In memoriam U.M.

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7 ottobre 2019

I crimini di stato costellano il pedigree di quello che viene sempre presentato bonarietà dai suoi apologeti come il migliore dei mondi possibili. Ulrike Meinhof avrebbe compito oggi ottantacinque anni ma è morta quando non ne aveva neanche la metà, in una prigione di stato e sotto l’affettuosa supervisione dei poliziotti di quello stesso stato. Poco dopo furono suicidati anche i suoi compagni. Naturalmente, scriverà il buon giornalista che tiene famiglia e pensa alla posizione, cos’altro erano la Meinhof e i suoi compagni se non criminali?

Che c’importa?

La “democrazia” deve pur difendersi da questa gente!

Torturandola? Assassinandola?

A questo punto il padre di famiglia s’infastidisce, come per la presenza di un moscone: Certo che no, per carità…MA…

Fermo immagine.

Quel “MA” vale tutte le chiacchiere che possono e potranno precederlo o seguirlo.

E’ il “MA” che non manca mai nelle argomentazioni del filisteo, reazionario o progressista che sia. Quel “MA” consente di dire ogni cosa e il suo contrario. Tiene al calduccio la coscienza di chi legge e quella di chi scrive e, se scrivesse qualcos’altro da ciò che scrivono i suoi simili, dovrebbe cercarsi un lavoro diverso. Questo brav’uomo però, lo noto solo per divertimento, è spesso il medesimo che ogni giorno ci regala qualche lacrima sul “femminicidio”. Purché non sia di stato. Se praticato in carcere, da uomini in divisa e distintivo, diventa qualcos’altro. Qualcosa di vaporoso e indefinibile, una liturgia che emana profumo d’incenso, assolve e tranquillizza. Qualcosa di cui è bene prendere atto senza farla troppo lunga.

Che genere di torture avessero subito Ulrike e i suoi compagni lo sappiamo a menadito.

Che prima d’essere impiccata alle sbarre della sua cella fosse stata anche violentata resterà un sospetto (fondato? Che importa!).

Ma i manutengoli mediatici dei suoi assassini ripetono che l’assassina era lei.

Per loro niente sospetti: solo certezze. Le proclamano in nome di quello stato “di diritto” che vorrebbe prove inoppugnabili per ogni crimine e l’inviolabilità dello stesso assassino.

Ed Ulrike era stata condannata a una pena di 8 (otto) anni. Questa pena stava scontando: da quattro. Ma nel nome dello stato di diritto, la sua sentenza era già stata emessa, da burocrati, giudici, poliziotti e giornalisti, all’atto della cattura. Non poteva essere che di morte. Da quel momento la truppa mediatica mondiale ha dato sempre per scontato:

1) che Ulrike fosse una criminale già passata in giudicato e che dunque

2) si sia meritata ciò che le è “capitato” (non se la sarà cercata?) quasi si tratti di un evento naturale e non di qualcosa che mette radicalmente in discussione le basi stesse del “loro” stato di diritto.

Detto questo, della Meinhof, per il lazzarone che redige i giornali di stato o, alternativamente, li legge, non resta altro da dire.

Ricordarsene? Figuriamoci.

Questa è solo un’altra delle innumerevoli onorificenze che la libera stampa e lo stato di diritto possono appuntarsi sul petto.

TAG: Cultura, diritti umani, giornalismo, politica, Ulrike Meinhof
CAT: Media, società

Un commento

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  1. alding 2 settimane fa
    Nessun dubbio!!! La vita di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino, di ogni vecchio, di ogni sano e di ogni malato è un valore assoluto e nessuno ha il diritto di porle fine legalmente (pena di morte e leggi eutanasiche) o illegalmente (omicidi, eliminazioni arbitrarie, etc.). Chi lo fa, sempre e comunque è un assassino e chi - per qualunque motivo - giustifica chi lo fa, diventa complice di un assassino. Ricordiamocene tutti ed applichiamo questo principio sempre e comunque, senza eccezioni, ad ogni situazione che si verifichi sulla faccia della terra !!!
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