La musica bisestile. Giorno 364. Buddy Holly

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5 marzo 2019

A soli 22 anni, Buddy Holly era il musicista più importante ed innovativo della scena rock mondiale. La sua tragica morte in un incidente aereo lo ha consegnato alla leggenda

THE “CHIRPING” CRICKETS

 

Tutti gli eroi che muoiono giovani lasciano dietro sé una scia romantica, una grande malinconia, la nostalgia per tutto ciò che avrebbero potuto fare e non faranno, ed un generale perdono per eventuali bassezze commesse, perché non hanno avuto il tempo di redimersi. Questo è quanto accaduto a Buddy Holly, che oramai è un nome senza volto, dimenticato da decenni, ma che ancora negli anni 80 era presente, eccome, nell’immaginario della popolazione occidentale. Lui, la sua faccetta da bravo ragazzetto bianco e cristiano, i suoi occhiali assurdi, la sua voce imperiosa, la sua educazione affettata, un suo atteggiamento che non si capiva se fosse di estrema timidezza o disgusto per l’umanità.

“The Chirping Crickets”, 1957

Quel 3 febbraio del 1959, quando l’aereo è caduto e lui, Ritchie Valens (“La bamba”) e Big Bopper (“Chantilly lace”), Charles “Buddy” Holly aveva 22 anni, era l’astro nascente del rockabilly, stava lavorando (coscientemente) nella trasformazione del rock’n’roll al di fuori degli schemi forzati del blues, ed aveva imparato ad enucleare dal country e dal western (con cui aveva iniziato) ritmi che poi, all’inizio degli anni 60, confluiranno nella musica beat – tant’è che tutti i grandi del beat, a partire da Lennon e McCartney, hanno sempre tributato a Buddy Holly il merito per avere indirizzato il loro gusto musicale e la tecnica di suonare la chitarra elettrica.

Quel 3 febbraio, nell’immaginario collettivo americano, come canterà qualche anno dopo Don McLean, sarà The day the music died, il giorno in cui morì la musica (“American pie”). In Europa, una delle punk band più importanti della Germania, Die Ärzte, canterà “ma dove sono finiti gli occhiali di Buddy Holly?”, intendendo quello spirito che, negli anni 50, era grandemente in anticipo sul suo tempo. Allora, chi cantava, non aveva decine di canzoni proprie, non scriveva di questioni politiche e sociali, come “That’ll be the day”, che era ispirata ad un dialogo recitato da John Wayne in un film di John Ford del 1952, “Un uomo tranquillo”, in cui Wayne, pugile che in America ha ucciso un avversario, torna nel paesino d’origine in Irlanda e cambia la storia propria, del paesino, e di Maureen O’Hara, che alla fine sarà sua moglie – un film che non esprime una critica sociale, ma la nostalgia per un mondo in cui la gente semplice è anche onesta, leale e solidale.

Un film famoso per una scazzottata, che dura un’intera giornata, tra John Wayne e suo cognato, l’attore Victor McLaglen. Chi suonava non studiava composizione, non faceva esperimenti, non ragionava mai sulla registrazione di un album che contenesse non i 45 giri già pubblicati, ma canzoni nuove, scritte per l’occasione. Per questo motivo Buddy Holly era più avanti di tutti, era diverso, e con soli tre anni di carriera ha influenzato talmente tanto la musica contemporanea, da far dire ad Elvis Presley: “Dicono che io ho cambiato tutto. Non è vero. Io ho solo completato ciò che Buddy Holly non ha potuto finire”.

 

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