Vocabolarietto portatile 10 – Creativo

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25 Maggio 2017

“Essi vogliono…aver la parvenza di sapere ciò che non sanno, di pensare ciò che non pensano e di dire ciò che non dicono”

Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, II,283

 

“…non esiste gioco in cui si scherzi con la verità che non abbia dolorose conseguenze”

Charles Dickens, La piccola Dorrit, Libro II, cap. 6

 

 

Da quando questo aggettivo si è sostantivato, vive un’esistenza aurorale in stato ectoplasmatico e si spalma su ogni pagliaccio in grado di vendere all’incanto le sue spiritosaggini.

Qualsiasi imbecille ha oggi ottime speranze di venire considerato un creativo purché sia abbastanza furbo da spararla grossa e del tutto privo di scrupoli, la stupidità, per chi merita il titolo (che i media, per la verità, non lesinano) non è uno spiacevole incidente, praticarla è infatti la sua specifica funzione sociale. E’ il professionista della stupidità: colui che sa, con ragionevole approssimazione, quale può essere, in ogni occasione, la stupidaggine vincente e la valorizza, l’imbecille professionale che è riuscito a sublimare la cretineria in business stemperandola con la giusta dose di furbizia e di cinismo.

Il campo d’azione del creativo è quello della vendita al dettaglio ed è a lui che dobbiamo, per esempio, la qualità delle immagini pubblicitarie dalle quali è invasa la nostra vita quotidiana: le pubblicità dei profumi, con la loro finesse da postribolo a basso prezzo, ne sono un’epitome inarrivabile.

La sua attività è poliedrica, pervasiva e non si limita alla reclame ma si estende dalla produzione alla consumazione.

Nella società contemporanea è creativa l’ideazione dell’oggetto, così come lo è il suo smercio e, infine, il suo consumo, ed è per questa ragione che il creativo opera su tutti i fronti e possiede ancora potenzialità straordinarie.

Dalla moda alle arti figurative, dal design all’architettura, dalla letteratura ai fumetti, dalla culinaria all’organizzazione di eventi di ogni genere e tipo, non esiste alcun settore della società moderna in cui il creativo non domini incontrastato.

E, dal momento, che una delle caratteristiche precipue di questo genere di cretino è quella di non aver sentore della sua cretineria (ma, anzi, di scambiarla per intelligenza applicata) egli le associa sempre un’arroganza spudorata e una cafoneria culturale priva di ritegno.

Da Karl Lagerfeld al vetrinista della boutique sotto casa, da Oliviero Toscani all’ideatore della campagna per il rilancio della parrocchia è una grandiosa fiera delle vanità e dell’autoincensamento praticato senza pudore né dignità e spesso paludato con la toga senatoria della provocazione culturale. Grazie a questa meravigliosa invenzione, che da Andy Warhol in poi è diventata la pappa mattutina del filisteo, qualunque minchiata può essere spacciata per coup de génie.

Come dicevo questo mestatore non ha quasi mai consapevolezza della sua nullità; nel migliore dei casi, certamente, sa di fare le stupidaggini e di farlo esclusivamente per guadagnarsi da vivere (e sa anche che non c’è da andarne fieri), ma normalmente immagina sul serio di mettere in gioco qualcosa che ha a che fare con la pratica artistica e con l’esercizio culturale. Tale illusione ha un fondamento, infatti non si può negare che è accaduto (e, probabilmente accadrà ancora) che in qualche rarissima occasione l’immagine pubblicitaria o lo spot di una certa reclame possa avere effettivamente una certa valenza estetica, ma ogni volta che questo risultato è raggiunto lo è, in qualche modo, surrettiziamente, cioè indipendentemente e, anzi, quasi “contro” il prodotto reclamizzato ma, soprattutto, indipendentemente e senza dubbio “contro” il sistema culturale che lo reclamizza.

In altri termini in questi casi, sporadici e fortunosi, il gradiente estetico si insinua nel fortilizio del mercato globale solo attraverso le sottilissime lesioni delle spesse mura che lo circondano e che, però, vanno riducendosi, per via di una manutenzione ormai attentissima e che quasi non lascia più sfuggire alcuna crepa.

Un Norman Rockwell, un Maxfield Parrish oppure una Coco Chanel o un Paul Poiret (per non parlare di un Toulouse-Lautrec…) sono ormai irripetibili e la possibilità di vicende simili è quotidianamente annientata dalla brutalità del mercato e dalla conseguente, enorme, quantità di cinismo necessaria a mantenersi a galla.

Al creativo, insomma, è richiesto, essenzialmente, di essere un cretino dalle idee estremamente chiare (del resto la radice delle due parole è stata talvolta considerata comune…); un individuo che, avendo come unica finalità esistenziale il successo personale, sia assolutamente capace di non esitare, tra due cretinate alternative, a sceglierne una e a rappresentare poi questa scelta, pressoché fortuita, come frutto di sapere esoterico.

Egli sa, infatti, che in un mondo che della contraffazione ha fatto sistema, una stupidaggine praticata con protervia e convinzione ha ottime possibilità di successo e facilmente passa per una pensata geniale.

