Luca Lione a Roma Tre Orchestra

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21 gennaio 2019

Il percorso che dall’ultimo Haydn conduce a Liszt e alla densissima quinta sonata op. 53 di Skrjabin è tutt’altro che strampalato, e a seguirlo con occhio attento alla costruzione delle pagine più che all’efficacia emotiva con cui colpiscono l’ascoltatore si possono impostare interessanti e non marginali riflessioni. Alla fine, l’emozione arriva lo stesso, è anzi accresciuta dalla consapevolezza di come sia stata provocata. Intanto, accomuna i tre compositori il coraggio della sperimentazione: sono tutti e tre, fin dalla giovinezza musicisti non solo informati su quanto di nuovo accade nel proprio tempo, ma che anche a loro volta si mettono continuamente anch’essi alla ricerca dell’inedito, dell’invenzione spericolata, curiosi come sono dell’insolito, e sempre sul filo di un salto nel buio, vogliono cioè affrontare il rischio dell’ignoto, addentrarsi dove prima non s’era inoltrato nessuno. Oggi lo chiameremmo atteggiamento avanguardistico.

Dei tre forse il solo Liszt accetterebbe di essere definito artista d’avanguardia, ma anche lui con riserva, rispettoso e amante com’era della tradizione, che in particolare si riassumeva per lui in due nomi: Bach e Beethoven.

Ma cominciamo con Haydn. Luca Lione ha interpretato la sonata più famosa e più frequentata dai pianisti, la 52a in mi bemolle maggiore. Beethoven impara molto da questa sonata. A cominciare dalle insolite relazioni armoniche. Il primo tempo è in mi bemolle maggiore, e una spesso osservata tradizione vorrebbe che il tempo centrale, lento, della sonata, sia nella tonalità della sottodominante, in questo caso la bemolle maggiore, o eventualmente il suo relativo minore, fa minore, tonalità tra l’altro assai cara a Haydn, come lo sarà per Schubert (ma sono moli i legami e le affinità tra Haydn e Schubert, compresa la frequente alternanza maggiore minore sulla stessa tonica). Invece l’adagio di questa sonata è in mi maggiore. Tonalità apparentemente lontanissima. Ma diventa immediatamente comprensibile con l’intervento della sesta napoletana. Beethoven lo seguirà spesso, in questo. Tipicamente haydniana è poi la frenesia ritmica del Finale, un Presto, con il tema di note ribattute. L’analisi in realtà scopre che il tema del finale è imparentato con il tema che attacca il primo tempo.

Non è questo lo spazio per proseguire oltre nell’analisi della sonata. Basti, però, osservare che la logica di ricavare da pochi elementi tutti i temi di una composizione fa parte del sistema costruttivo di Haydn, che anche in questo offre un modello a Beethoven. Nella seconda Ballata di Liszt, in si minore, la derivazione da un’unica idea di tutta la costruzione musicale si fa addirittura esibita, ed è perfettamente percepita dall’ascoltatore. Anche Skrjabin infine tende a condensare l’idea di una sonata nell’elaborazione intricata, quasi contorta, armonicamente irrequieta, di un’unica idea di partenza. Luca Lione questa comune ricerca di unità, di elaborazione coerente delle idee musicali, la fa sentire attraverso una magistrale indipendenza della mani e delle dita, in modo da ottenere la pulizia delle voci che entrano in gioco, e questo forse spiega anche l’aggiunta, nel programma del concerto, del decimo preludio, in mi minore, del Clavicembalo ben temperato di Bach. Anche qui un’unica idea sulla quale è costruito un monumentale edificio contrappuntistico che però non rinuncia al piacere del canto. Ma allora tanto valeva eseguire il preludio come lo ha scritto Bach, e non già nella riscrittura alquanto mielosa di Aleksandr Ziloti, che oltretutto decurta il brano della stretta finale. Bach è in fondo il padre di tutto questo sperimentalismo armonico e contrappuntistico.

Sentiremo comunque parlare del giovane pianista calabrese, perché le sue interpretazioni mostrano già una maturità notevole nella comprensione della struttura delle pagine interpretate e una sottile sensibilità armonica nel tocco, che segue e mette in rilievo con intelligenza proprio lo sviluppo dell’armonia che innerva ogni brano. Se a ciò si aggiunge l’eleganza e la libertà del fraseggiare, l’intensità espressiva con cui sono esaltate le volute del canto, si può comprendere da che complesso studio nascano le letture musicali di Lione. La serata faceva parte di un ciclo dedicato a giovani pianisti, come l’ha lodevolmente immaginata e programmata Valerio Vicari, per l’Università Roma Tre, nell’ambito della stagione concertistica di Romatreorchestra, di cui è il direttore artistico. Nell’Aula Magna dell’Università, sulla Via Ostiense, il non folto pubblico (una sessantina di persone) ha seguito con attenzione le esecuzioni, e ha applaudito con calore il pianista, chiedendo e ottenendo un bis: un preludio di Nino Rota, accolto con un grido di entusiasmo. Quando intelligenza e sensibilità si uniscono in uno stesso interprete con tanta naturalezza non può non risultarne anche nell’ascoltatore l’eccitazione di una naturale e consapevole partecipazione che è insieme un’intuizione intellettuale ed una compartecipazione emotiva.

YOUNG ARTISTS PIANO SOLO SERIES

GIOVANI PIANISTI IN AULA MAGNA

Diversi modi di essere classico

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI ROMA TRE

STAGIONE DI CONCERTI 2018-2019 di romatreorchestra

Luca Lione interpreta Haydn, Liszt e Skrjabin

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CAT: Musica classica

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