Vocabolarietto portatile 02 – Giovane

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16 Dicembre 2014

 

“Laggiù i giovani mettono al mondo i vecchi. Questi diventano sempre più giovani e a loro volta, in quanto tali, partoriscono altri vecchi.”

Elias Canetti

 

Giovane è una parola che, pur non avendo cambiato il suo status anagrafico, da una quarantina d’anni ha cambiato del tutto i suoi connotati, al punto che mentre una volta indicava colui che doveva sostenere e difendere il più vecchio (dal sanscrito yuvan, la cui radice yu indicava il respingere e il difendere cui in seguito si accosta il latino juvare, giovare, aiutare) oggi connota senza esitazioni colui che ha necessità, al contrario, di essere difeso e sostenuto. E se anche, con altra etimologia, si volesse far derivare la parola dalla radice div = dju (che designa l’essere lieto, v. giuoco) è evidente che anche in questo caso il giovane dei nostri tempi ha poco da esser lieto e, viceversa, molto di cui essere preoccupato; i suoi giocattoli, insomma, si sono rotti tutti. Sembra che questa parola abbia subito il contrappasso della spaventosa attitudine degli attuali vecchi a cambiare mostruosamente i loro connotati a furia di botulino e silicone. Mentre dunque le vecchie bagasce e i vecchi gagà assumono sembiante scimmiesco nel tentativo folle di tornare giovani, i giovani in carica sembrano subire la punizione di questa corsa grottesca alla giovinezza col doversi fare carico, per contrappasso, di osteoporosi e vecchiaia precoce e impossibile da camuffare. Il giovane, al giorno d’oggi, è ridotto al lumicino, a malapena si regge in piedi e, quando riesce a farlo senza le stampelle, ha la faccia esangue di chi non ha più molto da vivere. Tutto mentre papà, mamma e i sopravvissuti tra i quattro i nonni se ne vanno in giro saltellando nel loro jogging mattutino, con tette, glutei, labbra, zigomi e pomelli che presentano la coloritura e la consistenze di meravigliose mongolfiere nel corso di una festosa kermesse aerostatica.

Ma questo sarebbe ancora niente.

Il giovane oltre all’affronto di lezioni di vita impartite da ultrasessantenni conciate come la sorella piccola e da ultrasettantenni in tuta da ginnastica che allenano follemente quello che rimane dei loro bicipiti coi manubri, deve anche subire la spaventosa umiliazione di un trattamento giornalistico che non ha l’uguale negli ultimi duecento anni. “Giovane” è diventata la parola d’ordine di tutta la marmaglia politico-giornalistica italiana. Se si vuole far carriera ci si proclama senz’altro paladini dei “giovani” e rottamatori dei “vecchi”: Il giovane è diventato un lassativo che rimette in sesto gli intestini pigri di quelli (giornalisti o politici) che non riuscivano più a cacare una retorica smerciabile a un pubblico oramai avvezzo alle stronzate. Da quando si curano a base di gioventù la cosa risulta invece possibile e questi comizianti sfogliano la parola “giovane” come se fosse una margherita.

Poi, con i petali, ci si puliscono graziosamente il culo.

Perciò la retorica sui giovani, il dilagare di sentimenti giovanilisti rumorosamente manifestati ha qualcosa di maleodorante: come se a chi fa questi discorsi l’alito puzzasse di latrina. Occorre dunque fare qualcosa per salvare, fino a che si è ancora in tempo, Susanna dai vecchioni. Quello che io propongo è, ne convengo, una terapia d’urto, ma quando la malattia è a questo stadio non si può che intervenire chirurgicamente.

Bisogna ammetterlo, un certo giovanilismo è stato spesso un portato sgradevole della vecchiaia, ma quello che una volta era un vezzo è oggi diventato una patologia. Non si può aprire un giornale, non possiamo accendere la tv o la radio, senza che un ragazzo di sessant’anni (comico, giornalista o politico, ormai è lo stesso mestiere) ci faccia la predica sulla “gerontocrazia” italiana e su come l’unica nostra salvezza siano i “giovani” (o, alternativamente, le “donne”, interessante parola che merita di essere esaminata a parte).

