del genere: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.” Stupidaggini? Certo. Ma non senza premesse e, soprattutto, senza conseguenze. In un terreno fertile come quello italiano esse hanno attecchito e ne sono germogliate specie di cui oggi abbiamo sotto gli occhi stupefacenti esemplari.

Nello stesso periodo un altro squisito intellettuale di nome Gabriele D’Annunzio spopolava e faceva strage di cuori usando gli stessi acuti tenorili pur con un travestimento differente. Quel “cretino fosforescente” di Marinetti, come lo definì lo stesso D’Annunzio, non era in realtà che l’immagine speculare del vate e avrebbe potuto definire l’“Orbo veggente” allo stesso modo senza che nessuno dei due ci perdesse nulla. E la definizione potrebbe essere applicata, con uguale precisione, ad una miriade di personaggi, più o meno “culturali”, che da allora non hanno smesso di allietarci. Ora, guardati attorno nelle situazioni più banali e quotidiane. Osserva la madama che va a prelevare il figlio da scuola con un Suv di dimensioni spaventose si ferma in tripla fila e lascia quel carro armato a bloccare tutto e tutti; poi (dopo aver comodamente comunicato ad una altra madama, in doppia fila anche lei con un Suv da Camel Trophy, dove andrà in vacanza, che firma porta il suo foulard e quanto gli costano estetista e parrucchiere) ritorna a prendere il cingolato e, se (dopo essere rimasto insieme a qualche altro povero cristo in utilitaria bloccato lì per un quarto d’ora) gli chiedi spiegazioni, lei alza il medio e ti ghigna “devi morire”. Osservala bene. La ritroverai accovacciata sulla poltrona di uno studio televisivo, autoreggenti in vista, a urlare oscenità ai malcapitati impedendo loro di articolare un qualsiasi discorso, a pronunciarsi sguaiatamente sui froci oppure a sostenere, con tanto di dati sulla criminalità alla mano, che negri e zingari si devono togliere dalle palle.

Sempre cotonata e siliconata a dovere, emancipata ma “donna vera”, appena uscita dal centro fitness e abbronzata quel tanto che basta, madre e moglie esemplare (benché il marito sia un notorio cornuto e il figlio un teppista disadattato) e attentissima ai valori della famiglia e della vita. Non è un caso di teratologia genetica. E’ l’ultimo anello biologico di una catena evolutiva lunghissima e, insieme, il prodotto di un’attenta selezione socioculturale. Un fenotipo esemplare. Questi prodotti non nascono per caso. Certo, la distanza che la separa, temporalmente e culturalmente, da figure come D’Annunzio, Marinetti, Starace e Mussolini è, naturalmente, notevole; come quella che può separarla, geograficamente e socialmente, da quei personaggi “culturali” (giornalisti, critici d’arte, politologi e esperti in ogni campo del sapere) che oggi ravvivano edicole e librerie. E’ vero. Se però, partendo da queste efflorescenze (immonde ma limitate) tu risali l’incisione idrogeologica che segnala inequivocabilmente una linea di scorrimento carsico, vi individuerai un percorso coerente e perfettamente leggibile. E potrai, con un minimo di sforzo induttivo, rilevarne, se non proprio l’origine, almeno il punto di diramazione, il cespite da cui sgorgano quei rivoli tipicamente italiani che furono (e sono, oggi, presenti e maleodoranti come mai prima…) il fascismo, il qualunquismo, un certo tipo di gauchisme eroicomico e gonfio di chiacchiere, il craxismo, il leghismo, il berlusconismo, il grillismo, il renzismo e da cui fioriscono quei mille rivoli individuali ma coerenti, perfettamente coesi e, soprattutto, sostanzialmente conformi a un prototipo, anche se con differenze di acconciatura che se sai osservare sfumature e dettagli fisiognomici non ti possono trarre in inganno. Non si tratta infatti di diversità di sostanza ma solo di gradazioni diverse della medesima componente biochimica. Perché, naturalmente, è vero: un Silvio Berlusconi, con tutti i sopralzi possibili, riesce al più a solleticare, col più alto dei capelli trapiantati, il cavallo di un Benito Mussolini, un Matteo Renzi, in punta di piedi, arriverà alla cintola del suo predecessore Craxi e un commesso di libreria come Sgarbi, al massimo, avrebbe potuto fare il lavamutande al vate dopo le sue orge al Vittoriale (ringraziando il cielo se lui gliel’avesse lasciato fare) ma questi sono fatti accidentali che testimoniano solo il progredire sollecito e irreversibile del degrado di questo paese. Il che non pone certo i capostipiti al riparo dalle responsabilità; meritano i loro discendenti, anche se non ne sarebbero fieri.

