La Classe Operaia, la Narrazione e il Ritorno della Sinistra Socialista

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16 giugno 2019

C’è un mantra, che viene ripetuto ormai da qualche anno, nell’intento di risvegliare la sinistra europea e riportarla al potere: la sinistra deve riprendere il voto degli operai e per farlo dovrebbe tornare a politiche di stampo socialisteggiante. Questa affermazione nel corso degli anni ha prodotto personaggi come Jeremy Corbyn, Benoit Hamon, Nicola Zingaretti e chi più ne ha più ne metta. Allo stesso tempo ha defenestrato quella terza via che aveva dominato gli anni ’90 e ’00, cominciata con Tony Blair e conclusasi con Matteo Renzi e Manuel Valls. Nella visione odierna, questi ultimi avrebbero accettato il capitalismo finanziario nella sua forma più brutale, infischiandosene di questioni sociali urgenti come la crescente disuguaglianza, calpestando i diritti dei lavoratori in nome di una mobilità sradicatrice.

Per quel che mi riguarda, questo risospingersi nel passato non solo non coglie le radici della crisi della Sinistra Europea ma addirittura potrebbe aggravarne le condizioni (cosa che già succede in Gran Bretagna dove Jeremy Corbyn sprofonda nei sondaggi e in Francia, dove il Partito Socialista è ormai in fase terminale).

Credo che le critiche siano di due tipi: da una parte una critica all’analisi della sconfitta e della crisi; dall’altra una sui programmi e sulla visione del mondo.

Partiamo dall’analisi della sconfitta. In questi mesi ho sentito dire, ad ogni livello, che il tracollo del Partito Democratico sarebbe dovuto a un’azione di Governo, quello di Renzi, fin troppo accondiscendente nei confronti del capitalismo finanziario e della classe imprenditoriale.

L’errore che sta dietro a questa tesi, a mio parere, è un certo ottimismo sulle conoscenze strettamente tecniche. Secondo questa tesi l’elettorato, una volta recepite le proposte economiche e sociali, deciderebbe in base alla fondatezza di queste o alla loro applicabilità. Mi dispiace dirlo, ma questo è quanto di più distante dalla realtà esista. I flussi elettorali non si muovono in base alle proposte economiche- o meglio- non strettamente in base a quelle. Si muovono per questioni identitarie. Dietro c’è più psicologia che non economia. Per questo la Lega di Salvini, per queste europee, non si è nemmeno sprecata a scrivere un programma. Non ce n’era bisogno: l’elettore medio si riconosce in Salvini. Non solo: egli comprende i suoi errori, le sue debolezze- fatevi un giro sul suo profilo per vedere quante volte il capitone annuncia di aver smesso di fumare. Questo tipo di politiche di tipo identitario non sono affatto un unicum italiano: i due esempi paradigmatici sono quello della Brexit e la vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali in USA.  Questi due casi sono paradigmatici perchè, come dice Sergio Benvenuto in un suo articolo su Doppiozero, non nascono dalla crisi ma dalla prosperità.

La crisi della sinistra ha diverse radici, alcune risalgono a caratteristiche fondanti della sinistra, altre a situazioni contingenti. La crisi italiana, ad esempio, nasce dall’esser percepita come Establishment. Matteo Renzi e la sua compagine di governo, che in un primo momento proprio in virtù della sua natura rottamatrice aveva affascinato e attratto l’elettorato, hanno poi ripercorso gli stessi passi e gli stessi vizi della ditta: si sono abbuffati di potere, creato degli oligopoli di supremazia. Le riforme messe in atto da Renzi, così, passano in secondo piano, anche grazie a un’ottima campagna di Salvini e del Movimento 5 Stelle. Gli errori di Renzi, quindi, non sono stati del tutto sostanziali- sia chiaro, non sto promuovendo il governo Renzi con pieni voti- quanto di narrazione. Una narrazione che invece Salvini sta sfruttando in modo vincente.

Credo che il ritorno alle antiche battaglie di sinistra si inserisca in questa narrazione errata. Il ritorno a sinistra più che essere una folgorazione sulla via di Damasco è un’involuzione della base e dei militanti- che sono diversi dall’elettorato- un puro esercizio di autoreferenzialità misto a desiderio di vendetta. E qui vorrei discutere degli errori sull’ideologia nel suo insieme, concludendo quelle riguardanti l’analisi della sconfitta.

