Almanacco del giorno prima – The melody at night, with you

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9 Maggio 2018

Ieri Keith Jarrett ha compiuto 73 anni.

Il successo di questo pianista, dai tempi di Facing You (suo primo album da solista) è stato favoloso; tale che nessun altro musicista jazz (fatta eccezione, forse, per Wynton Marsalis) può vantarne uno simile.

Che qualcuno non lo consideri il dio del pianoforte è dunque, nello stesso tempo, degno di nota e statisticamente irrilevante.

Tra quei qualcuno ci sarei io.

Lo dico solo per sottolineare la stranezza di quello che sto per scrivere.

Infatti desidero confessare che, tra i dieci dischi che porterei con me nella famosa isola deserta ce n’è uno suo.

Considerata la non eccessiva simpatia che provo per lui direi che la mia scelta vale il doppio. O anche il triplo.

Il disco in questione è del 1999 e s’intitolata “The melody at night, with you”, un altro disco per pianoforte solo.

Undici standard, uno più famoso dell’altro.

Due Gerswhin, un Ellington, un Kern, altri cinque pezzi d’autore e due brani tradizionali trascritti dal pianista.

Il disco è stato interamente registrato a casa sua, con il suo pianoforte e in presenza di quella che allora era sua moglie, Rose Anne Colavito, alla quale è interamente dedicato (“For Rose Anne, who heard the music, then gave it back to me”).

Jarrett soffriva, in quel periodo, di encefalite mialgica, una malattia dalla sintomatologia devastante che viene generalmente indicata con l’acronimo CFS (sindrome da fatica cronica). La malattia ha deciso il suo approccio esecutivo. Le note che esegue sono ovattate, misurate con acribia e colorate con avarizia impressionante, come se suonarne una, o variarne le modalità espressive, gli costasse uno sforzo tremendo (il che presumibilmente era vero).

L’impressione complessiva è di una uniformità snervante.

Questo ha fatto storcere il naso a parecchi critici, che l’hanno stroncato:“These performances lack color, contrast and life”.

Vero…ma è proprio questo che le rende uniche.

Che “mater artium necessitas” è stato di rado provato in maniera così persuasiva e quel “vero” va inteso anche in un altro senso. Qui “beauty is truth, truth beauty” e, verità e bellezza, ci si donano, insieme alle canzoni, in tutta la loro fragilità.

Uno degli errori peggiori per un musicista è infatti immaginare che una canzone si possa manipolare selvaggiamente, come uno straccio (più che un canovaccio) per le sue deiezioni esecutive. Ma una canzone è fragilissima, va trattata con cura estrema anche quando l’improvvisazione vi diventa decisiva (anzi, soprattutto allora) e, come una bolla di sapone lasciata volteggiare finché non si dilegua. Proprio questo è ciò che fa Jarrett con ciascuno di questi standard; anzi: proprio con ogni loro nota.

Una lezione straordinaria per un miriade di jazzisti che (forse perché la loro tecnica è sciaguratamente migliorata grazie ai conservatori…) sembrano ormai persuasi che uno standard sia solo un pretesto per far vedere quanto sanno suonare bene.

TAG: Cultura
CAT: Musica

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