Che pena vedere la grande Milano braghe in mano

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25 Febbraio 2020

Nella sua esagerazione eretta a sistema, che ne ha fatto l’Alta Velocità di ogni possibile intuizione, Milano si è appanicata oltre il sospettabile, cristallizando i sentimenti di una città che pure aveva fatto, in tempi economicamente tormentati, da traino per il Paese. C’è da provare un piacere quasi fisico in questo reallineamento sociale: come non sentirsi tutti più umani, di quella umanità orizzontale che prende “un ricco, un sciur!” ma anche il contadino. E quale livella sociale più feroce poteva rimaneggiare la classifica delle paure, per ridurne il gap, se non l’ipotesi di una malattia collettiva?

Eppure Milano braghe in mano ve la siete meritata, cari milanesi. In questi anni avete creduto a una sorta di superiorità morale, l’ultima delle quali, quella comunista, non è finita benissimo. Era chiaro che si sarebbe sbriciolata anche la vostra, al primo insorgere di una questione più “collettiva”. Senza scomodare il divino, il contrappasso, persino troppo crudele, era nelle cose e ha avuto la sua definizione più completa in quella sciagurata dichiarazione di Beppe Sala, il sindaco più figo, che ha chiesto alla popolazione di “ridurre la socialità”. È come mettere la ridotta a un Ferrarino. Altro che “taaac”. Ma poi, cosa significa profondamente “ridurre la socialità” in un luogo così scoperto come Milano, cosa vuoi togliere a te stesso che già la paura non possa fare, ridurre il bacio, quella punta di lingua, giusto per scherzarci su, o più romanticamente sfiorare il braccio di una persona cara, incontrandola?

Milano braghe in mano, alla prima, vera, prova di coesione sociale, si è sbriciolata. Quei supermercati svuotati d’ogni ben di dio (sono rimaste solo le penne lisce, che fanno cagare oltre ogni Coronavirus, così ha felicemente ironizzato un’anima candida su twitter), quegli scaffali al tempo della guerra, restituiscono l’immagine di un egoismo quasi agonistico, per contendersi l’ultima amuchina rimasta. Una infinita pena. La capitale morale che si scioglie come un ghiacciolo alla menta è un’immagine che resterà nel tempo, segna un prima e un dopo nella storia di una città fondamentale come la nostra.

Non c’è stata una gradualità. Milano non ha ragionato. Non ha scelto. Ha subíto. La dittatura dell’imponderabile ha catturato le anime perse di una metropoli che si pensava più matura. Ma se c’è del buono in una caduta di dignità, è nel riguadagnare la stima di quelli che fin lì avevi guardato dall’alto in basso.

TAG: coronavirus
CAT: Milano

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