Apologia pro meretricibus

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17 Marzo 2015

Come ci ha insegnato Marcel Proust, basta un biscottino, un profumo, un colore per mettere in moto la memoria e farci ricordare cose che pensavamo di avere dimenticato. L’altro giorno, quando ho saputo che Silvio Berlusconi era stato assolto nella vicenda Ruby immediatamente mi sono ricordato di un’altra vecchia fiamma del cavaliere, pure lei strutturata come “escort” ma il cui nome è stato ormai derubricato dall’agenda politica ed è tristemente scomparso dai giornali e dai dibattiti televisivi.

Parlo della signora Patrizia D’Addario.

Nessuno se la ricorda più ma  il suo nome e la sua figura furono celebri e vorrei qui richiamarla alla mia e alla vostra memoria con affetto profondo e stima sincera.

In particolare ho ricordato come fosse ieri una riunione indimenticabile in un salottino televisivo gestito da Gad Lerner in cui si discuteva, come al solito, di moralità e, come al solito, di “dignità della donna”.

L’ospite d’onore era, per l’appunto Patrizia D’Addario (che, ammirevolmente laconica, in tutto pronunciò circa venticinque parole) ma, insieme a lei, presenziava alla riunione, in rappresentanza dell’intellighenzia italiana la crema della gazzetteria, della teologia e della filosofia (perché come tutti sanno, gli italiani, che prima erano santi e navigatori, sono diventati negli ultimi trent’anni un popolo di giornalisti, teologi e filosofi)

Sembrava l’appello del corpo dei cappellani militari.

Lucetta Scaraffia: presente. Vito Mancuso: presente. Pietrangelo Buttafuoco: presente.

Lucetta Scaraffia, vaticanista (non so che cazzo vuol dire ma così l’hanno presentata) professoressa e bigama (è sposata con Galli e con Della Loggia, fanno due: alla faccia dell’Osservatore Romano).

Un faro dell’accademia italiana.

Con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così, disse quello che dicono sempre i suoi due mariti, cioè niente. E a quel niente, proprio come loro, metteva gli occhiali per farlo apparire più intelligente. Il conduttore le faceva una domanda e lei, guardando nel vuoto degli anni luce, invece di rispondere continuava il dialogo che aveva cominciato la sera prima con uno dei due mariti a cena, alla fine non si è capito di che cosa stava parlando ma si è capito che ancora non aveva digerito, né la cena né il marito (Galli, Della Loggia o tutti e due? Mistero anche su questo).

Vito Mancuso, teologo.

Ci rivelò che noi siamo corpo ma siamo anche anima. Meglio saperlo. La prossima volta ci dirà che non si vive di solo pane e quando gli daranno il nobel probabilmente ci regalerà sei tomi per spiegarci che è meglio un uovo oggi che una gallina domani.

Ansiosi ancora attendiamo.

E poi il povero Pietrangelo Buttafuoco, con barba e baffi.

Si presentò, pensate, come “tradizionalista” ma più che un nipotino di Guenon sembrava l’Augusto che prende le sberle. Non ne azzeccava una.

Purtroppo era partito fin dal principio col piede sbagliato: “Ho intitolato “Fimmini” un mio libro, perché è un’espressione della mia lingua madre, quasi un ruggito”.

Se si aggiunge che il sottotitolo di questo volume di pensieri e parole è: “Ammirarle, decifrarle e sedurle” si capisce che bisognava cambiare canale, io invece non l’ho fatto e rimasi al posto di combattimento perciò se al mondo ci fosse giustizia mi spetterebbe la croce di ferro.

Da allora, questo gazzettiere di ferro, non riuscì più ad aggiustare il passo: uguale a Stanlio alle grandi manovre.

Dal “mistero del femminile” planò sopra “l’eterna meraviglia della maternità” e dopo aver fatto un’acrobazia aerea sul concetto di “timor di Dio” attuò un atterraggio indimenticabile sulla minchia di Rasputin notando che “Il famoso Rasputin, in realtà, era superdotato”.

Di che si parlava, ricordo che provarono a spiegarlo con eroica tenacia Ida Dominijanni e Maddalena Tulanti, presenti anche loro in quanto donne e, dunque, esperte d’ufficio, anche se la filosofa Michela Marzano (ospite d’onore) remava contro provando con sovrumana energia a non fare capire un cazzo a nessuno.

L’unica assente, insomma, risultò proprio Patrizia D’Addario che, per esserci, c’era…ma rispetto a tutti gli altri volava così alto che sembrava non ci fosse perché è subito sparita tra le nubi e nessuno, purtroppo, l’ha più vista.

Ma non importa: tutti pensavamo a lei.

Anche perché non c’era nient’altro a cui pensare.

Perciò, lasciate che, in questi tempi grigi, io innalzi un gioioso peana in onore a tutte quelle oneste lavoratrici che, quanto a parlare, parlano poco, ma senza le quali, in Italia, non avremmo di che parlare : viva le puttane, Dio le benedica.

E stramaledica teologi, filosofi, gazzettieri e vaticanisti.

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