Se ora mettiamo da parte l’immaginifica prosa delì Orbo e andiamo a leggere quel libro modesto, ironico, amaro, esilarante e disperato scritto da quell’importante, e ovviamente dimenticato, italiano che fu Emilio Lussu (parlo di “Marcia su Roma e dintorni”, che avrebbe dovuto essere adottato fin dal primissimo dopoguerra come libro di testo obbligatorio in tutte le scuole della repubblica…altro che la pioggia nel pineto…) si comprenderà che cosa è l’eterno, intramontabile, fascismo nazionale e come esso non abbia nulla a che vedere con gli occasionali proclami ideologici di questo o quell’imbecille abbarbicato su un sempiterno predellino. E’ un modo di pensare e di essere che si trasmette attraverso arterie insospettabili lungo il corso della storia e dello spazio di questa penisola. Corruttela e cinismo vi si intrecciano con la maschera ipocrita che fornisce ad ogni porcheria un alibi culturale, politico o sociale e che piega perfino la nobiltà del pragmatismo anglosassone alla cialtroneria del tirare a campare fottendo il prossimo Una sottocultura accattona, fatta di retorica che puzza di latrina ma che sa perfettamente su quali tasti pigiare e con cinico opportunismo sfrutta ogni occasione che “gli consenta” di incrementare il suo tornaconto, non importa quale prezzo morale si debba pagare e chi o quanti debbano farlo. Scolature di un narcisismo idropico che scorrono da sempre nelle vene dell’Italia unita e che oggi, sfociate in superficie come una fogna a cielo aperto, ammorbano ogni angolo del paese perché non scaricano ormai più da nessuna parte e non hanno più nessun mare da inquinare, avendoli inquinati tutti. Respirare le sue esalazioni non è cosa che resta senza conseguenze: è la società intera che ne rimane contagiata, fino nelle sue articolazioni più periferiche. Ne puoi rilevare i sintomi ogni giorno e dappertutto: mentre fai la fila all’ufficio postale, mentre aspetti di comperare il salame al bancone del supermercato, quando vai a ritirare la pagella di tuo figlio a scuola. Dappertutto. Lo sfacelo idrogeologico italiano, al confronto, non è che un insignificante smottamento.

La classe politica? La casta? A queste scemenze possono far finta di crederci solo gazzettieri che hanno da vendere la loro merce e un pubblico di coglioni a cui piace autoincensarsi mentre prende il caffè al bar. Ciò che è sotto gli occhi di tutti quelli che ancora ci vedono è che questi individui sono invece lo specchio esatto del paese e lo rappresentano come meglio non si potrebbe. Un popolo che ha avuto sotto gli occhi per decenni il malgoverno, la corruzione, un indecente e quotidiano uso della cosa pubblica per scopi e interessi privati e tuttavia se li è tenuti, con l’alibi perenne e idiota, che “tanto sono tutti uguali” è perfettamente adeguato a questi governanti e non merita altro. Un popolo che, quando un miliardario furbo si è fatto le leggi ad hoc per non farsi buttare in galera ed ha istituito allo stesso scopo un partito chiamandolo “l’esercito del bene”, non l’ha annichilito a furia di pernacchie sulla pubblica piazza ma ha continuato a votarlo e a divertirsi con “l’isola dei famosi” non merita altro. Un popolo che tollera che pregiudicati e malavitosi decidano del suo destino e continua a votarli e a guardare “Amici” è, ed ha, quello che merita. Piace, allora, credere che il cretino che scrisse “La guerra sola igiene del mondo” si sia preso quella che il professore di liceo definisce “una licenza poetica”, che è un modo come un altro di giustificare le stronzate che, per codineria tradizionalista, non si desidera chiamare con il loro nome. Ma non è così. Le “licenze poetiche” non esistono che nella testa dei commercialisti “creativi” (che i loro simili definiscono “geni”) ed hanno come unica meta quella di fare i furbi per non pagare le tasse.