Per questa ragione non teme, in genere, il ridicolo che, anzi, gli fa gioco.

Spesso fa ridere in modo puramente accidentale ma può sempre spacciare le sue topiche per “autoironia” (secondo la prassi corrente della società dello spettacolo, in cui un adulto evidentemente problematico come Luca Giurato può esercitare con successo e in maniera redditizia attività giornalistiche e di conduzione televisiva che, pure, dovrebbero comportare responsabilità culturali non indifferenti).

Poiché nella mentalità comune non sembra esistere un confine ben delineato tra un creativo e un pagliaccio, il primo si presenta spesso nelle vesti del secondo.

Giornalisti conciati come Scaramacai dibattono a distanza con veri Scaramacai prestati alla politica con enorme successo nel nome di un ”made in Italy” che, quanto a questo, fa ancora scuola nel mondo.

La creatività, in questo paese, possiede infatti un numero di fedeli non inferiore a Padre Pio e una potenza miracolistica comparabile.

Quando si è classificati come creativi si entra a far parte del novero dei taumaturghi a patto che ci si conci come tali; per farlo basta poco: un panciotto a fiori, degli occhiali fucsia, ghette, un papillon o, comunque, un distintivo di pari efficacia. Ultimamente si può anche puntare sulla sobrietà, così si vedono creativi in nero con maglietta girocollo e aplomb da becchino oppure in bianco con panama e scarpe da ginnastica.

La cosa davvero decisiva è che il creativo si trovi sempre in stato di deiezione culturale oppure non sarebbe degno della sua qualifica. Quello che crea, date le sue credenziali, non ha in realtà alcuna importanza, l’essenziale (come sempre nell’arte della prestidigitazione) non è infatti ciò che si tira fuori dal cappello ma il modo in cui lo si fa.

Per questo la gestualità del creativo è fondamentale almeno quanto la sua faccia.

Baricco, per esempio, molto prima di essere uno scrittore (la qualcosa può anche rimanere in dubbio) è un creativo ed un insegnante di creatività. Basterebbe guardare come si muove in pubblico per capire di che si tratta eppure lui, in maniera veramente creativa, ha trovato il modo di farsi pagare per spiegartelo in privato. Ed è in questo che consiste il suo mestiere: brancolare nel buio, ma con l’arroganza di un profeta.

E’ un professionista della futilità e maneggia le sciocchezze come un artificiere gli esplosivi, perché ciò che davvero importa non è la sua capacità di “fare” (produrre) alcunché, cioè di essere effettivamente “creativo” (come da etimologia), bensì di rappresentarsi, mediante fuochi d’artificio, come tale.

Decisiva non è “la cosa” ma lo spettacolo che si è in grado di imbastire, in modo redditizio, intorno ad essa.

Per questo il “creativo” per antonomasia è oggi, appunto, il pubblicitario, ovvero l’addetto a vendere fumo turlupinando l’utente.

Fa buon gioco, come sempre, l’aspetto “culturale” ed “artistico” della questione, così quello che, a tutti gli effetti, dovrebbe essere definito un furfante viene acclamato e la cosa va a buon fine tanto che oramai i confini tra arte e reclame sono diventati impalpabili: nessun artista, architetto, scrittore ecc. ha la minima possibilità di essere considerato tale, e in qualche caso neppure di lavorare (produrre e dunque creare) se non riesce a smerciarsi, prima, come “creativo”.

Non si deve credere, però, che questa invasione, per quanto futile, sia priva di conseguenze durevoli.

Le stupidaggini creative, infatti, per quanto siano destinate a durare lo spazio di un mattino, non evaporano in nulla.

Esse si accumulano e invadono, poco a poco, il nostro spazio e il nostro tempo.

Le città ne sono piene e la stupidaggine successiva non annulla la precedente, non la confuta, ma le si aggiunge in catasta fino a raggiungere uno spessore e un peso asfissianti.

Ormai non c’è momento della giornata che non sia gravato da quel peso, siamo invischiati nella creatività come mosche sulla carta moschicida, con la differenza che la mosca viene colta (presumo) di sorpresa mentre noi sappiamo a memoria fin dal risveglio quello che ci attende.

Nessuno di questi gesti, così dichiaratamente “nuovi” e “sorprendenti” risulta infatti veramente inatteso; perfino le pubblicità più scandalose e provocatorie vengono ormai accolte con annoiata rassegnazione e chi si scandalizza lo fa per professione o perché, essendo un burocrate, deve prendere provvedimenti.

Ci muoviamo dunque nel paradosso di una creatività portentosa e incessante che non crea altro che il previsto.

Siamo finalmente giunti al risultato (in verità da sempre prevedibile) che l’imprevisto si ripete con modalità e cadenze assolutamente prevedibili e, in verità, già perfettamente previste: sia alla concezione che negli esiti.

Il creativo è il gran sacerdote di questa prevedibilissima imprevedibilità.

TAG: Cultura, innovazione
CAT: Media, Moda & Design

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