Vocabolarietto portatile 04 – Rottamazione

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4 Gennaio 2015

Questa parola fino a non molti anni fa non esisteva, adesso però esiste e, purtroppo, bisogna farci i conti. Le parole che già troviamo, pronte all’uso, fin dalla nostra nascita, le parole antiche, quelle che non si sa da dove vengano né chi le ha inventate, prescindono, in qualche modo, da chi le pronuncia e sembrano vivere di vita propria. Certo, qualcuno tende ad usare una certa parola più di altre ma, per quanto quella parola possa caratterizzare chi la pronuncia, il contrario non accade. Nessuna parola, cioè, ha la faccia di chi la dice ma è solo chi la dice che assume, pro tempore, la faccia della parola. Con le parole nuove, quelle che definiamo neologismi, le cose sembrano andare in modo diverso. Quando vengono utilizzate in maniera ossessiva, tendono ad assumere il sembiante della persona che le utilizza ancor più di quanto questa assuma il loro. I neologismi si combinano cioè fisiognomicamente con chi li ha inventati o li ripete ossessivamente. Si verifica, nel loro utilizzo corrente e reiterato, una sorta di ibridazione che produce una specie di cyborg linguistico-fisiognomico. Mentre, delle parole antiche, pur conoscendone il significato, l’etimologia e perfino le risonanze, ci sfugge sempre il “perché” (le ragioni, cioè, che le hanno portate alla luce, le loro origini e, ancora di più, i loro eventuali “genitori”) il neologismo se ne va in giro sempre con la carta d’identità: ne conosciamo con buona precisione luogo, data di nascita, spesso la paternità e, soprattutto, c’è anche la fotografia che ne identifica il portatore. In altri termini, la fisiognomica assume qui connotati linguistici, ogni parola ha la faccia che merita e ogni faccia la parola che merita. Accade così, per fare solo un esempio, con la parola “tramezzino” e con la faccia di Gabriele D’Annunzio. Il vate non solo aveva l’espressione di un tramezzino (neologismo, come si sa, da lui inventato) ma era, se così possiamo dire, un tramezzino. Con la sua farcitura di furbizia tra due fette di retorica ne possedeva le caratteristiche mentali e con una complessione da misirizzi riformato, spalmata tra gli stivali di una divisa militare da scemo di guerra, anche quelle fisiche. Se fosse nato oggi porterebbe il marchio Eataly e sarebbe lo sponsor ideale per le minchiate di Farinetti (che infatti non è che un Farinacci rivoltato in minore). Non so con precisione quando è nata la parola di cui mi sto occupando, ma essa si è affermata di sicuro nel corso del secondo dopoguerra ed è legata a doppio filo all’epoca del consumo più sfrenato: è evidente che “rottamare” non avrebbe avuto alcun significato nel XIX secolo, nel settecento o nel medioevo. Si tratta, infatti, di una parola che ha a che fare non tanto con la civiltà industriale, quanto con la sua putrefazione e che non possiede alcun senso se non in funzione di puro supporto allo sfacelo dell’intelligenza che la caratterizza. Si rottama solo perché si consuma e si consuma solo perché qualcuno (mai il consumatore) stabilisce che è inevitabile consumare e anche cosa dobbiamo consumare . Rottamiamo, si sa, l’auto vecchia anche se va ancora bene; questo ci consentirà, ci spiegano, di risparmiare sulla nuova. Noi non avevamo affatto necessità di una nuova auto, la vecchia andava più che bene e avrebbe potuto servirci per molti anni ancora. Non importa, conta solo che il vecchio venga rottamato e faccia posto al nuovo. Perché il vecchio, nella società dei consumi, è un disvalore ed il nuovo un valore. Il nuovo vale, già solo perché nuovo e il vecchio, già solo in quanto vecchio, è meritevole di rottamazione. La parola rottamazione si identifica dunque con il concetto stesso di consumo e con la sua  idolatria del nuovo. Il vecchio va rottamato non perché inutile bensì perché vecchio e, dunque, pericoloso. Perché ostacola il nuovo. Il vecchio è lento, grigio, bavoso. Il nuovo svelto, scintillante, avvenente. La parola vecchio è oggi utilizzata correntemente (e, in ambito politico o economico, direi quasi esclusivamente) come aggettivo sostantivato (“Il vecchio”) con accezione assolutamente negativa. La più sanguinosa accusa che si possa fare ad un avversario politico, ad una concezione del mondo o anche a un pensiero, è che sia vecchio. Se è vecchio non vale neanche la pena di discuterne. Il vecchio va solo rottamato. La foia rottamatoria nel frangente epocale che ci troviamo a vivere, non è solo un riflesso condizionato dell’epoca. E’ anche il metodo più semplice che la truppa mediatica mette in atto per nascondere sotto il tappeto gli escrementi che essa stessa produce. Rottamando si fa spazio a ciò che potrà a sua volta essere rottamato domani ma che intanto viene smerciato come elisir miracoloso. La rottamazione incentiva dunque la produzione e, nello stesso tempo, pubblicizza il manufatto appena prodotto. Grazie ad essa produzione e marketing diventano una cosa sola e il produttore diventa logo di se stesso. Lo slogan si fa immagine e l’immagine si stilizza in slogan. La fisiognomica acquista connotati linguistici.

p.s.

Il propugnatore principale della parola “rottamazione”, come si sa, è stato l’attuale presidente del consiglio. Ora è già degno di nota che il suo nome “Matteo Renzi” sia anagrammabile in “emetta ronzi”, “mi tenta zero” e “tormenta zie”, ma è ancora più notevole che il suo anagramma femminile (“le donne sono più brave” recitava uno dei suoi slogan!) sia “Enza Rottami”, che, mirabile dictu, nella parola “rottamazione” siano presenti tutte le lettere del suo nome e che dunque esso ne custodisca la gestalt consonantica: RTTMZN vs MTTRNZ. E, sia detto per divertimento, le stesse consonanti stanno, tutte, nella parola dannunziana che abbiamo portato ad esempio: “Tramezzino”: TRMNZ. Insomma le parole con un poco di pazienza, ci raccontano tutto e, se sapessimo combinarne l’analisi con un po’ di fisiognomica, forse gli imbonitori da fiera non avrebbero la vita così facile.

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