Vocabolarietto portatile 01 – Inimmaginabile

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9 Dicembre 2014

“Purtroppo, anche di recente, la cronaca ci ha rivelato come, nel disprezzo per la legalità, si moltiplichino malversazioni e fenomeni di corruzione inimmaginabili”

Giorgio Napolitano

 

Da decenni, in questo paese accadono cose che il giorno dopo, puntualmente, vengono definite, da politici, giornalisti e perfino dal capo dello stato: “inimmaginabili”.

Ora, inimmaginabile è quello che non si poteva immaginare, qualcosa che non eravamo assolutamente in grado di concepire razionalmente, che sfugge ai procedimenti intellettivi che di solito adottiamo per relazionarci alla realtà che ci circonda e che ci sorprende per la sua imprevedibilità. Che il Pontefice, per esempio, si metta in reggicalze e insceni, con un corpo di ballo di cardinali, suore di clausura e chierichetti uno spettacolino di burlesque è (immagino) inimmaginabile; che Rita Levi Montalcini rediviva si metta a ruttare in diretta sbracandosi sulla poltroncina di un talk show è (immagino) inimmaginabile. Viceversa, che la prima cosa la faccia Silvio Berlusconi e la secondo Umberto Bossi è immaginabilissimo e prevedibilissimo. Ma nel dire che qualcosa era “inimmaginabile” (e che tuttavia è accaduta…) è insito un prendere le distanze dall’accadimento, un non far carico ad alcuno (soprattutto a se stessi) di alcuna responsabilità nei suoi confronti.

Se qualcosa era “inimmaginabile” (e tuttavia accaduto) tutti noi siamo esentati dal risponderne. Non si dà conto e ragione dell’inimmaginabile. Questa parola però fu utilizzata correntemente, sui giornali e perfino in discorsi ufficiali, per definire ciò che accadde nella giunta regionale del Lazio appena un paio di anni fa: i festini carnascialeschi, i travestimenti da maiali, i rimborsi-spese milionari, le vacanze, gli yacht e le ville al mare a spese dei contribuenti ecc. Non solo. Essa viene riutilizzata adesso per descrivere ciò che, a Roma, è continuato ad accadere fino ai fatti odierni. Poiché l’uso delle parole, sui giornali e nei discorsi rivela immediatamente, molto più di quello che le frasi significano ufficialmente, bisogna innanzitutto chiedersi se è davvero corretto l’uso di una certa parola. La risposta, in base alla definizione che ne abbiamo appena dato, non può che essere una: no, non è corretto. Cosa fosse la “destra” (uso la parola tra virgolette perché mi rendo conto che solo così posso usarla) berlusconiana, la sua capacità di intrallazzo, la sua propensione a corrompere e farsi corrompere, il suo cinismo e la sua completa assenza di moralità lo sapevamo tutti (nessuno escluso: a “destra”, a “sinistra”, al “centro” e anche sopra e sotto i punti cardinali) da venti anni. Chi non lo sapeva difficilmente potrebbe appellarsi ad un qualche processo razionale: non lo sapeva, evidentemente, o perché non voleva saperlo oppure perché è un perfetto cretino.

Appurato questo bisogna passare dal vocabolario alla calcolatrice e dall’ora d’italiano a quella di matematica. Possiamo allora computare, con beneficio d’inventario, a più del cinquanta per cento gli italiani che nel corso degli ultimi venti anni sono stati artefici o complici di questo sistema (votandone i rappresentanti o i sodali e i servi che lo hanno sostenuto). Più della metà degli italiani, dunque, non ha dedotto razionalmente quello che un bambino di dieci anni avrebbe potuto tranquillamente comprendere tra un cartone animato e un altro, mangiando pane e nutella e facendo, nel frattempo, gli esercizi di lettura. Che lo abbia fatto per stupidità o per interesse non è, in questa sede, rilevante ma, dal momento che tutti sapevamo chi erano e cosa erano questi uomini e queste donne che, per due decenni, hanno governato l’Italia, che senso ha affermare, oggi, che essi hanno fatto cose inimmaginabili? Le cose che hanno fatto erano, al contrario, perfettamente immaginabili da chiunque possedesse capacità razionali e di previsione logica almeno pari a quelle di un ragazzino di dieci anni (seduto davanti alla tv, mangiando nutella ecc. ecc,). Fortini, la Polverini, prima, Alemanno e Carminati dopo, hanno fatto e continuato a fare ciò che era prevedibilissimo facessero e, ingozzandosi nel truogolo fino a soffocare, sono stati, né più e né meno, ciò che dovevano essere. Questo è il punto nodale che la chiacchiera giornalistica mostra di non cogliere con l’uso di quella parola. Perché, dunque, incorre in questa marchiana improprietà terminologica? Lo fa per ignoranza della lingua italiana? Non credo che si tratti solo di questo e ritengo piuttosto che l’inconveniente linguistico riveli qualcosa di meno innocente della santa ignoranza. Questi assessori, consiglieri, presidenti di giunte sono, in realtà, fatti a immagine e somiglianza di chi li ha votati mettendoli in quei posti e i criminali, i vessatori e i terroristi che ne costituiscono il braccio armato sono fatti immagine e somiglianza della signora in suv che, ti taglia la strada per fotterti il parcheggio e alza il dito medio soddisfatta. Quest’accozzaglia di macellai da suburra, messaline prelevate al supermercato e ganimedi coi riccioli, che il gazzettiere si compiace di definire “casta” come se parlasse di brahmani o di sacerdoti egizi, non è in realtà in nulla differente da quella maggioranza, silenziosa o vociferante, che nel corso di questi anni, aspettando l’occasione giusta per saltare sul trenino e partecipare alla festa, si scialava con le barzellette sconce del capo banda e dei suoi luogotenenti. Ma puntare il dito su una “casta” che vivrebbe “lontana e separata dalla gente” parlare di cose “inimmaginabili” e raccontarsi la favola amena di una qualche “base popolare” che magari avrebbe “creduto nel rinnovamento” (rappresentato prima dal berlusconismo e ora dal renzismo) e che adesso è indignata e vorrebbe conto e ragione di tutto è autoassolutorio per un’altra “casta” (molto più pericolosa della precedente, quella dei giornalisti, i quali avrebbero dovuto, non fosse che per minima competenza professionale, “immaginare” questo e altro…) e, allo stesso tempo, assolve e mette l’anima in pace anche a quella metà d’Italia che si è fatta complice di tutto ma alla quale bisogna tuttavia pur vendere, ancora, le notizie e i giornali. Una buona metà di italiani che adesso deve cadere dalle nuvole e trovare “inimmaginabile” quello che è accaduto ma che fino a ieri immaginava benissimo cos’avrebbe fatto se un giorno fosse arrivato il suo turno. Bravi papà e brave mamme che, oltre ad immaginare, sognavano, anche, un avvenire simile per le loro figlie e i loro figli. Inimmaginabile è dunque solo che oggi ci sia chi possiede la spudoratezza di usare questa parola e, forse, neppure questo: in un paese in cui il cattolicesimo ferve e tutti se ne vanno in giro col crocifisso, battezzano i figlioletti e si sposano in bianco per poi intrallazzare con troie e puttanieri perché, in fin dei conti, “anche lo sfruttamento della prostituzione fa parte del libero mercato”. Viene perciò il sospetto che inimmaginabile sia ormai una parola che, nella lingua italiana, può applicarsi solo alla dignità, all’onestà e al pudore. Speriamo che l’Accademia della Crusca provveda ad aggiornare il vocabolario.

 

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