Binario Zero: solo per amore

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22 Maggio 2017

«Passeggeri incerti e titubanti, siete caldamente invitati a salire. Il treno sta per iniziare la sua corsa, che terminerà fra un’ora e mezza circa. Sarà un viaggio insolito e sorprendente. Assisterete a una ventina di fermate ma la mèta sarà incerta, il giro sarà esclusivamente panoramico. Abbandonate qualunque scetticismo, oh voi che entrate… E tu, diffidente e disilluso, senza indugi, vieni a me, dài!
Se perdi l’appuntamento, un’altra occasione magari non hai.
Ti ho convinto? Allora, presto… In carrozza!»

Sembra di sentirla e vederla la sua voce, capotreno Zerovskij, vederla danzare suadente sulle note dell’intro musicale “Infiniti treni”, al capolinea della corsa, in quella stazione del cuore dove le lancette riposano immerse in un sonno profondo, letargico.
Tende la mano lei, aiuta a salire, quasi come un diavolo tentatore che, appena ha in pugno l’anima ambìta, la possiede e serra le porte dei vagoni per non farla scendere più.
È preventivo lei, accorto, perché l’impeto di scendere viene alla prima fermata.

Spieghi un attimo: “Mi trovi dentro te” sarebbe la versione sentimentale della più impegnata, populista, demagogica canzone presente in “Alt” col titolo “La voce che ti do”?
Il tappeto musicale è uno, i testi due. Un vezzo ridondante che si è concesso, forse. Sperimentale, debbo dire: è già così poco ripetitivo lei da qualche anno a questa parte… «Ossigeniamo i pensieri» dice. Mettere in pratica ciò che scrive è pura utopia, vero?

Seguendo l’antico ma sempre attuale proverbio «Fa’ ciò che il prete dice, non ciò che il prete fa», il treno accelera verso la prossima fermata, più godibile “Ti do i voli miei”:
«Il mondo mi perdonerà, se sono ancora qua, anima controvento lungo questo via vai di noia e mediocrità».
Sì, lei era un’anima controvento un tempo, ma il mondo l’ha già ampiamente perdonata. Anzi, prima l’ha perdonata, poi l’ha idolatrata. Ora la celebra, la omaggia e non contento, come se non bastasse, lei fa anche da sé, con l’autocelebrazione.

Procedendo alla volta di “Colpevoli”, le scappa una frase non trascurabile:
«Un mondo statico, che più stimola, cattivi esempi proprio a casa tua. È dura crescere, se chi ti alleverà ti mente».
Non immagina come l’apprezzi quando alimenta la vecchia fiamma, quando si fa inconsciamente consapevole dei suoi limiti, Zerovskij, quando m’illude che riesca finalmente ad essere sincero con se stesso.

Il soporifero jazz sinfonico di “Vivo qui” concilia un riposo ristoratore, in cui le braccia di “L’amore che ti cambia” continuano a cullarti, fino a che le prime note di “Dedicato a te” ridestano e interrompono i primi ruggiti di un ronfare fragoroso, che avrebbe sfilacciato il galateo necessario alla compostezza cui ogni viaggiatore è obbligato.
Molto gradevole il brano, Renato. Stanco di rifarsi a se stesso, si è direttamente ispirato a Sinatra nelle sonorità della celeberrima “Something stupid”? Ma il risultato non è dei peggiori e sposerebbe felicemente una spensierata passeggiata in centro.

“Aria di Settembre” è la sua solita iniezione di fiducia, delicata ed efficace:
«A te che ti conosci e ti capisci. Non ti perdi un sogno e lasci un segno ovunque vai. Resta come sei, non puoi cambiare mai. Resisti».
Fosse rimasto così anche lei, Renato. Lei, che a settembre, sospeso fra il tramonto di un’estate troppo afosa, gravida di cocenti avventure, e i tiepidi bagliori di una brezza autunnale più matura, c’è persino nato.

Il macchinista non sente ragioni e ci conduce troppo velocemente alla fine del brano “Singoli”. Sembra non si possa godere mai abbastanza di quella bellezza così fugace. Una vecchia conoscenza presente nell’album di Sal Da Vinci “Non si fanno prigionieri”; che tuttavia, affrancata da un duetto poco favorevole a un frammento d’anima così autobiografico, si riappropria finalmente del suo vigore primigenio.
Si sente quando lei c’è dentro, Zero, si sente davvero. Quel sentimento sembra rinnovarsi nonostante i deragliamenti, gli smarrimenti, i segreti non detti.

“Ti andrebbe di cambiare il mondo” è la locomotiva promozionale di questo lavoro. Anche qui un inconsapevole accenno autobiografico nell’unione di queste due strofe rivelatrici:
«Era tutta un’altra storia, lo so. È un nemico la memoria, lo so. Il potere annebbia gli uomini e il denaro certo non li sazierà… La forza di un abbraccio, dimmi ce l’hai? Disperdere ogni sano slancio che avrai. Si riparli di noi, di tutti i nostri limiti. Magari a pezzi, ma con tanta dignità noi siamo ancora qua».
Che piacere le piaccia è ormai acclarato, le è sempre piaciuto; adora conformarsi alle aspettative delle più chiassose frange del suo pubblico. Ogni tanto ne risente un certo misconosciuto coraggio teso all’innovazione, ma lei è fatto così: prenderò quello che mi servirà, del suo cuore il battito migliore.

