Vocabolarietto portatile 05 – Donna

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17 Gennaio 2015

“Non so, ma l’amicizia altre volte doveva essere un sentimento vivo tra gli uomini. Oggi non più. Dico per me, almeno; per me che nei miei contemporanei non trovo se non durezza, ostilità, sospetto. A chi altri dunque se non alle donne diremo quelle parole così profonde, quelle parole così cordiali, quelle parole così segrete che Gesù Cristo diceva ai bambini, “perché i grandi non le possono capire”“?

Alberto Savinio

“Sir we sell what the world desires: power”

“Sire noi vendiamo ciò che il mondo desidera: potere”

James Watt e Matthew Boulton, presentando a Giorgio III la macchina a vapore.

 

La parola “Donna” va, io credo, maneggiata con cura perché è diventata tagliente più di un rasoio e, per di più, taglia da due lati e non da uno solo.

Il rischio che comporta riflettere oggi su questa parola è, soprattutto per una persona di sesso maschile, duplice.

Da una parte c’è, nell’uso che ne fanno alcuni, una miscela di arroganza e di rozzezza che lascia trasparire risentimento sessuale e misoginia, dall’altra invece c’è un baratro di stupidità nel quale giacciono una sull’altra la ridicola mummia imbalsamata del gagà e quella, quasi identica, del femministo .

Quest’ultimo, ripugnante, figuro, passato l’effetto balsamico dei cari slogan dei settanta e delle riunioni di autocoscienza, si è putrefatto trasformandosi in un lemure che se ne va in giro facendo gli occhi di triglia, nella eterna speranza di toccare il culo a una ventenne ma non perde mai l’occasione di donarci, tra una palpatina e l’altra, le sue perle di saggezza: “Le donne sono più brave, sono più intelligenti e più sensibili, sono le donne la speranza del mondo, il futuro è donna ecc.”.

Il personaggio è da macchietta ma la sua tipologia è vincente e si è diffusa in maniera tentacolare.

Ormai, comprende ogni categoria (giornalisti, scrittori, conduttori televisivi, politici, notai, farmacisti) e i suoi luoghi comuni glieli sentite salmodiare da qualsiasi pulpito mediatico.

Naturalmente, lasciano il tempo che trovano ma (questa è la cosa che non finisce di stupirmi…) c’è più di una signora che, invece di rispedirle indignata al mittente, mostra addirittura di gradire questi ripugnanti salamelecchi.

Il misogino perciò, mi è, in fondo, meno antipatico.

Almeno quanto a melensaggini, dispone di una potenza di fuoco incomparabilmente inferiore; è, in genere, un primitivo, indossa il perizoma e usa ancora l’arco e le frecce. In sé non sarebbe, insomma, proprio da buttare, tuttavia conserva, inutile negarlo, un cipiglio grottesco e un’andatura da papera.

Bisogna dunque, trattando questa pericolosissima parola, tenersi in equilibrio sul filo di lama di un rasoio.

Io, però, non confido affatto nell’intelligenza di TUTTE le donne (le quali ovviamente non sono, en masse, né meno stupide, né meno insensibili, né meno cattive degli uomini en masse) bensì solo in quella dello sparuto drappello che ogni tanto mi legge.

Tra noi insomma, in questo minuscolo universo fatto di scrittura, permangono, ovviamente, tutte le diversità di genere ma non c’è, voglio sperare, nessuno (qualunque cosa si trovi ad avere, fortuitamente, tra le gambe) che si permetta di mutare queste diversità in valori o in attestati di superiorità.

Inizierò dunque in surplace e, contraddicendomi spudoratamente come mi succede spesso, rivelerò che per anni, pur evitando accuratamente di dichiararlo (per ritegno e per non ritrovarmi al fianco di quell’infimo individuo che ho appena descritto come femministo o gagà) ho davvero pensato che le donne, in generale, fossero meglio della stragrande maggioranza degli appartenenti al mio sesso e, certamente, di me.

Meno stupide, meno arroganti, meno proterve, incomparabilmente più dotate di propensione all’ascolto ed all’accoglimento dell’altro.

Oggi, ho ancora l’impressione, per la verità, che ci sia stato un tempo in cui tutto questo fu vero.

Purtroppo però, se lo è stato, certamente non lo è più oggi.

Deve essere, in questi ultimi decenni, accaduto qualcosa di mostruoso, qualcosa che forse ha covato per anni ma che infine è emerso devastando alla radice quella mia convinzione.

Oggi mi sembra purtroppo che donne e uomini siano assimilabili per stupidità, arroganza, prepotenza e protervia e che, se, in questo naufragio, qualcosa riesce ancora a fornire alle donne un appiglio per tenersi a galla, è la loro (oramai molto relativa e sempre minore) distanza dal potere.

Mi rendo conto, tuttavia, che questa distanza è destinata a diminuire, diminuisce, anzi, ogni giorno, e ogni giorno le conseguenze di questo si fanno più evidenti.

Quando donne e uomini si saranno, finalmente, divisi fraternamente, il dominio del mondo, temo, il gioco sarà concluso: la volontà di potenza equanimemente appagata.

Gli effetti cominciano già a vedersi.

