Bon Voyage – 02

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22 maggio 2019

Cara F.B.
tu che viaggi tanto ti sarai accorta che le stazioni, come gli aeroporti, sono luoghi paradossali.
Vi ha luogo la perdita di un luogo.
Sono luoghi di dislocazione.
In essi ci si reca per perderli e, talvolta, perdersi.
Vi si consuma una sorta di dissipazione del reale. Qualcosa di simile a ciò che accade alle cose poste dentro una teca che le protegge ma come immobilizzando lo scorrere del tempo, le preserva a prezzo di tenerle lontane da noi stessi e dalla vita.
Forse è questa la ragione per cui le stazioni, da cui gli aeroporti discendono, si rassomigliano tutte.
Il loro vero luogo non è dove esse sorgono e sono costruite, ma non è neppure “altrove”; questi spazi sono cristallizzati come fuori dallo spazio.
Nel tempo? Forse…come se avessero perduto la dimensione della quotidianità senza conquistarne un’altra.
Perciò la loro architettura, il modo in cui prendono forma, fa sempre i conti con quella perdita. E’ come smarrita. Il tempo, lì, non scorre e, per quanto i treni possano arrivare in orario, di tempo, in una stazione, non ce n’è mai.
E’ come in stallo: tutto un movimento che rimane immobile.
Quale architettura, dunque, avrebbe potuto costruire un luogo in cui il luogo si perde, un tempo in cui il tempo non scorre, se non quella “architettura del ferro” che ha trovato espressione in Europa tra la seconda metà dell’ottocento e i primi anni del secolo successivo?
La stazione vi coincide al punto che ancora oggi quell’architettura ne delinea, nell’immaginario di tutti, il profilo.
Questo non è accaduto solo per ragioni storiche o, peggio, tecniche.
Ciò che gli storici definiscono “architettura del ferro” non possedeva una sua stabile e definita esistenza.
Fu, piuttosto, una mutazione congelata, l’applicazione di un linguaggio formalizzato da secoli ad un materiale, il ferro appunto, che con la pietra non aveva niente a che fare e le cui possibilità si rivelarono, infatti, tali da frantumarlo come un guscio vuoto.
Solo un architettura che non esisteva realmente poteva definire in maniera così precisa un luogo che non è mai veramente esistito.
Di stazioni se ne continuarono a costruire anche dopo quel periodo; mai più, però, esse hanno trovato una espressione paragonabile.
L’aeroporto, suo arrogante erede, non ha conosciuto circostanze ugualmente favorevoli e non è mai riuscito, a parte rapsodici exploit, a trovare la sua voce.
E’ rimasto luogo di puro dispendio e spreco che non riesce neppure ad avvicinarsi alla struggente sensazione di perdita della stazione ferroviaria.
Rimane così, ci avrai fatto caso, una specie di centro commerciale spaesato, in cui l’economia non soggiace alla legge della domanda e dell’offerta ma a stravaganti convulsioni.
Nessuno vi si reca a comprar niente se non a prezzi bizzarri.
Un centro commerciale in cui il commercio è rappresentato in forma di mongolfiera: enorme e vacante.
Saluti ferroviari
ur

TAG: Cultura, Facebook, lettere, Viaggi
CAT: Letteratura, viaggi

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