Progressivismus-6

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19 Febbraio 2019

Il pensiero progressista è in contraddizione con se stesso.
Vuole il cambiamento a patto che non cambi nulla.
Il progressista (Woody Allen ne ha lasciato bei ritratti) appare dunque votato alla nevrosi ed al lettino dello strizzacervelli; è come il moscone che sbatte ottusamente sopra il vetro nel tentativo disperato di fare quello che non si può fare, passare dall’altra parte. Vorrebbe cambiare il mondo, però senza cambiarlo…perché l’ago della bussola di quella “sinistra” cui lui ha sempre fatto riferimento si è smagnetizzato e non indica più il solo punto in grado di garantire un cambiamento reale: l’abolizione della ricchezza ineguale. Da quando quell’ago si è smagnetizzato il progressista ha perso la bussola e sbanda in ogni direzione: moralismo, sentimentalismo, giustizialismo, legalitarismo e, infine e fatalmente, cretinismo. La parola “ribellione”, che attestava il riconoscimento di quel nord magnetico è stata cancellata dal vocabolario progressista o, peggio, sbeffeggiata in forma distorta come “ribellismo” e accreditata in toto a “qualunquisti e populisti”. Nel migliore dei casi sostituita con la parola “protesta” ma con un tal numero di note a piè di pagina, precisazioni e riferimenti bibliografici da rendere quasi impossibile l’afferrarne il senso. Se il pastore durante una protesta versa il latte, ecco che il progressista s’imbroncia e gli fa la ramanzina (la reprimenda del signor Michele Serra su Repubblica del 12.02.2019 ha toni lirici che riescono magistralmente, in tre sole righe, a sintetizzare tutta la melensa verbosità, l’enfasi ampollosa e la gommosa magniloquenza del retore progressista: “Non mi vergogno di dire che mi viene da piangere davanti a quelle pozzanghere bianche. La morte del cibo è morte della natura, del lavoro, della millenaria simbiosi tra la terra, gli animali, gli uomini” …cose, insomma, che voi umani…).
Se il disoccupato rovescia il cassonetto, il progressista s’inalbera.
Se lo studente imbratta i muri dell’aula non sente ragioni e se la professoressa esasperata urla al poliziotto “devi morire” allora i suoi pensosi rimbrotti si trasformano in ira omerica e ne chiede la testa su un piatto (“non possiamo permetterle di educare i nostri figli!”).
Per lui l’unica protesta pensabile è quella istituzionalizzata: pullmann prenotati per tempo, colazione a sacco, fermata all’autogrill per pisciare. Perché la protesta chiede, la ribellione no. Chi protesta deve sperare che, chiedendo opportunamente, la controparte concederà. Il ribelle invece sa che, agendo opportunamente, la controparte cederà. Il primo, dunque, deve imparare a chiedere educatamente e il progressista, da decenni, glielo insegna. Lo schiavo avanzi le sue suppliche con l’umiltà servile di chi implora il padrone di lasciargli l’osso che ha spolpato: “Debbo pur vivere…”. Mettendo serenamente nel conto (si chiama realpolitik) che il padrone risponda come Talleyrand al mendicante: “Non ne vedo la necessità”.

TAG: Cultura, giornalismo, italia, partito democratico, politica
CAT: Media, società

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