La musica bisestile. Giorno 132. Polo Hofer

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9 novembre 2018

Da Mani Matter in poi, la Svizzera non aveva più avuto né un cantautore né una rockband degna di questo nome (se si esclude l’hardrock melenso dei Gotthard).  Polo Hofer, che veniva dal teatrino dei pupi, con i suoi Rumpelstilz, ha creato una figura capace di sguazzare nella tradizione più retriva, ma anche di osare nel rock e nei testi critici, che in Svizzera amano davvero in pochi…

 

RÜTMUS BLUUS + SCHNÄLLI SCHUE!

 

Dopo il 1985, chi avesse sentito l’insormontabile bisogno di conoscere i fratelli Alessandro e Gianna Nannini, bastava che venisse a Zurigo e frequentasse i locali da ubriaconi al Niederdorf, baretti sporchi e puzzolenti, in cui la gente si sbraita tuttora addosso, vomita in strada, poi trucula a piena voce l’urlo dei viaggiatori di Caronte – uno schifo. Soprattutto Gianna Nannini (che, artisticamente, è a mio avviso inesistente, visto che le quattro puttanate che canta non le scrive lei) la potevi trovare, specie il giovedì, quasi in catalessi, riversata su una panchina o sorretta da qualche persona di un codazzo che, in quel modo, partecipava magari allo sperperio dei miliardi guadagnati dagli avi Nannini con la loro pasticceria fiorentina, o semplicemente aveva pietà di quella adolescente italiana, mai cresciuta, che moriva di noia, inettitudine e disperazione nella capitale finanziaria della Svizzera.

“Rütmus, Bluus und Schnälli Schue!”, 1988

Sicché i dischi ed i tour fatti da Gianna Nannini tra il 1986 ed il 2000 vennero quasi tutti eseguiti da musicisti svizzeri, con la supervisione del miglior chitarrista elvetico, Reto Kessler (secondo da sinistra nella foto fatta per il disco che vi offro oggi, quello con i ricci neri e gli occhiali). Attraverso Kessler, e la scena rock di Winterthur (mostly heavy metal, how boring), avevo finito per scoprire la musica rock dialettale svizzero tedesca. Detto così, una cosa da ridere, ed infatti Polo Hofer, bernese, scialacquone, guitto, finto pazzo, ribelle ma strettamente legato al mondo della cultura ufficiale, che lo ha ricoperto di benemerenze, aveva cominciato con canzonacce di periferie: “Non sono la tua edicola, e nemmeno la tua banca, non sembro un hotel e nemmeno il tuo armadio”, canta – mollando la sua fidanzatina appiccicosa.

Dopodiché aveva adempiuto a tutti i cliché, scrivendo “Alpenrose”, “Rosa delle Alpi”, per celebrare l’asserita bellezza delle montagne e delle sue villanelle bernesi. Finché ne aveva avuto le palle piene. Di tutto, anche di sé stesso. Quando l’ho conosciuto, sembrava un enorme gatto pallido, l’uomo più trasandato che abbia mai conosciuto, intelligente e pigro: “Tu, Cinchetto – mi disse – non capisci. Di fronte a me ho una platea potenziale di poche migliaia di persone. Se suono al Mokka Club di Thun lo riempio, ma poi non posso suonare a Berna, e se suono a Zurigo mi frego tutti i locali migliori della zona, per cui suono a Zug ed a Stäfa, ogni volta davanti a cento persone, ma mi diverto di più ed ho un’altra giornata pagata. Non appena passo il confine smetto di esistere”.

Siamo nel dicembre del 1987. Insieme a Kessler scrive “Jetzt oder nie” (adesso o mai più), e si butta a mettere insieme canzoni “come se avessi di fronte una stupefatta platea grande come l’America, che non ha mai avuto la possibilità o l’artista per potersi ricordare e ricantare di sé”. Il disco esce nel giugno 1988 ed è talmente bello, che stavolta Polo canta in Ticino, in Nord Italia, in Francia, Austria e Germania. Sono troppo bravi, anche musicalmente, sono nell’estate della loro perfezione.

“Summer 68” è, a mio parere, la canzone più importante mai scritta nel mondo tedesco su quegli anni – perché prende in giro sé stessa con struggente nostalgia, perché non è una marcetta militare, perché è LA CANZONE che ogni svizzero conosce e di cui è orgoglioso, oppure ama in segreto: “Eravamo così giovani, eravamo in rampa di lancio, in quell’estate del 68. Noi due ci amavamo, per noi era tutto chiaro, ma solo per quell’estate, l’estate del 68”. Sono contento di sfidarvi ad ascoltarlo. Ci aggiungo anche la mia versione, bucolica e nostalgica, di qualche anno fa. Polo è morto a luglio dell’anno scorso, aveva 72 anni, stava male da così tanto tempo, era tutto raccartocciato su di sé, ma fino all’ultimo ha cantato e suonato lo musica che amava, “quella che va da Memphis a Liverpool”.

 

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CAT: Musica

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