Monumenti italiani: l’eco di Umberto

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20 Febbraio 2016

  “…la cattedra da ordinario vinta a quasi 40 anni gli dà uno slancio forte. Conrariamente ai suoi colleghi noti quanto lui, Eco era sempre in cattedra…”

Roberto Cotroneo  

“Una umanità entusiasta si arrampicò sugli alberi genealogici di questa conoscenza e applaudì con tutte e quattro le zampe. Dopo un po’ che questo spettacolo scimmiesco continuava, era necessario trovarvi un senso.”

Franz Blei

 

Nel capiente cervello di questo grande uomo vige il principio dei vasi comunicanti. Uno dei vasi è dedicato all’erudizione e l’altro all’insegnamento. Tutto quello che gli entra in testa si distribuisce equanimemente in questa bicamerale in cui cogitare equivale a docere e un sifone mantiene Maria Montessori ex aequo con Cartesio. Ciò ha fatto la fortuna di Umberto Eco che, però, per via di quel sifone non può neppure scrivere un bigliettino amoroso alla fidanzata senza insegnarle qualcosina. Lo fa, intendiamoci, spiritosamente, alla buona, senza darglielo a vedere… ma lo fa. Deve farlo, perché per lui insegnare e respirare sono la stessa cosa.

È un male questo? Assolutamente no. Solo che è una bella rottura di coglioni. Per le sue fidanzate ma anche per il malcapitato che, senza colpa, si aggira nelle vicinanze. Se dovessi indicare la ragione per cui i suoi libri (eruditi, spiritosi, linguisticamente agguerriti, spesso intelligenti…) sono insopportabili e, prima ancora, del tutto illeggibili, direi che non è possibile tollerare uno che anche quando fa una scoreggia ti deve spiegare che si tratta di un veicolo segnico, che tu sei il referente e che la puzza che senti è, in verità, un grimaldello per farti avere accesso alla realtà del mondo. E, come se non bastasse, te lo spiega facendo lo spiritoso e rimandandoti ai cartoni animati di Braccio di Ferro e alle canzoni di Enzo Jannacci. Tutto quello che dice (e scrive) ha l’andamento dottorale ma non troppo della lezione universitaria condotta da chi in cattedra c’è nato; una lezione brillante, scoppiettante, talvolta perfino divertente, perché, come sa bene ogni bravo professore, la pillola del sapere va indorata e non c’è metodo migliore, per erudire il discente, che quello di divertirlo.

Per farlo, Umberto Eco, ha elaborato, nel corso della sua vita di erudito e di insegnante, un intero catalogo di spiritosaggini didattiche che lo ha reso celebre e che va da Mickey Mouse ai Puffi: è così che egli insegna alle genti. E tra una battuta di spirito e un calembour, coltiva, senza darlo troppo a vedere, il suo orticello culturale (sia dentro che fuori dalle università) e a furia di sapide invenzioni che vanno a collocarsi puntualmente nella biblioteca universale della spiritosaggine, tra Voltaire e Gianni e Pinotto, decide di sicuro qualche cosuccia importante (sia dentro che fuori dalle università). Questo professore non ci lascia via di scampo.

Noi, asini matricolati, che cercammo rifugio dalla consecutio temporum tra le pagine di Capitan Miki e di Tex Willer oggi non potremmo più farlo: la sua professoralità ha fatto il giro completo dell’edificio scolastico, ci ha scovati e ci è piombata alle spalle suonando all’impazzata la trombetta della 1313 di Paperino. Tutti a rapporto dal preside che non ci interrogherà solo sulle proposizioni subordinate di primo grado ma anche sul ruolo giocato da Paperoga e dalla Banda Bassotti in un’analisi che tenga conto di Propp e dei formalisti russi. Non riesco a immaginare le sue cene galanti se non come una lezione sulla struttura linguistica della prosa di Artusi, condita con ameni riferimenti al sarchiapone, nel mentre che la fidanzata si mangia i tortelli e, ogni tanto, alza la mano per farsi riempire il bicchiere di lambrusco e dimenticare così quello che la sta capitando. E se pure, alla fine, la signorina non avrà capito un cazzo dell’arbitrarietà del segno, potete scommettere che saprà per quale motivo Asterix ci ha i baffi e con chi ce l’ha il Grande Puffo. Ora io vorrei essere chiaro. Non ho niente contro i Puffi e niente contro Roman Jakobson, ma il fatto che un tizio si metta in tasca la figurina di Gargamella e, poi, bonariamente mi inviti a servirmi per farsi toccare il Jakobson, devo ammetterlo, non mi piace per niente. Se vuoi darmi le caramelle me le dai e se vuoi mostrarmi il tuo Jakobson me lo mostri ma devi fare una cosa e l’altra a tuo rischio e pericolo. Come va a finire, infatti, dovrei deciderlo io. Se no non è pedagogia, è pedofilia.