Raffinata scelta quella d’interpretare magistralmente il mai deludente contributo di Mariella Nava. Insieme a “Singoli”, “Pazzamente amare” resta la migliore traccia:
«Perché non c’è colpevole, è solo un arrendevole bisogno di cadere. E tu che vuoi sapere da me che ho solo ancora voglia di abbracciare. E solamente dare, e pazzamente amare»

“Gli angoli bui” è un traumatizzante déjà vu, una vaga rilettura di “Dormono tutti”, ancora così… Presente. La leva d’allarme dov’è? Di nuovo ‘sto strazio, perché?

L’ennesima riflessione sugli amori sbagliati, sulla violenza psicologica e fisica vista dalla parte delle donne, a difesa delle donne, “Un uomo da niente” è la ripetizione meno riuscita di “Alla fine”, “La lista”:
«No, non ti sottomettere. Guai se il tuo istinto si arrende, guai se la violenza prevale, guai».
Tutt’altro sapore aveva l’intensità del sempreverde “Guai”, figlio dei primi anni ’80:
«Guai a chi ti dorme vicino e non sa che vuoi, guai a chi s’impossessa dei sogni tuoi, guai a chi non ti lascia impazzire mai…»
Renato, mi permetta, al gentil sesso dedicò pagine migliori.

«E se tu lo vorrai ti ricoprirò di vento e di passione. Ti addormenterai con me, ti risveglierai con me, sarai solo e sempre tu la mia canzone».
La tenera audacia de “Il mio momento” è esente da critiche. Lei è sincero e vero nelle sue non troppo timide dichiarazioni d’intenti emozionali e, a cotanta limpidezza, non posso far altro che assistere estasiata.

In “Stalker” se la prende un po’ con chi giudica, con chi inquisisce, magari anche con quelli come me che così sparuti non sono, mi creda:
«È sempre lì la verità, al centro esatto tra mistero e ipocrisia. Comunque sia non sfuggirai, lo specchio ti conosce molto bene lui».
Questa strofa è molto vera, sa? Più che condivisibile. Ancor più incontestabile la frase «Chi sei? Se lo sai, non ti ami più». Nulla di più fedele alla realtà. Chi si autodefinisce con sicurezza, chi svende solo una parte della propria intima natura emotiva ai superficiali servitori del gossip editoriale, relegando ai margini un’approfondita analisi del proprio percorso artistico, non si ama più. Ha ragione. Non resta che constatarlo amaramente.

Dal finestrino si stende intanto un paesaggio già visto, stessi campi di grano lasciati così senza cura. Sarebbe forse ora di darci un taglio!
“Putti e Cherubini SPA”, la “Fabbrica dei Sogni”, “L’ambulante”: di tutta un’erba un fascio, da cui sfilerei accuratamente l’aristocratica “Figaro”, infinitamente superiore e distinta.

La nuova occasione che cerca in “Ci fosse un’altra vita” ci lascia qualche speranza. Potrebbe ritornare, se volesse, a sbarazzarsi della più diplomatica ipocrisia. Ma anche questa assume i connotati di una dolce, “candida bugia”.

Sui binari il treno rallenta la sua corsa, pare quasi fermarsi, per consentirci di leggere con maggior attenzione “Cara”, una missiva inoltrata alla Vita. Il palato riconosce il sapore dolciastro di una nuova “Ho dato”:
«E tutta la mia vita come un treno corre via: ritagli di giornale, qualche foto e una bugia…
Cara, davvero mi addolora saperti così sola, io ti ho delusa e già… Cara, fermarsi è una parola, che quando sei di scena tu non vorresti scendere mai più. Non obbligarmi tu».

Il treno riparte, animato complessivamente da un genere non strettamente melodico, ma più esattamente pop-sinfonico, già tentato nel 2005 con “Una vita fa” nel poco riuscito album “Il dono”.
Da lontano è possibile scorgere la stazione di partenza, una composizione ad anello visiva, uditiva, stilistica. Il ritorno verso la bandierina del binario Zero è accompagnato dalla stessa “Infiniti treni” del prologo. Ben ri-arrangiata, coinvolgente e fascinosa come l’Artista, nel suo periodo più ombroso, quando proprio questo brano, manifesto della difficile decade ’80 – quella in cui tentava di spiccare con una certa normalità minimalista nella più velleitaria trasgressione circostante –  invano veicolava “Soggetti smarriti”.

E nel momento esatto in cui tutto mi ricorda quel Renato lì, così fuori posto, così in cerca di una nuova sfumatura di sé da pennellare sulla tela di sconosciuti accordi, così lontano dalla baldanzosa protervia di oggi, arriva l’ora di scendere, di terminare un viaggio lastricato di tappe molto familiari, forse troppo. Un’esperienza tutto sommato gradevole, fedele alle aspettative, alle abitudini ancorate a un marchio di fabbrica poco rischioso, benché le anticipazioni si ostinassero ad affermare il contrario. Un’opera che lambisce diverse tematiche notoriamente care alla poetica zeriana; ben distante pertanto dalla recente e poco calzante definizione di concept album che pretenderebbe, al contrario, un filo conduttore univoco e ben riconoscibile, la cui realizzazione fu probabilmente sfiorata solo con “Leoni si nasce”.
Un bilancio degli ultimi anni, una chiacchierata notturna con un vecchio amico: molti episodi già raccontati, uno scambio di sguardi a tratti intenso, qualche sorriso accennato a scandire flebili, provvisorie complicità.
Un titolo di viaggio obliterato una volta sola, che non stimola certamente nuove timbrature. Un ricordo da riporre nel cassetto, col dovuto rispetto che si deve alla magica stagione che fu.
Un tentativo di condividere, ancora una volta, un altro viaggio insieme a te, Renato:
«Perché non c’è colpevole, è solo un ingannevole bisogno di salire. E tu che puoi capire da me? Che ho ancora solo voglia di morire, confondermi e provare. E ostinatamente amare…»

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CAT: Musica

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