Imparare a Mentire- Sul nuovo album dei The National e il diventare adulti

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19 maggio 2019

Se a quindici mi avessero chiesto come sarà il futuro ? avrei risposto iperbolicamente, ingigantendo il dolore e la gioia, trasformando la vita in una narrazione. Come se l’insignificanza della vita potesse in qualche modo essere colmata dal retrogusto di commedia o tragedia.

Se mi facessero la stessa domanda ora, a venti, la mia risposta sarebbe: spero di non mandare tutto affanculo. 

D’altronde già Paul Nizan aveva scritto “Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. 

Vent’anni è quell’età in cui comincia a scrutare i segni del tempo: i tempi del liceo sono ormai passati, se ne sono andate le prime cotte adolescenziali, le prime pomiciate e la prima scopata, cominci a chiederti se stai diventando noioso e ridicolo come quegli idioti che, una volta spogliati della potenza della gioventù, spiattellano il loro corpo in un bar putrido sperando che una ragazzina ingenua di qualche anno più giovane possa allietare questa pena con i piaceri della carne, le tasche diventano pesanti per via delle chiavi della macchina, ti ritrovi a bere in posti sempre più ricercati sperando che ti diano quel tono da adulto figo che sogni ma allo stesso tempo non fai altro che imbarcarti in un viaggio immaginario nel passato, rimembrando quella o quell’altra volta di quando eri al liceo.

La vita umana è un lento abituarsi alla noia: questo è forse l’ultimo insegnamento di David Foster Wallace nel suo Il Re Pallido.

Per questo, come dicevo prima, ricamiamo sulla vita la fragranza della commedia e la pesantezza della tragedia. Per lo stesso motivo per cui i Greci si recavano a teatro a vedere Eschilo e Sofocle ed Euripide, per lo stesso motivo per cui noi piangiamo davanti ai film che prefigurano una lotta manierista tra bene e male. Una fuga da noi stessi e dalla nostra quantomai precaria condizione di quotidianità.

Ma c’è un altro tipo di bellezza, una bellezza che scava fino alla fine. Quella che io chiamo “bellezza nuda”. Se mi chiedessero una definizione, indugerei. Cercherei parole adeguate per ore e giorni e comunque non ci riuscirei. Ma so benissimo dove questa bellezza si può scrutare nella sua forma più pura: nei The National.

Alcune band ti entrano dentro nel giro di qualche ascolto, come gli Oasis o gli Arcade Fire. Altre band sembrano connetterti a un universo parallelo dove l’IO è libero di vagare, connettendosi a un’entità superiore trascendente, come i Radiohead. Altre ancora che sembrano fatte ad hoc per alimentare il tuo bisogno di autocommiserazione egoistica, come gli Smiths.

E poi ci sono loro. Prima di entrarti fino alle ossa i The National studiano i tuoi punti critici, le zone della tua anima più vulnerabili. Poi, solo in seguito, affondano il colpo.

Quando ho scoperto i The National avevo quindici anni. Fuori le luci di Natale affrontavano il buio delle notti di dicembre in campagna. Quell’anno era uscito Trouble Will Find Me. Una lunga sinfonia che sembrava non sferzare mai il colpo finale. I contorni sfumati. Come in Pink Rabbits: 

It wasn’t like a rain, it was more like a sea. I didn’t ask for this pain, It just came over me

I love a storm But I don’t love lightning. All the waters coming up So fast it’s frightening.

Da lì in poi è cominciato quel lento lavoro di cui parlavo prima. Ricordo una volta, pochi mesi prima che uscisse Sleep Well Beast, in macchina con la mia migliore amica del tempo. Dalla radio esce Terrible Love. Quel “it takes an ocean not to break” ripetuto ossessivamente nel finale mentre l’intera band esplode nel caos più totale prima di ritirarsi come la più distruttiva delle onde anomale. Poi qualche mese dopo, agosto, un caldo infernale, sul telefono compare la notifica di YouTube. Apro e c’è Carin At The Liquor Store. Da lì in poi capisci che non si tratta più di una semplice band. Non si tratta più di scrivere canzoni e cantarle a squarciagola. No, c’è qualcosa di più.

Una sorta di progetto cominciato, forse inconsciamente, più di dieci anni fa: raccontare la vita sul pianeta terra nella sua desolante banalità. Gettarsi in mezzo alla noia, alle piccolezze quotidiane. Lasciare che ogni singolo secondo scandisca il suo passaggio.

Qualche giorno fa è uscito I Am Easy To Find, il loro ottavo album in studio accompagnato da uno short film Più che un album somiglia a un altro passo avanti nel progetto di cui parlavamo prima. E lo short film, opera di Mike Mills, geniale regista di Beginners e 20th Century Women, non fa che consolidare la tesi: un’intera vita racchiusa in ventisei minuti, con un’Alicia Vikander in uno stato di grazia. La nascita, le compagne di scuole, il primo “ti amo“, il senso di inferiorità, il non sentirsi abbastanza, il matrimonio, i figli, i dubbi, i tradimenti, le domande, la tranquillità del banale, gli affetti, le perdite, la morte.

Ci sono alcuni pezzi che colpiscono più di altri: Quiet Light, dove gli archi intervengono sommessamente ma cambiando la sua natura in corso d’operaè forse uno dei migliori testi mai scritti da Berninger.

 

You don’t know anything I think about you way more than anything else I’m not that spiritual, I still go out all the time To department stores Everything I need, but none of this is getting me anywhere good
Between you and me I still fall apart at the thought of your voice But I’m learning to lie here in the quiet light While I watch the sky go from black to gray Learning how not to die inside a little Every time I think about you and wonder if you are awake And I’m learning to live without the heartache it gives me Nothing I wouldn’t do for another few minutes Learning how not to cry Every time there’s another sad unbearable morning But sometimes there’s nothing I can do

 

E poi c’è Rylan, che già l’anno scorso rasentava la perfezione da KEXP e che ora è adornata da “if you wanna be alone, come with me“. Where is Her Head che coniuga Sprawl II degli Arcade Fire e Inni mer syngur vitleysingur dei Sigur Ròs. Light Years che invece non avrebbe sfigurato in A Moon Shaped Pool dei Radiohead.

Infine quel passo di Roman Holiday: Please Think the best of me. 

Che credeteci o no è la cosa più banale e vera che leggerete oggi e non solo.

 

 

 

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