Lettera contro il Buon Senso Comune

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28 gennaio 2020

Cara fb

In quella monumentale epitome del buon senso (comune) italiano e ottocentesco che s’intitola “I Promessi Sposi”, nel capitolo sugli untori (XXXII) Manzoni scrive: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Il senso “buono” e quello “comune” vengono così distinti (in modo, va notato, già problematico perché il primo vi appare vergognosamente pavido e sottomesso, proprio al contrario di come, essendo “buono” per definizione, avrebbe dovuto essere).

Da allora quella distinzione è diventata, dalle nostre parti, un luogo comune. In inglese (come in tedesco) mi pare che ciò non accada: “common sense” viene usato, anche nel plurisecolare dibattito filosofico sul termine, diffusamente e generalmente come sinonimo di “good sense”, locuzione , quest’ultima, abbastanza inusuale; ma quella lingua fortunata non deve far i conti con la cavillosa propensione, così italiana, alla casistica burocratica. Dunque “Senso comune”, da noi, è quella diabolica mistura di dabbenaggine, superstizione e ignoranza che caratterizza il volgo. Il buon senso invece, sarebbe il raffinato privilegio culturale dell’individuo dabbene, caratteristica, per l’appunto, fragrantemente “individuale”.

Un’ovvietà, si direbbe.

Ma in questa ovvietà si annida qualcosa di tronfio, specioso e ipocrita. Il senso “buono” qui s’incorona da solo e finge d’ignorare, o lo ignora davvero, il suo essere fatalmente in “comune”. Nessuno infatti è portatore di un “buon senso” che non sia trasmesso e condiviso. Anzi è proprio per questo che lo si definisce “buono”. Si è buoni solo in relazione a un modello che preesista all’attestazione di bontà e che sia socialmente stabilito. Il “buon senso” della comunità dei dirigenti d’azienda non può avere nulla a che vedere con il “buon senso” della comunità di chi lavora alla pressa. Per i primi sarà “buon senso” ottimizzare il profitto, per i secondi lavorare il meno possibile. Va da sé dunque che quel “buon” senso è anche, in misura indecidibile, senso “comune”: buon senso di una certa comunità. E la comunità dei galantuomini benestanti infatti lo gestisce come gestisce il suo conto in banca, né si capisce bene se gestisca il secondo grazie al primo o viceversa; se è il buon senso, insomma, a tenere al guinzaglio i suoi interessi o questi a portare a spasso quello.

Il “buon senso” non è dunque altro che “senso comune” distillato, aromatizzato e concesso in usufrutto individuale, ma pur sempre appannaggio della comunità di riferimento che, praticandolo, riesce ad evitare quella cosa incomparabilmente dolorosa e piena di pericoli che è l’intelligenza.

All’insaputa del portatore si genera così quell’ircocervo che è appunto “Il Buon Senso Comune”, mostro mutante che si adegua ai tempi e al luogo. Quel gran portatore di buon senso (ma, per carità, non di senso comune…a dirglielo si sarebbe imbronciato) di don Lisander, per dire, sarebbe caduto in preda a convulsioni se gli avessero spiegato che buon senso vuole che anche due omosessuali – lui li avrebbe, nel migliore dei casi e in virtù del buon senso, chiamati invertiti oppure pederasti – si sposino e abbiano bambini.

Perché il “buon senso” (“comune”, come dicevo, per definizione) si ferma sempre sulla soglia del pensiero. Non è in grado di riconoscere la sua stessa appartenenza né la sua essenza puramente ideologica. Per effettuarne almeno il tentativo occorre infatti qualcos’altro: quello strumento rarissimo e prezioso che va sotto il nome di intelligenza (critica). Ma il buon senso, melassa fatta di autoassoluzione e mezza cultura crede di poterne fare a meno perché immagina di avvalersene per induzione.

Ma, chiederai, non potrebbe darsi che la dizione “buon senso” venga surrettiziamente utilizzata come sinonimo di “intelligenza” e che da questo derivi le sue inappropriate credenziali?

Non lo escludo, la confusione mentale ha quasi sempre delle risultanze linguistiche…o viceversa. Ma che intelligenza e buon senso comune siano cose del tutto differenti lo prova in corpore vili tutto quello che ti ho appena scritto. Nulla, in questa mia lettera, ha infatti a che vedere col “buon senso”; essa configura al contrario un tentativo – per quanto modesto, immeritevole e del tutto insufficiente – di intelligenza (critica). Esercitare l’intelligenza è, per me, mettere sempre in questione il buon senso comune e mettere sempre in questione il buon senso comune una delle modalità più efficaci per resistere alla banalità del male e al male della banalità.

Insensatamente tuo

ur

TAG: Cultura, Facebook, giornalismo, italia
CAT: Media, società

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