L’efficacia di un hashtag per cambiare il mondo

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19 Novembre 2014

Con il termine attivismo digitale si intende “l’utilizzo di tecnologie di comunicazione elettronica (come i social media, tra cui spiccano Twitter, Facebook, Youtube) per varie forme di attivismo in grado di comunicare più velocemente con i cittadini che si associano al movimento, fornendo informazioni locali ad un pubblico vasto”. Nel sottogruppo dell’attivismo digitale troviamo l’hashtag activism, ovvero l’attivismo a suon di hashtag, termine coniato dai media stessi, e riguardante gli attivismi sviluppato sul social network di Twitter.

Gli hashtag, identificati con il cancelletto #, sono un tipo di tag in grado di indicizzare i contenuti in maniera semplice ed efficace che, tramite l’utilizzo di collegamenti ipertestuali, possono mettere in contatto tutti coloro che utilizzano quel determinato tipo di etichetta per parlare del relativo argomento.
Fare attivismo tramite l’utilizzo di questi strumenti è ormai una realtà più che consolidata, nonostante vi siano ancora dibattiti riguardanti l’efficacia di questo mezzo. Analizzandone alcuni potremmo giungere ad una rivalutazione di questi strumenti.

#OccupyWallStreet. Il primo hashtag utilizzato per attivismo politico è stato quello di Occupy Wall Street, un movimento di contestazione pacifica contro il capitalismo finanziario, l’iniquità economica e sociale sviluppatasi in seguito alla crisi mondiali. Il 4 Luglio 2011 @Adbuster twitta per la prima volta questo hashtag, invitando l’America a ribellarsi contro il sistema delle multinazionali. Trascurando i risultati ottenuti – ritenuti da molti come scadenti – il movimento ha raggiunto il traguardo di mobilitare attivisti in più di 70 città degli Stati Uniti, trasportando i loro ideali in Canada, Australia, Regno Unito, Italia, lasciando trasparire la potenza della rete e le sue infinite possibilità di realizzazione di un movimento attivista globale.

#IfTheyGunnedMeDown. Stati Uniti d’America, Missouri, Ferguson. Michael Brown, un ragazzo afro-americano di 18 anni, viene colpito a morte dalla polizia. I media ne danno la notizia usando una foto del ragazzo che lo raffigura in una posa “pregiudizievole”, che potrebbe significare l’appartenenza ad una gang. Su Twitter parte la contestazione, tramite l’hashtag, per chiedersi: “se mi uccidessero quale foto userebbero i media?”. Da ciò partì una protesta reale e sui social che portò agli occhi del mondo questo fatto, criticando la faziosità dei media nel trasmettere determinati tipi di notizie.

#YesAllWomen. Campagna lanciata dopo la follia omicida di del 22enne Elliot Rodger che, nel 2014, nella comunità di Isla Vista (contea di Santa Barbara, California, Stati Uniti) uccise 6 persone e ne ferì 13, per una sua “vendetta emotiva” dovuta al rifiuto sessuale da parte delle ragazze a cui si era dichiarato. Da questo evento è partito l’hashtag che ha spinto le donne a condividere le esperienze di molestie e di discriminazione di cui tutte furono vittime. A questo hashtag venne poi la risposta degli uomini con #NotAllMen, per manifestare la loro solidarietà nei confronti delle donne abusate,  affermando che “non tutti gli uomini sono così”.

#NotInMyName. Questa campagna nasce da un gruppo di musulmani inglesi per condannare pubblicamente le azioni dell’Isis. Da professori a studenti, passando per donne con il velo e gruppi di fede islamica, le foto che hanno spopolato su internet accompagnate dall’hashtag hanno dichiarato al mondo che “l’Isis non rappresenta l’Islam” e che “l’Isis non deve essere identificati con i musulmani”. In questo caso l’hashtag activism ha funzionato non solo da protesta contro il sempre presente luogo comune degli occidentali nei confronti degli orientali, ma anche da elemento dissociativo dai comportamenti dei terroristi islamici.