Il continuo appello agli italiani che ci tortura da decenni come il ticchettio di un rubinetto sfasciato è fondamentale nella sceneggiata: da Mussolini e D’Annunzio fino a Berlusconi, Renzi, Salvini o Grillo è tutto un chiamare alle armi e un proclamare “Gli italiani sono con me!” salmodiato in tutti i toni e con tutte le possibili variazioni (che talvolta prevedono lo “stai sereno” e talaltra l’editto bulgaro). E gli italiani, effettivamente, non deludono mai e rispondono puntualmente, abbaiando in coro, all’ululato del capobranco. Più il capobranco ulula forte, più loro abbaiano. E’ una specie di riflesso automatico nazionale. Il fascismo, nella sua variante italica (che poi è quella che gli ha regalato il nome, in altre nazioni esso ha allignato senza perdere le sue caratteristiche criminaloidi e tuttavia abbandonando le velleità da avanspettacolo) si fonda sulla elefantiasi dell’ego. Non esiste fascista, a memoria d’uomo, il cui ego non sia gonfio come una mongolfiera. E’ con quell’ego aerostatico che il fascista se ne va in giro, lasciando cadere le sue idiozie da altezze stratosferiche di modo che, cadendo, esse acquistino una forza d’impatto che altrimenti non potrebbero mai avere. Se il fascista praticasse altezze meno sublimi le sue minchiate si diffonderebbero rasoterra e scivolerebbero via attraverso i tombini, senza provocare danni. Perciò l’imbecille deve volare alto e, infallibilmente lo fa. A noi rimane solo la speranza che, cadendo da quelle altezze, finalmente si sfracelli al suolo. Ma più che una speranza rischia ormai di diventare un’illusione.

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CAT: Letteratura, Storia

8 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 5 anni fa

    Ugo Rosa fotografa perfettamente la situazione. Segnalo, ” en passant ” una sola piccola omissione. Invero di poco conto e assolutamente marginale : il “Comunismo” al quale il ” Fascismo ” è CONSUSTANZIALE. Per il resto trovo Rosa impeccabile, specie nella sua prosa da Polit Buro sul ritmo del Bolero di Ravel.

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  2. luciano-di-camillo 5 anni fa