Ma, direte, in fondo Eco fa quello che facevano le nostre nonne, usa la marmellata della cultura di massa per farci prendere le medicine che ci fanno tanto bene. Non lo nego. Solo che purtroppo fu proprio questo, Dio benedica la nonna, che ci rese insopportabile la marmellata, senza per questo renderci più gradevole la medicina. Il tocco di Umberto Eco, è letale, prima di tutto, per i soggetti che usa per fare dello spirito. Dopo che lo ha citato lui per Nembo Kid è finita. Da delizia della tua infanzia si trasforma di colpo in petulante, insopportabile riserva di prosopopea accademica e comincia a sbattere fastidiosamente sopra il vetro come un moscone in trappola, fino a che non gli fai la grazia di ammazzarlo con la kriptonite. Per giunta l’atteggiamento condiscendente di Eco mi ricorda quei galantuomini col panciotto che quando incontrano un extracomunitario bisognoso di essere indottrinato gli si rivolgono con benevolenza dandogli subito del tu e usando i verbi all’infinito perché filantropicamente persuasi che perfino un mendicante del Burkina Faso ha diritto di apprendere le cose meravigliose che la nostra razza ha da insegnare al mondo. Per mettersi al livello dello straccione, tirano fuori dalla sahariana le zebre, lo scacciamosche e il pentolone dei cannibali e, con metafore adeguate e divertenti, spiegano pazientemente al negro come siano complicate le cose lontano dalla savana e dai deserti. Ma lo fanno sempre con intelligenza e con arguzia: per loro è un punto d’onore.

Perché Eco, questo nessuno può negarlo, è un impiegato a tempo pieno dell’intelligenza e dell’arguzia: la mattina timbra il cartellino e lo ritira a fine giornata. In tutto quello che fa e dice l’una e l’altra sono messe in scena con tale continuità ed enfasi teatrale da affogare nella loro opulenza e perdersi nell’indistinto. Umberto Eco, insomma, è l’“homme qui explique”. E non è questione di barba. Infatti adesso che non ce l’ha più (l’ho visto da Fazio e in quella salamoia azzurrina sembrava il fantasma di Marcello Marchesi…) ha conservato lo stesso la sua bella presenza professorale.

Per dire, mentre il tricofilosofo Cacciari senza la barba sarebbe inimmaginabile e potrebbe solo venire finito pietosamente al bordo della strada con un colpo di pistola (oppure segregato con la maschera di ferro in modo che nessuno lo veda) Eco va bene anche coi baffi. Anzi, così è ancora più esplicativo, perché, come all’ omino della Bialetti, ora gli si legge direttamente in faccia quello che dice. Spesso sorride per il piacere di insegnarti la vita anche se a te, purtroppo, cominciano già da subito a girare le eliche perché prevedi che dopo che ti avrà spiegato l’analitica trascendentale con esempi tratti da Mandrake e dai Peanuts, tu dell’analitica trascendentale non ne vorrai più sapere (e sarebbe niente…) ma soprattutto, cosa assai più grave, non ne vorrai più sapere di Mandrake e di Charlie Brown. Le sue spiegazioni sono a tal punto esaurienti, divertenti, brillanti e sportive che se le appoggi sulla credenza stanno in piedi da sole e ballano il tip tap, incuranti del fatto che di loro non ce ne fotte niente e che il vero spasso, per noi dell’ultimo banco, sarebbe mandarle in frantumi insieme al piatto decorativo (in cui la nonna sadicamente ci serviva quella marmellata dal sapore di medicina…) che da trent’anni ci intristisce sopra il canterano. E non si può certo dire che Umberto Eco non vada bene per tutte le tasche. Se lo citi a tavola né tua nipote né tua suocera ti perdono di vista e con i suoi libri nello zaino puoi farti le vacanze intelligenti con l’aria di uno che la sa più lunga di quanto sembra. E se è vero che quello che scrive concilia il sonno è altrettanto vero che poi ti fa sognare di far parte della elite culturale di questo paese: quella che ci tiene a puntualizzare la differenza tra simbolo e icona e, se tromba, sa bene di farlo producendo semiosi.

