La musica bisestile. Giorno 278. Caravan

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21 gennaio 2019

Quando nascono i Genesis, la scuola di Canterbury ha già il suo capolavoro, il disco da cui tutti, compresi Peter Gabriel e soci, hanno iniziato: questo

IN THE LAND OF GREY AND PINK

 

A volte il pubblico sbaglia. Questo disco fu un flop quando uscì, nella primavera del 1971, e nonostante la critica continui a considerarlo uno dei più grandi capolavori della storia del rock, diversi tentativi di nuova pubblicazione, anche supportati da un notevole sforzo pubblicitario, finirono con un buco nell’acqua. Eppure, se lo ascoltate, sentite immediatamente da dove abbiano copiato i Genesis (che già esistevano) e che quella dei Caravan fosse una direzione alternativa a quella di Peter Gabriel e soci, meno spettacolare sul palco ma certamente non meno spettacolare dal punto di vista melodico e della complessità.

“In the land of grey and pink”, 1971

Prima differenza: i Caravan appartengono all’era di Al Kooper, i Genesis appartengono alla generazione successiva. In questo disco ascoltate veri fiati, non riproduzioni elettroniche, e sentite voci ed atmosfere celtiche, simile a quelle dei Traffic e dei King Crimson. Seconda differenza: le tastiere non hanno un ruolo preponderante, come è sempre accaduto nei Genesis, ma sono uno degli strumenti che sostiene gli archi o i fiati. Nulla di arcaico, per carità, si sente Fin dalla prima nota che si tratta di musica di avanguardia, ma di un’avanguardia non legata al jazz o alle complessità dodecafonali – un’avanguardia ben fissata nella tradizione, di cui evoca la provenienza.

Terza differenza: la voce. Meravigliosa, quella di Richard Sinclair, solista in “Winter wine”, ma legata anch’essa più ai Jethro Tull, o ai Fairport Convention, che ai Genesis. Insomma, le due band si assomigliano, ma solo in parte. I Caravan erano gli epigoni della cosiddetta Scuola di Canterbury, i Geneis ne furono i traditori. A Canterbvury si erano raccolti i grandi degli anni 60 che non sopportavano Londra: Daevid Allen dei Gong, Steve Hillage dei Van Der Graaf, Hugh Hopper e Mike Ratledge dei Soft Machine, e su tutti Kevin Ayers. Musicisti che avevano provato a portare il jazz nel rock, che erano matti da legare, che non avevano simpatia per il beat e per il pop, che non cercavano il successo commerciale, che avevano costruito una comunità dai toni e dai colori più belli dell’iconografia romantica di fine Medioevo.

Per me si tratta di note stupende che riempivano i miei pomeriggi di solitudine, pomeriggi passati a pensare al futuro, ad un mondo immenso, lontano dalla mia stanza, a tutto ciò che un giorno avrei finalmente visto, alla promessa di un viaggio malinconico, autunnale, infinito e di continua crescita – come poi è stato. Per questo motivo, questo è uno dei tre dischi che porterei con me sull’isola, perché affettivamente, comprende tutte le mie età, tutti miei sogni e le delusioni, tutte le rivincite, tutto il sapore della vita. Se ancora non vi siete innamorati mai di un disco, provateci, vi regalerà delle emozioni che, oggi, nessuno più sarebbe in grado di offrirvi.

 

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CAT: Musica

2 Commenti

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  1. marcogiov 2 mesi fa
    Disco meraviglioso
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  2. federico.gnech 2 mesi fa
    Gentile Fusi, la ringrazio per aver ricordato un disco così bello, mi permetta però di correggere le numerose inesattezze del suo pezzo. In primo luogo, non so che senso abbia mettere a confronto i Genesis coi Caravan, arrivando persino a sostenere che i primi avrebbero “copiato” dai secondi. Non esiste differenza generazionale tra i due gruppi (Pye Hastings è del ’48, Gabriel del ’50 e Al Kooper lasciamolo stare ché non c’entra nulla), si tratta in entrambi i casi di "prog", ma le affinità finiscono lì. Intenzioni e sound sono molto, molto diversi, anche se, come lei saprà, nel primo disco dei Genesis ci sono fiati (e archi) veri. Non so poi a cosa si riferisca quando parla di “voci e atmosfere celtiche”. Se intende il folk delle isole britanniche, perché cita i King Crimson, forse il gruppo prog più lontano in assoluto dalla scena folk inglese? Personalmente non definirei i Caravan “avanguardia” (avanguardia del pop, forse, ma nemmeno tra le più estreme). In ogni caso, leggere che le tastiere di Dave Sinclair - vero trait d’union della cosiddetta “scena di Canterbury”, dai Wilde Flowers agli Hatfield & The North - non sarebbero centrali in ‘In the land...’ fa sorgere il dubbio che il recensore abbia sbagliato disco. Non so come avrebbero fatto i Caravan ad essere gli “epigoni” di una scena che hanno contribuito a fondare. A Canterbury non si erano raccolti "i grandi degli anni ’60 che non sopportavano Londra". Come persino i buffi "critici rock” dei giornaloni sanno, in quella graziosa cittadina c’era una boarding school per rampolli di buona famiglia dove, tra gli altri, si incontrarono Wyatt, Hopper, Ratledge e i fratelli Sinclair. Tutta gente che è ovviamente schizzata a Londra per ottenere ingaggi e contratti discografici, non appena ha potuto. Steve Hillage non ha mai avuto niente a che fare coi VDGG e, infine, se dovessi spiegare che cos’è il “Canterbury Rock” - insomma quei 3-4 gruppi che davvero si assomigliano - a chi non ne sa nulla, direi che la bellezza di quei dischi sta nel dialogo tra due intenzioni apparentemente inconciliabili: da una parte strutture anche complesse, armonie mutuate dal jazz e un filo di improvvisazione e dall’altra la passione per il pop e uno spiccato gusto per la melodia.
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