    Questo modesto post non vuole affatto riferirsi all’articolo, bensì, ad un solo aspetto di esso e segnatamente ad un Personaggio di assoluto rango che, appunto, si vuol estrapolare da tutta la rimanente argomentazione. Pertanto, il msg testuale dovrebbe affrontare un commento di ampia portata ancorchè articolato per cui si chiede già venia per l’eccessiva sintesi non priva di lacune. In primis, l’esatto nominativo del Personaggio si scrive d’Annunzio come prova che per una qualsivoglia critica necessita conoscerne più o meno bene la vita ed pensiero al fine di valutare il conseguente modus operandi. D’accordo, compito oneroso relativo a chi, come lui, possiede tanti epiteti da poterne fare un impressionante lungo elenco; da Artefice italico, Letterato mitteleuropeo, l’Ulisside della parola, il Fenomeno, ………a Poeta della Patria, Uomo dalla vita inimitabile, ………….. . A riguardo dell’intervento bellico contro l’oppressore Austro-Ungarico, fu un deciso interventista e le sue idee le mise in campo come volontario, naturalmente a costo della propria vita; vds., ad es., “ Orbo veggente” o “Reduce monoloco e pluridecorato”. Risultati da gesta eroiche: Medaglia d’oro; Vate della Nazione; il Poeta Soldato; Eroe di cielo, di mare, di terra; “Beffa di Buccari”; “Volo su Vienna” con pacifici volantini al posto di bombe e, tanto altro. A capire, avrebbe aiutato la lettura di “Canzoni delle gesta d’oltremare” e “Canti nella guerra latina”. Successivamente, a seguito della “vittoria mutilata”, l’impresa del corpus separatum di Fiume, tra cui, con un’esperienza politica riferibile anche attualmente. I motti e gli atteggiamenti propagandistici sarebbero, poi, stati ripresi dal regime con tutt’altri scopi. Il Nostro, a parte di quel che si dica, ma, anche con note antitesi col dux, non si è giammai espresso su una linea politica definita; non gli interessava. Un veloce esempio premonitore, sul passaggio da un estremo all’altro dello schieramento politico, allorchè Deputato. Con l’occasione, si sappia che fu anche una specie di precursore ambientalista; e, non disgiunto da affettuoso animalista. Si diceva, sovente, in antitesi col capo di otto milioni di baionette che temeva, in particolare, soltanto lui (oltre ad una principessa ed un Comandante aviatore). Ancora, a proposito delle critiche sulla sua visione dell’Uomo superiore, a ben intendere, in eccezionale sintesi, non contempla soltanto il dominio, ma, anche il sacrificio.
    E, tanto altro nell’ottica d’un tentativo per contribuire a fornire una giusta luce di valutazione a siffatto Personaggio, purtroppo, ancora da adeguatamente definire nonostante sia uno dei pochissimi italiani (nel campo della Cultura ed altro) ad esser conosciuto in ambito internazionale !
    Luciano Di Camillo

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    1. ugo-rosa 5 anni fa

      Gentile signor di Camillo,
      scrivo D’Annunzio (fino a prova contraria) perché così lo scrive la Treccani.
      Può darsi però che lei possieda dati anagrafici di prima mano e perciò le lascio il beneficio del dubbio. Quello che di cui invece non è possibile dubitare è che “personaggio” si scriva minuscolo. Sul resto del suo messaggio non saprei che dire perché, prima, dovrei decifrarlo, Cosa che mi è impossibile.
      Con simpatia

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    2. ugo-rosa 5 anni fa

      http://www.treccani.it/enciclopedia/gabriele-d-annunzio/

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  3. Appena ho letto il titolo mi si è accesa una lampadina! Finalmente qualcuno che ha messo in ordine parte delle riflessioni e pensieri che mi frullavano in testa da tempo. E visto che ho ancora un po’ di tempo,prima di immergermi nella routine lavorativa quotidiana, leggerò anche ‘Marcia su Roma e dintorni’.