Qualcuno dice che Eco è un mandarino. Va bene. Ma è il mandarino della porta accanto. Il mandarino “de gauche”. Quello che trova sempre un Fazio e una Dandini a fargli da sponda e che sa di potersi permettere di dire tranquillamente stronzate senza che il pubblico di sinistra (vale a dire l’unico che compra i libri anche se fanno schifo) lo mandi a fare nel culo. Quando, dal palco, il professor Eco comunicò ad una platea adorante che anche lui, come il puttaniere Silvio Berlusconi, va sì a letto tardi ma, santiddio, “…per leggere Kant…” per la prima (e spero unica) volta nella mia vita ho dovuto fronteggiare l’impulso spaventoso di andare ad abbracciare il puttaniere per solidarietà. Immaginatevi al bar uno che, parlando del più e del meno, se ne esca così : “Eh cari miei, io pure vado a letto tardi…ma per leggere Kant!”. Voi che fate? O lo prendete a pernacchie oppure fate finta di non conoscerlo alzate i tacchi e ve la filate, circospetti, senza salutare nessuno (e in particolare senza salutare lui). La platea (quasi tutta di sinistra) invece, come sempre applaudì all’impazzata. È questo lo stato dell’arte.

In Italia, per il praticante di sinistra, esiste infatti una trinità che può essere solo incensata e nei riguardi della quale tutto ciò che suoni un po’ meno che adorante è bestemmia: di questa trinità Eco è il padre, Saviano il figlio e Benigni lo spirito santo. Di Saviano possiamo dire solo che è geniale (anche se a far cosa non lo sa nessuno). Di Benigni possiamo dire solo che è geniale (anche se da un pezzo ce ne siamo dimenticati il motivo). Di Umberto Eco possiamo dire solo che è geniale, visto che senza che nessuno glielo chieda ( una botta al Sarchiapone e una a Mike Bongiorno…) ti spiega subito perché sono geniali anche gli altri due.

Ma in tutto questo carosello di fulgide intelligenze, di talenti portentosi ed esplicativi e di geni in fila per il Nobel dovresti almeno capire che l’unico che ancora non ha capito niente della vita e del mondo sei proprio, sempre e solo tu. Tant’è che per festeggiare la tua dabbenaggine hai scritto questo ritrattino (che ti renderà odioso a, diciamo, sei dei tuoi sette lettori? O magari a tutti e sette?).

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articolo originariamente pubblicato il 19 gennaio 2015

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2 Commenti

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  1. lucaschie 6 anni fa

    Divertente, brillantissimo; e anche con risvolti didascalici. Diciamo che potrebbe averlo scritto Eco stesso :-)(oltretutto, per lui firmarsi con “il nome del Rosa”, sia pur esso Ugo, non sarebbe certo un problema)

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    1. ugo-rosa 6 anni fa

      E c’è di più: Eco e Ugo contano tre lettere e terminano con la stessa vocale (O) :-) Purtroppo c’è una differenza fondamentale che non riguarda nè la fonologia nè la linguistica nè la semiologia, bensì l’economia: il conto in banca.

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