Polli d’allevamento

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7 Dicembre 2014

“Cari, cari polli d’allevamento

che odiate ormai per frustrazione e non per scelta

cari, cari polli d’allevamento

con quella espressione equivoca che è sempre più stravolta.

Immaginando di passarvi accanto

in una strada poco illuminata

non si sa se aspettarsi un sorriso

o una coltellata”

Giorgio Gaber

 

L’accorrere dei popoli là dove si praticano sconti e offerte stagionali conserva i caratteri della tradizionale razzia. A differenza della spedizioni antiche, però, in queste d’oggi è la femmina della specie a condurre la caccia, il maschio gioca il ruolo del comprimario.

Questo non lo esime, nel caso si incorra in un pacco, dal risultare il principale responsabile del pessimo acquisto e dal venire, di conseguenza, fermamente redarguito per la sua coglioneria.

Non vorrei sembrare femminista (poche cose sono più ridicole e insulse di un femminista) ma il maschio odierno si merita questo ed altro. Nonostante le lamentazioni rituali è una vittima consenziente e non smette mai di recitare con gusto la parte di quello in balia degli eventi. Mentre la femmina annusa, fruga, punta, azzanna e, talvolta, incappa in tagliola lui bada ai cuccioli mettendo in atto nei loro confronti qualsiasi genere di ricatto morale. E’ molto peggio, in questo, dei suoi padri, che ai rampolli somministravano sberle. Lui gli lava il cervello e gli inocula tutto il conformismo che può, in dosi quotidiane e crescenti. Il risultato sono dei bastardini con le ossa a posto e senza lividi, ma col cervello a immagine e somiglianza di quello di Lapo Elkann. Un’evidente confutazione del principio classico della mens sana in corpore sano.

Qualche tempo fa ho ascoltato lo spot pubblicitario di un qualche prodotto di bellezza, trasmesso da una rete radiofonica della mia città che recitava: “Corpore sano…soprattutto!”. La mente era rimossa, letteralmente oltre che metaforicamente. Niente di più giusto. Questi praticoni della pubblicità locale riescono a comprendere cose che ai grandi studi pubblicitari sfuggono. Quello slogan era perfettamente consono allo zeitgeist e s’immergeva nella merda d’un colpo, non a poco a poco, bagnandosene leziosamente i polsi e le ascelle, come fanno le spaventevoli pubblicità del profumo prodotto a bidoni dai grandi stilisti. Per parte mia auspicherei gobbe da trauma e piedi caprini, guance sfregiate e perfino un occhio guercio pur di evitare cuccioli che crescendo si qualifichino “elettori moderati” e leggano “Il Corriere della sera” o un foglio simile senza fremere di raccapriccio. Ma la retorica politica non conosce limiti nell’incensamento di quest’elettorato di polli d’allevamento, qualificato come “moderato” e, anche se del tutto impermeabile al pensiero, “riflessivo”. La cosa peggiore non è che s’inneggi alla sua maturità, al senso di responsabilità e a quella vocazione democratica che ha già manifestato, in modo inoppugnabile e più volte, spedendo in parlamento bande di teppisti, vessatori e gagà da operetta, bensì che, a furia di ripetere queste scemenze, qualcuno finisca per crederci sul serio. Nella democrazia del mercato, come ho già detto, si comincia con l’apologia dell’elettorato moderato e si finisce per andare a cacare solo se il sondaggio è favorevole. Ma, in fondo, il popolo degli sconti è l’elettorato ideale per la configurazione attuale che ha preso la competizione elettorale: una forma calibrata da rapporti tutto sommato non diversi da quelli che regolano la vendita al minuto. Con la reclame di un prodotto fetente e già scaduto offerto due per tre su cartelloni che pure i ciechi sono costretti a leggere. Non è detto, però, che non sia proprio questa la concezione più “giusta” della democrazia. Giusta, intendo, per lo spettatore dei talk show e per il lettore degli editorialisti italiani di riferimento, che fruendo degli sconti elettorali, con un solo voto, potrà lasciare le cose esattamente come stanno e, nello stesso tempo, illudere se stesso e gli altri di poterle cambiare quando vuole perchè vive, per merito e fortuna, in una democrazia di stampo classico.

Prendi due, paghi uno.

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