Questa nuova sinistra rigetta gli ultimi 20-30 anni: tutto quello che è successo dalla fine degli anni ’90 a oggi è il male assoluto da ogni punto di vista: dalla Globalizzazione fino al capitalismo finanziario che ha sostituito quello industriale, passando per la terza via del centrosinistra, come detto prima. Una sinistra che di fatto somiglia ai cesaricidi, che pensa di poter portare indietro la storia con l’uccisione del tiranno-ovvero il centrosinistra moderato. Solo che la chiave di lettura dei fenomeni non è aggiornata, si rifa a un mondo ormai deceduto. La sinistra guarda al novecento e lì basa le sue proposte. Tutto ciò che è venuto dopo- e che ha reso le proposte politiche molto più complesse- non esiste, cancellato con un colpo di spugna. Tanto per fare un esempio: l’imposta patrimoniale. Si tratta di un’idea che, in un mondo ormai iper-connesso e globalizzato, rischia di diventare o inutile o addirittura dannosa, facendo sprofondare il mondo in una nuova ondata di protezionismo (credo che un articolo non scientifico interessante sulla questione sia questo).

Non solo: credo che questa ideologia possa degenerare nella base del populismo. Infatti sarebbe un errore considerare il populismo come un’ideologia conservatrice e affiliata a idee omofobe, razziste e autoritarie. Il populismo è ritenere che la legittimità (nella sua versione forte) o l’applicabilità (nella sua versione debole) di una proposta dipenda dal consenso, con proposte che spesso e volentieri sono, per quanto detto prima, identitarie, ideologiche e che approssimano la realtà a un sistema ideale. Secondo la sinistra socialisteggiante, la soluzione dei nostri problemi è Più Stato: basti pensare a Corbyn che proponeva la nazionalizzazione delle ferrovie o la creazione di un social network di Stato (sigh). C’è una frase, attribuita a Pannella, che dovremmo tenere in mente: a volte bisogna essere impopolari per non rischiare di essere antipopolari. Se ci lasciamo conquistare dall’idea che il consenso delle classi popolari possa essere condizione sufficiente per una proposta cediamo a una visione che, così come il suo opposto, la tecnocrazia, rischia di fare danni irreparabili.

Questo non toglie l’importanza di certi temi. Anche io, da persona di sinistra, ritengo che ci sia un problema di disuguaglianze e che dovremmo concentrarci su una conversione ecologica dell’economia. Ma non credo che i problemi di questo secolo possano essere risolti utilizzando metodi che appartengono allo scorso. Se vogliamo parlare della crisi della sinistra, parliamo di questo: il fatto che davanti al fallimento della terza via non riesca a trovare un nuovo corso se non rigettandosi, furiosamente, nel passato.

TAG: economia, Matteo Renzi, Pd, politica
CAT: macroeconomia, Partiti e politici

3 Commenti

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  1. lina-arena 1 mese fa
    Sulla questione della rinascita della sinistra può avere importanza una posizione assunta da Cacciari sull'Espresso. Il Nostro parla di scelte radicali e non estremiste laddòve per radicali intende la riforma del sistema economico.Tace sulla questione Violante. Tace Fabrizio Barca. Mi piacerebbe conoscere il loro pensiero.
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  2. marco-veruggio 1 mese fa
    Usare l'argomento per cui il socialismo è roba vecchia è un modo per non affrontare le questioni nel merito. Viviamo in una società in cui nessuno mette in discussione la separazione dei poteri dello Stato, nonostante essa sia il frutto di una teoria enunciata da Montesquieau un secolo prima del Manifesto di Marx (oltre che essere smentita dai fatti, vedi il caso Palamara). Si può essere contrari a un approccio marxista, ma incorre sempre l'onere dell'argomentazione nel merito. E soprattutto di avanzare proposte alternative. Ci sono le disuguaglianze? Bene, come si interviene in modo 'moderno' sul problema?
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  3. mattia-marasti 1 mese fa
    Mi sembra di aver spiegato, nel limite di un articolo che cerca il più possibile divulgativo, perchè proposte socialisteggianti sarebbero ora quando non inutili dannose. Penso a una forma di patrimoniale spinta, come propone Piketty e che Tito Boeri, in una discussione avuta con l'autore boccia non in teoria ma in pratica; oppure penso a forme di controllo dell'economia statale o a una forma naif di Keynes (quella formula per cui non c'è problema a fare debito perchè tanto il moltiplicatore bla bla bla). Non solo: credo si sia intuito dall'articolo un cambiamento sostanziale nella società: si è passati da un capitalismo di tipo industriale a uno di tipo finanziario, che necessita di nuovi strumenti per essere compreso (aggiungo che questo tipo di capitalismo in realtà vira ora molto di più verso un capitalismo incentrato sui dati e i documenti). Sulla questione proposte alternative: non credo che lei abbia capito il senso dell'articolo in toto. Dico esplicitamente che la crisi della sinistra, riformista o no, non è quello di essersi piegata al capitalismo: il problema è non aver delineato proposte serie per il futuro per risolvere problemi che esisterebbero in qualunque economia avanzata. Queste proposte non possono provenire da una singola persona, ma necessitano di una discussione seria e approfondita, che si basi su dati reali
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