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  4. gajani 5 anni fa

    Bene. Soprattutto il ritratto della madama: è la figura nella quale mi capita di incappare piú frequentemente. Detto questo, siccome è da molto che faccio le stesse riflessioni e giungo alle stesse conclusioni ed è da molto tempo che mi accorgo che non sono sola (forse il detto “chi si somiglia si piglia” funziona anche per le frequentazioni dell’oceanica rete), mi rendo però anche conto che sola rimango, incastrata nella magiia da dove digito e osservo. Sola forse non va bene, meglio è isolata, così come capita anche nella vita reale (da non confondersi con la show life), nella quale resto comunque isolata da quelli come me. Ciascuno compila il proprio cahier des doléances, prodotto cosí in tante copie simili (non identiche perché partiamo ciascuno dal proprio punto di vista e capita che il fuoco sia su panorami diversi), brandendolo a mo’ di arma di autodifesa (di fronte al cataclisma potrò sempre dimostrare che “l’avevo detto io”), ma – e qua prendo a parlare esclusivamente a titolo personale – sopravvivo paralizzata dalle dimensioni del libro nero al confronto col quale il mio quadernetto è un moscerino che nemmeno arriverebbe a infastidire l’occhio del gigante (almeno cosí penso); bloccata dal non avere un “posto in società”. E penso che deve essere così per tutti noi che ci ritroviamo a vedere le cose nello stesso modo ma agiamo ciascuno a modo proprio. Prendendola filosoficamente parlando, se il romanticismo ha rotto i ponti con l’universalismo illuministico a favore della scoperta dell’individuale, alla luce della globalizzazione occorre che tale “individuale occidentale” si travasi nel senso proprio di ogni nazione; vorrebbe dire che dovremmo tornare a sentirci nazione, pretendere di riprenderci la nostra sovranità, per mettere in gioco ciò che ci contraddistingue nel confronto con tutto ciò che sta vorticosamente cambiando e che dobbiamo gestire facendocene investire. Bisogna che troviamo una casa editrice in grado di raccogliere tutti i nostri diari per farne un grande libro che contrasti quello grande nero dell’economia finanziarizzata a favore dell’economia reale, del partitismo di carriera a favore della politica. Personalmente non ho nessuno strumento nemmeno per riuscire a rendermi utile, a mettere a disposizione il piccolissimo talento dei miei tentativi di dignità quotidiana, che non è niente, ma se penso a tutti coloro che vedono, analizzano, denunciano …. che capitale sprecato!

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  5. luciano-di-camillo 5 anni fa