#BringBackOurGirls. Chibok, regione di Borno, Nigeria. Un gruppo di ragazze – 276, tra i 15 ed i 18 anni – che riposavano nel loro collegio (dove erano tornate per gli esami di fine anno) vennero rapite in 223, caricate su dei camion da parte di militanti del “Boko Haram” (che in lingua islamica significa “l’educazione occidentale è peccato”). Durante una celebrazione a Port Harcourt, Oby Ezekwesil – ex funzionario governativo – prese la parola, esclamando «Bring back the girls!», attirando l’attenzione mondiale, da cui poi scaturì quest’hashtag. Quando si scoprì che le ragazze erano divenute parte di un harem dei militanti Boko Haram, la condivisione divenne maggiore. Vi si associarono personaggi come Malala Yousafzai (poi divenuta premio Nobel per la Pace) e la first lady Michelle Obama.

#IceBucketChallange. Forse per importanza mediatica, uno tra gli hashtag più conosciuti, per supportare la ricerca dell’Als Association, una organizzazione no profit per la ricerca sulla SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Obiettivo: la sciocchezza di “infliggersi” una secchiata d’acqua gelida e, cosa più seria, fare una donazione. Dopo l’utilizzo dell’hashtag, le donazioni sono passate da 4 milioni di dollari (in data 12 Agosto) a 41.8 milioni di dollari (in data 21 Agosto). Oltre questo incremento notevole, l’adesione di star del mondo del cinema e della televisione, nonché la pubblicità fatta da parte di televisioni e giornali, ha spinto moltissime persone ad informarsi sulla malattia, a condividere l’iniziativa con amici, e a fare donazioni.

#Kahkaha. “Una risata vi seppellirà!” è la frase che ha accompagnato questo hashtag in giro per il web. Il fenomeno nasce dal ‘disgusto’ delle donne turche – e di tutto il mondo – alle dichiarazione del vice primo ministro turco Bülent Arınç che, parlando in pubblico di una regressione morale del paese, affermò che  «le donne non dovrebbero ridere in pubblico in Turchia». Risultato: una valanga di tweet in tutto il mondo con selfie di donne sorridenti. Un vero e proprio schiaffo alla misoginia del politico turco.

Gli hashtag citati sono alcuni tra i più famosi e i più condivisi sui social network, identificativi delle campagne di cui si fanno portatori. Tra le principali critiche che, però, vengono mosse all’internet activism c’è quella relativa al digital divide: dato il divario che, nazione per nazione, si costituisce tra coloro che hanno accesso effettivo alle tecnologie di informazione (come computer e internet, tramite i quali ci si può “informare” sulle iniziative, divenendo membri attivi del movimento) e coloro che ne sono esclusi – in modo parziale o totale – questo genera una disparità di possibilità, creando delle effettive disuguaglianze tra cittadini.

Altro punto a sfavore deriva dallo slaktivism: questa teoria – espressa dallo statunitense professore di diritto Cas Sunstein – consiste nel credere che discussioni di tipo politico portino i movimenti a frammentazioni e polarizzazioni piuttosto che a delle connessioni: questo perché dato che lo stesso mezzo che consente alle persone di accedere ad un gran numero di notizie, di fonti e di iniziative (come quella in cui il professore immagina si discuta di politica) può portare i dissidenti ad individuare nuovi gruppi con cui si trovi d’accordo, unendovisi a discapito del primi. Altro problema che si attribuisce all’attivismo digitale risulta essere quello del clicktivism, ossia la tendenza a conformarsi ad un attivismo controverso, caratterizzato dal fatto che la componente puramente digitale possa portare ad un appiattimento di quella reale, rilegando quindi l’«impegno fisico» ad una inutilità rispetto al ben più semplice click del mouse.

Nonostante queste convinzioni – e nonostante molte di queste hashtag activity abbiano avuto più o meno successo –,  credo sia condivisibile affermare che molte cause vanno supportate e combattute a prescindere dal metodo utilizzato e dal risultato prestabilito. L’utilizzo di un hashtag è capace di generare una vera e propria comunità, con una sua coscienza collettiva; altresì dà una bandiera sotto la quale schierarsi, un identificativo tramite il quale farsi riconoscere. Questo è il mantra dell’attivismo tout court, che non fa distinzione tra quello tradizionale e quello digitale, ma che mira al raggiungimento dell’obiettivo e alla condivisione di un ideale per cui valga la pena schierarsi, contribuire, combattere.

TAG: attivismo, Hashtag, social media, Social Networks, twitter
CAT: Media

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