Bisogna però tener conto della storia. Perciò se è vero che la percentuale degli imbecilli è sempre stata grossomodo uguale tra i giovani come tra i vecchi (i casi di chi, dopo esserlo stato in gioventù, rinsavisce in vecchiaia o di chi lo diventa in tarda età sono, a parte l’alzheimer, piuttosto rari, perché in genere si rimane quello che si è) il numero assoluto degli imbecilli non è invariabile bensì relativo al momento storico. E’ innegabile che certi periodi storici siano particolarmente favorevoli allo sviluppo e al successo dell’imbecillità e questo, purtroppo, è uno di quei periodi. Nell’ultimo quarto di secolo (giusto lo spazio di una generazione) le contingenze epocali sono state straordinariamente prodighe di agevolazioni per l’incubazione e lo sviluppo di un’ imbecillità che ha pochi paragoni in altre epoche storiche. Da questo deriva l’elevata incidenza dell’imbecillità presso coloro che si sono formati nell’Italia degli ultimi trent’anni, quelli, cioè, che non erano già in grado di intendere e di volere quando, con Craxi e le sue truppe, iniziò quel delirio di stupidità cinica, rampante e truffaldina nella quale siamo ancora immersi fino al collo.

Certo è doloroso, ma, se consideriamo quello che l’Italia è stata dagli anni ottanta ad oggi, in quale misura si è configurata a immagine e somiglianza dei suoi governanti e dei suoi media, in quale situazione sociale, politica e mediatica, insomma, sono cresciuti questi poveri ragazzi non si potrà, credo, fare a meno di convenirne. Se consideriamo i “giovani” che oggi rifulgono nell’ambito della imprenditoria e della politica: i Michel Martone (1974), i Lapo Elkann (1977), i Matteo Renzi (1975) i Matteo Salvini (1973), i Franco Fiorito (1971) le Giorgia Meloni (1977) le Mara Carfagna (1975) o le Mariastella Gelmini (1973) la nemesi storica è comprovata al di là di ogni ragionevole dubbio. Possiamo averne (molto relativamente) compassione e possiamo, volendo, considerarle vittime delle circostanze, però questa non è una buona ragione per permettere loro di fare ulteriori danni, in primo luogo alla loro stessa generazione. Ora, per quelli pratici, quelli che vogliono la soluzione concreta, per quelli sempre all’opera, convinti che chi pensa è uno che se ne sta con le mani in mano, ecco la mia modesta proposta operativa. Si tratta, in breve, di porre adeguate barriere generazionali ad hoc per impedire che un Renzi, un Martone, un Lapo Elkann, un Fiorito o una Gelmini provochino danni irreparabili a questa già martoriata nazione. In che modo?

Con un semplicissimo espediente che si ispira a Erode.

Quand’è nato, per dire, il giovane Renzi? 1975? Bene: a tutti i nati dal 1970 al 1978 (meglio tenersi un poco comodi, così ci rientra pure Alfano) venga impedita con ogni mezzo almeno la carriera politica (ma sarebbe meglio l’interdizione da tutti quegli uffici nei quali si può arrecare danno serio alla collettività). Per il resto facciano quello che vogliono (non sia mai che ci si accusi di totalitarismo e mancanza di democrazia…): basta solo che non rompano i coglioni. Capisco che, forse, ci priveremmo di un paio di persone in gamba e per bene, però pensateci: quante migliaia di imbecilli ci sarebbero risparmiati?

E poi, magari, si potrebbe anche istituire un apposito comitato di anziani (diciamo tutti rigorosamente intorno ai novant’anni…che so del tipo Emanuele Severino, 1929, o Noam Chomsky, 1928) che ripeschi quelle persone per bene e intelligenti che non rispondono alle caratteristiche fisiognomiche, caratteriali e comportamentali di un Renzi, di un Alfano, un Fiorito o un Salvini. I meritevoli di salvezza, insomma, i non furbi, quelli senza lo scilinguagnolo dell’ imbonitore e l’occhietto volpino del piazzista, quelli che non parlano come il manager del corso per corrispondenza; quelli, ecco, verrebbero salvati e il vaglio dei saggi novantenni, che molto hanno vissuto e molto sanno, ne garantirebbe la qualità. Aiutare i giovani, infatti, è un dovere morale e sarebbe inumano trascurare il loro stesso grido di dolore.

Non è una bella pensata?

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Un commento

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  1. diego.terna 6 anni fa
    qualche giorno fa in ferramenta, dopo aver incartato le mie 6 viti autofilettanti, il commesso mi ha salutato dicendo "arrivederci, giovane". neanche la barba mi maschera più. per fortuna non rientro nella tua finestra epurativa: lo specificherò, alle prossime viti.
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