Il narcisismo, per esempio, era un tempo appannaggio maschile (Narciso, non a caso, era maschio). Certo, la donna era assai più attenta al suo aspetto fisico (per le ovvie ragioni culturali che ci sono state spiegate a iosa) eppure rimaneva incomparabilmente più lontana dell’uomo da quella specie di autocannibalismo dell’intelligenza che è il narcisismo.

Per il narcisista l’intero universo non ha alcun senso se non in funzione del suo ego, in ogni cosa deve potersi rispecchiare e soprattutto è necessario che ogni cosa gli restituisca la sua immagine.

In passato la donna non poteva certo permettersi questo atteggiamento.

Il narcisista vuole piacere in primo luogo a se stesso e “di riflesso” agli altri mentre le donne, al contrario, erano costrette, una volta, a piacere esclusivamente agli altri: che piacessero a se stesse non era per nulla rilevante e, anzi, risultava spesso socialmente indesiderabile.

I tempi sono cambiati e la donna è arrivata, finalmente, all’approdo del narcisismo maschile, ma lo ha fatto attrezzata di tutto l’armamentario storico che la società, nel corso dei secoli, le aveva consentito di affinare allo scopo di piacere agli altri.

Questo le ha consentito, per così dire, passi da gigante, e ha fatto sì che il suo narcisismo riuscisse ad eguagliare e, forse, perfino a surclassare in breve tempo, quello maschile.

Così anche per la stupidità o, almeno, per la sua manifestazione.

Anche se le donne fossero state, un tempo, ugualmente stupide che gli uomini, ciò tendeva però a non manifestarsi ed esse apparivano, in realtà, assai meno cretine dei loro mariti e questo perché la loro stupidità, contrariamente a quella di questi ultimi, aveva minori occasioni di mettersi in mostra ma anche pochissime possibilità di esercitarsi e, dal momento che l’esercizio sviluppa l’organo, di espandersi.

Ciò vale per tutte le altre doti di cui ho detto: arroganza, prepotenza, protervia.

Grazie alla distanza dal potere e dai suoi meccanismi le donne mantenevano uno sguardo ironico sul mondo e sulle cose che le rendeva spesso profonde, intelligenti, perspicaci assai più dei consorti.

Quella distanza regalava tempo al loro sguardo e spazio alla riflessione che, immancabilmente, ne conseguiva.

Come capita sovente, una minorità sociale, donava dunque a chi ne era portatore una capacità di scorgere l’autentico e di aderire, spesso, alla verità delle cose in modo diretto, senza mediazioni paludate.

Una capacità che gli uomini avevano, per la loro quotidiana abitudine all’esercizio del potere, già perduto da un pezzo.

Il famoso “intuito femminile”, ridotto poi a barzelletta biologica, non era, forse, che questo.

Questa distanza dal potere che comportava la distanza dello sguardo e che ci ha donato una Jane Austen e una Emily Dickinson si è però, col tempo, se non proprio, ancora, annullata, per lo meno ridotta.

Era, quello sguardo, lo sguardo dei perdenti ed era l’unica cosa che rendesse davvero le donne superiori agli uomini: non geneticamente o biologicamente superiori, bensì proprio culturalmente superiori. Superiori per il loro essere perdenti e per la capacità di trasformare questa perdita in una preziosa occasione per l’esercizio dell’intelligenza.

Era come se quello sguardo appartenesse ad una civiltà più evoluta, che, dalla sua isola, guardava, col binocolo, con curiosità e ironia, gli strambi rituali delle tribù selvagge del continente, di là dal mare.

Da quell’isola lontana lo sguardo femminile sembrava tenere con la realtà un legame costante, lento, misurato (ho sempre ritenuto una sciocchezza il “nervosismo” delle donne…). Un legame fortissimo ma distante, esile ed elastico come un giunco.

Tutto questo, però, era un tempo.

Oggi la donna sembra avere finalmente conquistato la martellante stupidità degli uomini, la loro stronzaggine percussiva e vi aggiunge, in troppi casi, quella specie di risonanza atavica che la rende persuasa (col contributo di adulatori equamente suddivisi tra imbecilli e furbi ma, talvolta, appartenenti ad ambedue le categorie contemporaneamente) di possedere ancora lo sguardo della bisnonna.

Così ecco il risultato: La Stronza.

Prodotto esclusivo e raffinatissimo della nostra epoca, organismo geneticamente modificato di superba apparenza e spaventevole sostanza, la Stronza è quanto di peggio e di più mefitico la Storia, questo Frankenstein che lavora su scala planetaria, sia mai riuscito a produrre.

Che oggi, dunque, la parola “donna” venga usata comunemente e da ogni tipo di media come sinonimo di questo prodotto avariato mi colma di tristezza ma appare anche, purtroppo, inevitabile.

L’humour noir della storia, infatti, funziona così ed essa si diverte con il suo gioco preferito che consiste nel rendere le cose taglienti da due lati, proprio come ha fatto con questa bellissima parola, un gioco che qualcuno, una volta, chiamò eterogenesi dei fini.

Sembra che la Storia, dopo aver tenuto in palma di mano per secoli questa luminosa parola, sferica, splendente e odorosa di sandalo abbia sussurrato: “POTERE?! Vuoi dunque il POTERE? Eccolo…” lasciandola scivolare nel braciere del tempo che arde ai suoi piedi.

Non mi sovviene caduta più rovinosa.

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Un commento

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  1. plexus 6 anni fa

    molto interessante, condivido quasi tutto

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