    Innanzitutto, si ringrazia per la gradita risposta anche considerando che il commento riguarda soltanto un aspetto e non l’articolo nella sua interezza. Pertanto, il mio post, in perfetta buona fede, ha trovato la sua motivazione anche nel fatto d’aver letto una critica piuttosto marcata verso chi ha dato tanto nel campo culturale e nella costruzione della nostra Terra a rischio della propria vita, come ad es., la perdita di mezza luce degli occhi. In tal senso, istruttiva la lettura del Notturno; anzi, no. Con l’ulteriore penombra potrebbe risultare … d’impossibile decifrazione. Eppure, sono opere che si studiano nelle scuole; opera in prosa lirica, composta nel 1916 a seguito della grave ferita ad un occhio (ed interessante, ancora, per l’architettura di scrittura, per così dire, tramite cartiglio come ausilio per riuscire a scrivere). Continuando (ma, si potrebbe farne un trattato di discussione), risulta rarissimo trovare un Personaggio (“errore di cortesia” o “errore di rispetto”) presente in quasi tutti i campi e compreso pur’anche … nell’architettura; ed una critica proprio da un Sig. Architetto … è tutto dire . Difatti, l’ “ architetto imaginifico “ ha dato il meglio di sé nella concezione, appunto, dannunziana dell’architettura. Qualche frammento: “… il Poeta quale incessante allestitore di personalissime dimore … accentuazioni di estetismo che ha dedicato alle architetture antiche e moderne … con quale e quanta sensibilità e originalità abbia saputo guardare, capire e raccontare l’architettura … impulsi mediante i quali ha descritto, pensato per immagini, progettato e valorizzato l’architettura … reggia – testamento del Vittoriale costruita con pietre vive … “. Sperando che l’argomentazione sia di un certo interesse, vado, ora, sulla forma del precedente post che sembra esser risultata proprio chiara. Richiedo venia ( come peraltro avevo fatto all’inizio del post, apt), causa l’ampia portata con necessaria sintesi, ovviamente, non sempre ben didascalica. Riassumendo, a mo’ d’indice (sempre del precedente post), esso delineava : premessa; esatta scrittura del cognome; epiteti ( da … a … ); intervento bellico (con relative ferite ed onorificenze); Sue opere (con invito di lettura x meglio comprendere, apt); Sua linea politica (affatto scontata, ripetesi, affatto scontata come comunemente si possa credere e, dato il titolo dell’articolo, doveroso un pertinente distinguo e precisazione ); antitesi col dux; Superuomo (in realtà anche con sacrificio). Quindi, per persone d’un certo spessore intellettuale, credo siano realtà abbastanza comprensibili; magari, con la pazienza d’ una maggior punteggiatura mentale, come ho fatto io nel leggere l’interessante articolo (e, x due volte). Un’argomentazione articolata, o la si legge a velocità di auto d’epoca, o non. A proposito (anzi, una piccola forzatura), l’automobile è femminile, fu decretata sempre dal Nostro. Ancora per la forma, d’accordo, v’è pure il fatto che ho l’abitudine di scrivere in prima stesura e non rileggere bene e, forse, sarebbe stato meglio scandire le varie sintesi che ho raggruppato insieme, con inizio frase tipo: …per quanto concerne il cognome …. ; per quanto riguardano gli epiteti …; etc . . Però, è pur vero, che notando l’ampia stesura che si delineava , volevo economizzare altre parole. Comunque, ritengo costruttiva la critica. Grazie. Tra i succitati sintetici dati ( che, ripeto, dovrebbero esser oggettivamente comprensibili, essendo, per così dire, realtà tecnico – letterarie o similmente non da decifrare, bensì, da documentarsene ), un accenno alla dibattuta, ancorchè ,esatta denominazione del d’Annunzio. Premesso che l’Enciclopedia Treccani non è il Verbo e può contenere errori / improprietà dato che abbraccia tutto lo scibile umano, non v’è dubbio alcuno su quanto precisato a proposito, non foss’anche perché è proprio lui medesimo che si firma così. Diamo, almeno, un po’ di credito ad un immortale , pardon, Immortale , contrariamente a tanti noti famosi, ma, che non saranno giammai tali e dimenticati nel tempo. Dato incontrovertibile: Gabriele d’Annunzio, come da Comune di Pescara – Ufficio di Stato Civile – Estratto del registro n.28 pag.14. Inoltre, anni or sono, rilevato de visu, su un vecchio documento scolastico. Per non parlare (tra l’altro, cosa a Lei nota) del Dipartimento di Architettura dell’Università d’Annunzio, in Pescara. Con l’occasione, anche evidenzio la prevedibile pretattica psicologica sulla di minuscola del mio cognome. Inoltre, lo sbrigativo ancorchè improbabile termine “da decifrare” , riflette un percorso con pretesa di voler sfidare le leggi della fisica. Linearmente ribadendo: non decifrare, ma documentarsi. Eppoi, chiamando come …. avvocato d’ufficio (un principe del foro non servirebbe proprio) il Flesch con la sua formula sull’indice di leggibilità e relativi parametri, ad es., i buoni scrittori si collocano a 65 , figuriamoci noi, pardon, io povero mortale. In questo commento (che sta diventando piuttosto onnicomprensivo), desidero far rientrare anche il fatto che, umilmente, sono andato un po’ a documentarmi su E. Lussu di cui ignoravo l’esistenza. Sarebbe interessante un articolo su di lui, anche se, definisce il Vate della Nazione, un … finto idealista !! ! In conclusione (altrimenti ne esce un trattato), senza retorica, contraccambio con pari simpatia e, comunque, ringrazio per avermi dato, direttamente o indirettamente, l’opportunità d’aver contribuito, nel mio piccolo, ad un ulteriore tentativo di far discutere sul d’Annunzio, causa cognita.
    Luciano Di Camillo

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  6. luciano-di-camillo 5 anni fa

    Errata corrige
    ………………………………………………………………………………………………..
    vado, ora, sulla forma del precedente post che sembra esser risultata non proprio chiara. Richiedo venia ( come peraltro avevo fatto all’ inizio del post, apt), nel ridire che causa l’ampia portata con necessaria sintesi, l’argomentazione, ovviamente, oltre eventuali lacune, non sempre riesce ben didascalica. Riassumendo, a mo’ d’indice (sempre del precedente post), esso delineava : premessa; esatta scrittura ………………………………………………………………………………………………..
    L. Di Camillo

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